sabato 2 giugno 2018


Le vocazioni sacerdotali

È dovere di tutta la comunità cristiana promuovere le vocazioni affinché si possa convenientemente provvedere alle necessità di sacro ministero in tutta la Chiesa. Hanno questo dovere specialmente la famiglie cristiane, gli educatori e in modo particolare i sacerdoti, soprattutto i parroci.
I Vescovi diocesani, ai quali spetta in sommo grado curare la promozione delle vocazioni, debbono rendere consapevole il popolo loro affidato sull'importanza del ministero sacro e sulla necessità di ministri nella Chiesa, suscitare e sostenere le iniziative atte a favorire le vocazioni, soprattutto mediante le opere istituite a tale scopo (c 233, par 1).
Il problema delle vocazioni al sacerdozio interessa tutti coloro che sono Chiesa per il battesimo e perciò debbono fare propria la sua missione di salvezza nella realtà storica del presente e nella prospettiva del domani.
La pastorale vocazionale deve anzitutto essere consapevole del fatto che è Dio a chiamare e quindi che l'azione umana ha una funzione soltanto mediatrice: questo significa che ogni attività pastorale vocazionale è compiuta nell'ascolto più totale e rispettoso delle mozioni dello Spirito in un clima di ricerca della volontà del Padre, che libera dai condizionamenti umani e realizza l'uomo nella sua pienezza.
L'azione pastorale tiene anche conto del fatto che il dialogo vocazionale tra Dio e l'uomo prende l'avvio da segni ed eventi incarnati nella storia, che hanno la funzione di significare la proposta divina attraverso la mediazione della creatura specialmente dalle attese e dai bisogni della Chiesa e del mondo.
La vocazione poi è radicata nell'essere dell'uomo, quindi cresce con lui nella storia, per cui non è sufficiente la proposta iniziale, se poi questo germe non viene sostenuto da condizioni ambientali adatte (Cei, La preparazione al sacerdozio ministeriale [1972], n. 323).

Momenti essenziali dell'animazione vocazionale sono specialmente la preghiera e la catechesi. La preghiera nasce dalla consapevolezza che ogni chiamata è dono dello Spirito e insieme rappresenta la fedele risposta al comando di Gesù di pregare il padrone della messe (Mt. 9,38; Le 10,2).

L'attuale crisi di vocazioni sacerdotali e religiose è dovuta in gran parte all'errata e diffusa opinione che il problema sia di competenza quasi esclusivamente dei Vescovi e dei sacerdoti. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato il dovere di tutta la comunità di dare incremento alle vocazioni sacerdotali, anzitutto con una vita perfettamente cristiana (Ot 2).

A tale riguardo, il massimo contributo deve essere offerto tanto dalle famiglie, le quali — se animate da spirito di fede, di carità e di pietà — costituiscono come il primo seminario, quanto dalle parrocchie, della cui vita fiorente entrano a far parte gli stessi adolescenti.
A differenza dei tempi passati, vi sono oggi genitori che, pur dicendosi cristiani, ostacolano le scelte vocazionali dei propri figli. È, questo, un atteggiamento gravemente lesivo della libertà personale dei figli e che pregiudica il loro vero bene.
Contrastare i figli nelle loro legittime scelte di vita è abuso d'autorità e significa assumersi la responsabilità di facilmente prevedibili scelte sbagliate e perciò destinate a gravi e irreparabili fallimenti.
I sacerdoti, specialmente se in cura d'anime, sono i più diretti responsabili della pastorale vocazionale e quindi debbono avere la massima cura nel far comprendere ai fedeli, con il ministero della parola, la direzione spirituale e la propria testimonianza di una vita in cui si rifletta chiaramente lo spirito di servizio e la vera gioia pasquale, l'eccellenza e la necessità del sacerdozio (Ot 11). L'esperienza attesta che un gran numero di sacerdoti deve la vocazione, dopo che a Dio, a un sacerdote che ha saputo aiutarli a scoprirla e ad assecondarla, con l'esempio di una vita gioiosamente consacrata a Dio, alla Chiesa e ai fratelli.
Ai Vescovi italiani, riuniti in assemblea generale, Giovanni Paolo II ha detto: “È indubbio che, se i giovani sono seguiti, assistiti, educati nella fede da sacerdoti che vivono degnamente il loro sacerdozio, sarà agevole individuare e scoprire quelli tra loro che sono chiamati ed aiutarli a camminare lungo la via dal Signore indicata” (16 maggio 1979). L'ambiente più consono e favorevole alla promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose è quello delle associazioni giovanili in quanto più disponibile all'ascolto e all'accoglienza della chiamata del Signore. Va anzi detto che le predette vocazioni sono sicura riprova della ecclesialità delle associazioni e della validità del cammino di fede che esse sì propongono e perseguono.
Il Signore, che vuole la salvezza di tutti gli uomini (1 Tm 2,4) per mezzo del ministero dei sacerdoti (Mt 28,20; 2 Cor 3,6), non farà mancare alla sua Chiesa i sacerdoti di cui ha bisogno se l'intera comunità e ciascun suo membro, secondo il proprio ruolo nella Chiesa, offrirà un permanente contributo di consapevolezza, di preghiera (Mt 9,38; Le 10,2) e di crescita autenticamente cristiana.


giovedì 3 maggio 2018


 
L'ORDINE SACRO


  (cc 1008-1054)



Per divina istituzione, con il sacramento dell'ordine alcuni fedeli, mediante il carattere indelebile con il quale vengono segnati, sono consacrati ministri sacri e destinati a pascere il popolo di Dio, adempiendo nella persona di Cristo Capo, ciascuno nel suo grado, le funzioni di insegnare, santificare e governare (c 1008).
Gli ordini sono l'episcopato, il presbiterato e il diaconato, e vengono conferiti mediante l'imposizione delle mani e la preghiera consacratoria, che i libri liturgici prescrivono per i singoli gradi (c 1009).
La materia unica degli ordini del diaconato, del presbiterato e dell'episcopato, è l'imposizione delle mani; la forma unica sono le parole che determinano l'applicazione di questa materia, perché esprimono chiaramente gli effetti sacramentali, cioè il potere di ordine e di grazia dello Spirito (Pio XII, Sacramentum Ordinis, 30 novembre 1947).
La diaconia del Cristo servo, pastore, sacerdote e re, è il principio costitutivo ed esemplare dei ministeri ordinati.
La natura ministeriale della Chiesa si fonda sui principi:
— della sacramentalità della Chiesa. Cristo cioè e il suo mistero vive e perdura nella Chiesa; e la Chiesa non fa altro che rendere attuale questo mistero di salvezza mediante la Parola, il Sacrificio e i sacramenti, mentre riceve in sé la forza dello Spirito Santo e la vita del suo Signore da testimoniare nel mondo;
— della ecclesiologia di comunione, che configura la Chiesa articolata e servita da ministeri, distribuiti con varietà e larghezza nei suoi membri;
— della complementarità del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio e del sacerdozio dei ministri ordinati.
Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo (Lg 10).



I gradi dell'ordine sacro


II Vescovo, insignito della pienezza del sacramento dell'ordine, è l'economo della grazia del supremo sacerdozio, specialmente nell'eucaristia, che offre egli stesso o fa offrire, e della quale la Chiesa continuamente vive e cresce (Lg 26).
I Vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà, della quale però debbono servirsi per elevare il proprio gregge nella verità e nella santità. Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema autorità della Chiesa e, entro certi limiti, in vista del- l'utilità della Chiesa o dei suoi fedeli, possa essere circoscritta dalla Sede Apostolica (Lg 27).


I presbiteri, pur non possedendo l'apice del sacerdozio e dipendendo dai Vescovi nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro congiunti per l'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'ordine, ad immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote, sono consacrati per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento (Lg 27; cfr PO 2,6).
I sacerdoti, saggi collaboratori dell'ordine episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono col loro Vescovo un unico corpo sacerdotale, sebbene destinato a diversi uffici. Essi, sotto l'autorità del Vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata e debbono portare il loro contributo al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi, di tutta la Chiesa (Lg 28; cfr PO 8).
Con la potestà sacra, di cui il sacerdote è insignito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e l'offre a Dio a nome di tutto il popolo, mentre i fedeli, in virtù del regale sacerdozio, concorrono all'oblazione dell'eucaristia, e lo esercitano col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità (Lg 10; cfr PO 5).
I diaconi sono costituiti in un grado inferiore della gerarchia e vengono loro imposte le mani per il ministero. Sostenuti dalla grazia sacramentale, nel ministero della liturgia, della predicazione e della carità, servono il popolo di Dio, in comunione col Vescovo e i suoi sacerdoti (Lg 29; cfr Ag 17).
L'ordine del diaconato può essere conferito come tappa al presbiteriato, ma anche come proprio e permanente grado della gerarchia (Lg 29).
Con il motu proprio Sacrum diaconatus ordinem del 18 giugno 1967, Paolo VI affidava alle Conferenze episcopali di determinare, con l'approvazione della Santa Sede, i tempi e i modi di restaurazione del diaconato permanente nella Chiesa latina.
La Conferenza episcopale italiana ha introdotto il diaconato permanente nella Chiesa italiana con il documento pastorale Restaurazione del diaconato permanente dell'8 dicembre 1971 e con le successive Norme e direttive del 21 aprile 1972.
Il Codice di Diritto Canonico prescrive che i candidati al diaconato permanente siano formati a condurre una vita evangelica e siano preparati a compiere nel debito modo i doveri propri dell'ordine;
— se sono giovani, dimorando almeno per tre anni in una casa specifica, a meno che per gravi ragioni il Vescovo diocesano non abbia disposto diversamente;
— se sono uomini di età più matura, sia celibi sia coniugati, mediante un progetto formativo della durata di tre anni, determinato dalla Conferenza episcopale (c 236).

lunedì 9 aprile 2018


ADATTAMENTI CHE SPETTANO ALLE CONFERENZE EPISCOPALI

Spetta alle Conferenze Episcopali, in virtù della Costituzione sulla sacra Liturgia (art. 63b), preparare nei Rituali particolari un «Titolo» che corrisponda a questo «Titolo» del Rituale
romano, con gli opportuni adattamenti, secondo le necessità delle singole regioni, in modo che, dopo la revisione della Sede Apostolica, se ne possa far uso nelle regioni interessate.
Ecco, a questo riguardo, i diritti e i compiti delle Conferenze Episcopali:

a) Determinare gli adattamenti previsti dall'art. 39 della Costituzione sulla sacra Liturgia.

b)
Ponderare con illuminata prudenza l'eventuale opportunità di accogliere qualche elemento proprio della tradizione e del carattere dei singoli popoli, e proporre quindi alla Sede  
Apostolica altri adattamenti ritenuti utili o necessari, da introdursi con il suo consenso.

c
) Conservare eventuali elementi propri già inclusi nei Rituali particolari per gli infermi, purché si possano armonizzare con la Costituzione sulla sacra Liturgia e con le necessità attuali; oppure predisporre un adattamento di questi elementi propri.


d)
Preparare la traduzione dei testi, in modo che essa corrisponda davvero all'indole delle varie lingue e alle diverse culture, aggiungendovi, secondo l'opportunità, le me­lodie per il canto.

e)
Adattare e completare, se ne è il caso, le premesse introduttive del Rituale romano, per facilitare la partecipazione consapevole e attiva dei fedeli.


f)
Distribuire la materia in modo che le edizioni dei libri liturgici curate dalle singole Conferenze Episcopali risultino davvero comode e pratiche per l'uso pastorale.
Quando il Rituale romano presenta più formule a scelta, i Rituali particolari possono aggiungere altre formule simili.


La Conferenza Episcopale Italiana ha ritenuto opportuno inserire nel testo alcuni minimi adattamenti e aggiunte, per rendere più intelligibile e idoneo alle diverse circostanze lo svolgimento della celebrazione.

I testi aggiunti sono segnati con asterisco.

L'Ordinario della Messa, con la Prece eucaristica II, vi è stato inserito per l'utilità del sacerdote che celebra nella casa dell'infermo o
in altre circostanze particolari.

ADATTAMENTI CHE SPETTANO AL MINISTRO


 
Il ministro, tenute presenti le circostanze concrete e altre necessità, come pure le eventuali richieste dei malati e degli altri fedeli, si serva volentieri delle varie possibilità proposte dal rito.
a) Tenga conto anzitutto dello stato di prostrazione degli infermi e degli alti e bassi del loro fisico nel corso della medesima giornata o di una stessa ora. Proprio per questo, potrà, secondo i casi, abbreviare la celebrazione.
b) Anche se la celebrazione si svolge senza la partecipa­zione di fedeli, ricordi il sacerdote che in lui e nell'infermo già è presente la Chiesa. Procuri quindi che prima della celebrazione del sacramento o anche dopo di essa, venga data all'infermo una dimostrazione concreta dell'amore fattivo della comunità locale; potrà farsene interprete lui stesso o affidarne il compito a un altro membro della comunità, purché non ci siano difficoltà da parte dell'infermo.
c) Se dopo l'Unzione l'infermo si ristabilisce, lo si esorti a render grazie a Dio per il beneficio ricevuto, partecipando per esempio a una Messa di ringraziamento, o in altra maniera.
Pur conservando nella celebrazione la struttura del rito, il ministro sappia adattarla alle circostanze di luogo e di persone. Potrà, per esempio, secondo l'opportunità, far l'atto penitenziale o all'inizio del rito o dopo la lettura della sacra Scrittura. Potrà sostituire con una ammonizione la preghiera di rendimento di grazie sull'Olio. Sappia tener presente questa possibilità di adattamento soprattutto quando il malato è degente in un ospedale, e gli altri infermi della sala o della corsia rimangono del tutto estranei alla celebrazione.

ORDINE SACRO e ordinazione. - Secondo la dottrina cattolica Gesù Cristo istituì la sua Chiesa in forma di società perfetta, e la dotò di un'autorità, alla quale affidò il potere di governare e istruire i fedeli, e di ministrare loro i mezzi da lui stabiliti per la vita soprannaturale. Il potere di ministrare questi mezzi costituisce la potestas ordinis, e viene dato per mezzo d'uno speciale sacramento, che si chiama ordine; l'azione e il rito con cui tale sacramento viene conferito si chiama ordinazione. Sebbene il sacramento sia uno, l'ordine non è unico, ma molteplice. Tre sono gli ordini d'istituzione divina: il diaconato, il presbiterato, e l'episcopato, tutti gli altri sono d'istituzione ecclesiastica, quale preparazione ai primi. Precisamente perché d'origine divina, il diaconato, il presbiterato e l'episcopato si trovano in tutti i tempi e presso tutte le chiese, sia di rito latino, sia di rito orientale. Gli altri ordini invece, perché d'origine umana, subirono varie mutazioni presso i varî riti. Nella Chiesa latina, secondo la legislazione attualmente in vigore (la quale però è antichissima, perché fondatamente la si fa risalire al secolo III o IV) gli ordini sono otto: cioè ai tre suddetti si debbono aggiungere l'ostiariato, il lettorato, l'esorcistato, l'accolitato, e il suddiaconato. La tonsura non è un ordine, ma soltanto un rito di ascrizione al ceto di persone che riceve gli ordini.
La Chiesa latina distingue i suoi otto ordini in maggiori e minori; maggiori sono il suddiaconato, il diaconato, il presbiterato e l'episcopato; minori gli altri. I maggiori sono anche chiamati sacri, perché più direttamente servono al ministero dell'altare, al quale servizio dispongono con una consacrazione perpetua e irrevocabile, e importano l'obbligo del celibato.
Ministro degli ordini è il vescovo; però gli ordini minori e la tonsura, essendo d'istituzione solamente ecclesiastica, possono essere conferiti anche da altra persona. Secondo il diritto vigente, hanno tale potere, annesso alla loro dignità, i cardinali, gli abbati regolari di governo, i vicarî e prefetti apostolici. La tonsura e gli ordini minori possono essere conferiti anche fuori della messa e negli oratorî privati; i maggiori soltanto nella messa e, se si tratta di ordinazioni generali, nella chiesa cattedrale, e quasi solo per eccezione altrove. La tonsura non può essere conferita con gli ordini minori, come neppure questi tutti insieme nello stesso giorno.
Per ricevere gli ordini si richiede: 1. avere l'età canonica, cioè 21 anni compiuti per il suddiaconato, 22 per il diaconato, 24 per il sacerdozio, 30 per l'episcopato; per la tonsura e per gli ordini minori non vi è età fissa: essi però non possono essere ricevuti prima dell'inizio degli studî teologici. 2. Possedere la scienza teologica e morale conveniente; il corso di teologia prescritto deve essere fatto frequentando le scuole speciali e con il programma stabilito dai sacri canoni. 3. Avere ricevuto gli ordini precedenti; le ordinazioni per salti sono interdette. 4. osservare il debito intervallo tra i varî ordini, cioè d'un anno tra gli ordini minori e il suddiaconato, e di 6 mesi per il diaconato e il presbiterato. 5. Avere un titolo canonico per la sostentazione, il quale può essere un beneficio ecclesiastico, il proprio patrimonio, o il servizio della diocesi o della missione; per i religiosi è il titulus paupertatis o della mensa comune. 6. Essere libero dalle irregolarità e dagl'impedimenti (v. appresso).
Il rito dell'ordinazione al diaconato, presbiterato ed episcopato è quello del Pontificale Romano. Esso deve essere osservato nella sua integrità; non tutte le cerimonie sono però essenziali, ritenendosi comunemente che l'essenza dell'ordine consista nella sola imposizione delle mani accompagnata dalla recita della formula corrispondente, mentre la consegna degli strumenti e le altre parti sono stimate accessorie. Per gli altri ordini d'istituzione umana, il rito consiste nella consegna degli strumenti, con la recita della formula da parte dell'ordinante. Gli ordini minori e il suddiaconato, sebbene non imprimano il carattere, non sono iterabili; i maggiori, essendo sacramento, imprimono il carattere, sono incancellabili, e il loro esercizio, anche se talvolta illecito, è sempre valido.
L'irregolarità ecclesiastica non è di per sé né una pena né una censura, ma "impedimento canonico perpetuo, che vieta di natura propria e direttamente, anzitutto la recezione dell'ordine sacro, e per via di conseguenza l'uso di esso". Si distingue l'irregolarità ex defectu da quella ex delicto, secondo che essa nasce dall'assenza d'una qualità richiesta o da delitto commesso dopo il battesimo ed esterno, sia pubblico sia occulto. L'irregolarità inabilita non solo a ricevere ed esercitare l'ordine sacro, ma anche ad acquistare uffici e benefici ecclesiastici; e non cessa, di per sé, se non per dispensa del papa e, in certi casi, del vescovo.
Sono irregolari ex defectu: 1. i figli illegittimi finché non siano legittimati (i trovatelli, per sé non ritenuti illegittimi dal diritto, hanno però bisogno della dispensa); 2. la persona con organismi troppo diíettosi (mutilati gravi, ciechi, sordi, seriamente deformi, ecc.); 3. epilettici, pazzi, ossessi; 4. i bigami, cioè quanti avessero contratto, uno dopo l'altro, due o più matrimonî; 5. i colpiti d'infamia iuris (cfr. Codex iuris Can., can. 2293, § 2; 2314, § 1, n. 2; 2359, § 2); 6. il giudice che avesse pronunziato una sentenza di morte; 7. chi avesse esercitato ufficio di boia, o comunque aiutato. Sono invece irregolari ex delicto: 1. gli apostati, eretici e scismatici; 2. chi ricevette, senza necessità, il battesimo da acattolici; 3. chi, legato da matrimonio o da ordine sacro o da voti religiosi, abbia attentato il matrimonio; o, libero, l'abbia attentato con donna legata da altro matrimonio o da voti religiosi; 4. chi abbia perpetrato (o aiutato) omicidio volontario e aborto; 5. chi si sia mutilato o abbia tentato uccidersi; 6. i chierici che esercitassero l'arte medica o chirurgica, che è loro vietata, se ne segue morte; 7. chi, senza aver ricevuto l'ordine sacro l'esercita, o continua nell'esercizio, quando canonicamente ne è privo. Il diritto canonico conosce anche il "semplice impedimento" all'ordine sacro, che non è irregolarità, e ne sono legati i figli di acattolici, finché i genitori restano acattolici; gli ammogliati; i gerenti d'amministrazioni, sinché non ne sono, onestamente, liberi; gli schiavi; quelli che devono prestare ancora il servizio militare; i neofiti, finché non siano sufficientemente provati; chi sia incorso nell'infamia facti (cfr. can. 2293, § 3).
Chiese non cattoliche. - Presso le chiese orientali separate dalla cattolica vi sono dottrine e riti differenti riguardo all'ordine sacro. È dottrina comune presso i greci "ortodossi" che la deposizione canonica priva di ogni potere sacerdotale chi ne è investito, riducendolo nelle condizioni di semplice fedele; i Russi poi riconoscono le ordinazioni fatte da vescovi cattolici, mentre i Greci non sono uniformi su questo punto. Gli "ortodossi" contano due ordini minori, lettorato e suddiaconato, e tre maggiori, diaconato, presbiteriato ed episcopato; la tonsura è ristretta ai monaci. Gli Armeni si avvicinano molto ai Latini, e hanno come questi quattro ordini minori e tre maggiori (il vardapet, o "dottore", non è che una dignità particolare del sacerdote, propria agli Armeni); i Siri (giacobiti) e i Copti hanno tre ordini minori e tre maggiori; i Caldei (nestoriani) due minori e tre maggiori.
Nelle chiese riformate, in genere, l'ordine non è concepito come un sacramento, ma solo come l'assunzione di un ufficio, o di una funzione spirituale, che in molte di esse - le cosiddette chiese presbiteriane - è unico. Tuttavia anche nel luteranesimo germanico si ammette che l'ordinazione conferisca i "diritti dello stato spirituale" e - prima dell'unificazione delle varie "chiese territoriali", - che non si dovesse ripetere, anche in caso di passaggio dall'una all'altra; e, in quelle della Svezia e della Norvegia, l'ordinazione presbiterale è diversa dalla episcopale. Presbiteriane sono le chiese di tipo calvinista. Episcopaliana è la chiesa anglicana (e la maggior parte delle metodiste, staccatesi da questa), che ammette 3 ordini: diaconato, presbiterato, episcopato. Il rito si fonda su quello cattolico precedente la riforma, sebbene con notevoli soppressioni, modificazioni e spostamenti; il carattere sacro dell'ordine è riconosciuto in genere, sebbene con sensibili divergenze secondo le varie correnti (per la validità, v. anglicana, comunione, III, p. 322). Ovunque è stata conservata l'imposizione delle mani; non v'è tonsura.

venerdì 2 marzo 2018

IL VIATICO

Il Viatico


Nel passaggio da questa all'altra vita, il Viatico del Corpo e Sangue di Cristo fortifica il fedele e lo munisce del pegno della risurrezione, secondo le parole del Signore: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6, 54).
Viatico durante la Messa
Il Viatico si riceva, se possibile, durante la Messa, in modo che l'infermo possa far la comunione sotto le due specie: la comunione in forma di viatico è infatti un segno speciale della partecipazione al mistero celebrato nel sacrificio della Messa, il mistero della morte del Signore e del suo passaggio al Padre .
Obbligo del Viatico
 Tutti i battezzati che possono ricevere la comunione sono obbligati a ricevere il Viatico. Infatti tutti i fedeli che per qualsiasi causa si trovano in pericolo di morte, sono tenuti per precetto a ricevere la santa comunione, e i pastori devono vigilare perché non venga differita l'amministrazione di questo sacramento, in modo che i fedeli ne ricevano il conforto quando sono ancora nel pieno possesso delle loro facoltà .
Viatico e Battesimo
È bene che nella celebrazione del Viatico il fedele rinnovi la fede del suo Battesimo, in cui ha ricevuto l'adozione a figlio di Dio ed è divenuto coerede della vita eterna promessa.
Ministri del Viatico
Ministri ordinari del Viatico sono il parroco e i suoi cooperatori, il cappellano di ospedale e il superiore di una comunità religiosa clericale. In caso di necessità, amministra il Viatico qualsiasi sacerdote, con il permesso almeno pre­sunto del ministro competente.
Anche un laico
In mancanza di un sacerdote, può recare il Viatico anche un diacono o un altro fedele, uomo o donna, qualora abbia ricevuto dal vescovo, per concessione della Sede Apostolica, l'autorizzazione a distribuire ai fedeli l'Eucaristia. In questo caso, il diacono usi il rito stesso descritto nel Rituale, gli altri ricorrano al rito di cui si. servono abitualmente nel distribuire la comunione, ma pronunzino la formula propria per l'amministrazione del Viatico, come la riporta il Rituale (n. 161).
Il rito continuo
Per i casi particolari, nei quali o per un male repentino o per altri motivi un fedele venisse a trovarsi d'improvviso in pericolo prossimo di morte, è predisposto un rito continuo per conferire all'infermo i sacramenti della Penitenza, dell'Unzione e dell'Eucaristia in forma di Viatico.
Se poi, per il pericolo imminente di morte, non ci fosse tempo per conferire tutti i sacramenti nel modo sopra indicato, si dia anzitutto la possibilità all'infermo di fare la confessione sacramentale, anche in forma generica, data l'urgenza; quindi gli si amministri il Viatico, al quale è tenuto ogni fedele in pericolo di morte; poi, se c'è tempo ancora, gli si conferisca la sacra Unzione.
Se però l'infermo non potesse per il suo stato ricevere la comunione, gli si deve dare la sacra Unzione.
Se l'infermo deve ricevere il sacramento della Confermazione, si tenga presente quanto viene più sotto indicato, ai nn. 167, 177, 205-206.
In caso di pericolo di morte, qualora ci fosse difficoltà a far venire il vescovo, o il vescovo stesso fosse legittimamente impedito, hanno ipso iure facoltà di confermare: i parroci e i vicari parrocchiali e, in loro assenza, i loro vicari cooperatori; i sacerdoti preposti a determinate parrocchie regolarmente costituite; i vicari economi; i vicari sostituti e i vicari coadiutori. Se non ci fosse nessuno dei sopra menzionati, può conferire la Confermazione ogni sacerdote non colpito da censura o da pena canonica .


UFFICI E MINISTERI VERSO GLI INFERMI
Nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, se un membro soffre, soffrono con lui tutti gli altri membri (1 Cor 12, 26) 19. Perciò la misericordia verso gli infermi e le cosiddette opere caritative e di mutuo aiuto, destinate ad alleviare ogni umano bisogno, sono tenute dalla Chiesa in grande onore 20; e tutti i tentativi della scienza per prolungare la longevità biologica 21 e tutte le premure verso gli infermi, chiunque le abbia o le usi, si possono considerare come preparazione ad accogliere il vangelo e partecipazione al ministero di Cristo che conforta i malati .
È quindi ottima cosa che tutti i battezzati partecipino a questo mutuo servizio di carità tra le membra del Corpo di Cristo, sia nella lotta contro la malattia e nell'amore premuroso verso i malati, sia nella celebrazione dei sacramenti degli infermi. Anche questi sacramenti infatti hanno, come tutti gli altri, un carattere comunitario, e tale carattere deve risultare, per quanto è possibile, nella loro celebrazione.
Obblighi dei familiari
In questo servizio di carità, prestato a sollievo dei malati, hanno un compito tutto particolare i familiari dei malati stessi e coloro che in qualsiasi modo sono addetti alla loro cura; tocca a loro soprattutto confortare i malati con parole di fede e con la preghiera comune, raccomandarli al Signore sofferente e glorificato, esortarli anzi a unirsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo, per contribuire al bene del popolo di Dio ; se poi il male si aggrava, tocca ancora a loro avvertire il parroco, e con delicatezza e prudenza preparare il malato a ricevere tempestivamente i sacramenti.
Visita ai malati
Si ricordino i sacerdoti, e soprattutto i parroci e gli altri elencati al n. 16, che è loro dovere visitare personalmente e con premurosa frequenza i malati, e aiutarli con senso profondo di carità . Soprattutto poi quando amministrano i sacramenti, cerchino di rendere più salda la speranza e più viva la fede di tutti i presenti nel Cristo sofferente e glorificato; con questo richiamo alla premura materna della Chiesa e al conforto che proviene dalla fede, recheranno sollievo ai credenti, e ridesteranno negli altri il senso delle realtà ultraterrene.
Catechesi
Perché quanto si è detto sui sacramenti dell'Unzione e del Viatico possa essere sempre meglio compreso, e perché la loro celebrazione nutra davvero, irrobustisca ed esprima la fede, importanza grandissima si deve dare alla catechesi: una catechesi adatta, fatta ai fedeli in genere e ai malati in specie, che li conduca quasi per mano a preparare la celebrazione di questi sacramenti e a parteciparvi attivamente, soprattutto se essa avviene in forma comunitaria; così la fede professata nel rito ravviva la preghiera della fede che accompagna la celebrazione del sacramento.
Ordinamento del rito
Nel preparare il rito e nel predisporne lo svolgimento, il sacerdote s'informi sulle condizioni dell'infermo, per poterne tener conto nel modo di ordinare l'insieme, nella scelta della lettura biblica e delle orazioni, nella celebrazione o meno della Messa, per l'eventuale conferimento del Viatico, ecc. Tutte queste cose il sacerdote dovrà, per quanto possibile, concordarle in precedenza con il malato o con la famiglia, approfittando dell' occasione per spiegare il significato dei sacramenti.


giovedì 1 febbraio 2018


 Il ministro dell' Unzione degli infermi

Ministro dell'Unzione è solo il sacerdote

16. Ministro proprio dell'Unzione degli infermi è il sacerdote soltanto 11. I vescovi, i parroci e i loro cooperatori, i cappellani di ospedali o di case di riposo e i superiori delle comunità religiose clericali, esercitano in via ordinaria questo ministero.


17. È loro compito e loro dovere, con la cooperazione di religiosi e di laici, preparare al sacramento i malati e coloro che li assistono, e conferire poi ai malati stessi l'Unzione.
Spetta all'Ordinario del luogo regolare eventuali celebrazioni  comunitarie per il conferimento dell'Unzione a malati provenienti da varie parrocchie o da ospedali diversi.

18. Gli altri sacerdoti possono conferire l'Unzione con l'assenso del ministro indicato al n. 16. In caso di necessità, basta l'assenso presunto, con l'obbligo però di informare a suo tempo il parroco o il cappellano dell'ospedale.

Presenza di più sacerdoti
19. Quando al capezzale di un malato ci sono due o più sacerdoti, nulla vieta che uno di essi pronunzi le preghiere e faccia l'Unzione con la formula sacramentale prescritta, e gli altri si spartiscano fra di loro le varie parti della celebrazione: riti iniziali, lettura della parola di Dio, invocazioni, ammonizioni. Ognuno di essi può imporre le mani sul malato.

c)   Ciò che si richiede per celebrare l'Unzione

Olio d'oliva o vegetale

20. Materia adatta per la celebrazione del sacramento è l'olio di oliva, o, secondo l'opportunità, un altro olio vegetale .

debitamente benedetto

21. L'olio per l'Unzione degli infermi deve essere appositamente benedetto dal vescovo o da un sacerdote che a norma di diritto o per concessione particolare della Sede Apostolica ne abbia la debita facoltà.

Oltre al vescovo, può ipso iure benedire l'olio per l'Unzione degli infermi:

a) il sacerdote che a norma di diritto viene equiparato al vescovo diocesano;

b) in caso di vera necessità, qualsiasi sacerdote .

La benedizione dell'olio degli infermi vien fatta normalmente dal vescovo al giovedì della Settimana santa .

Trattamento dell'olio

22. Qualora il sacerdote, in base al n. 21b, dovesse benedire l'olio durante il rito, può recarlo lui stesso o farlo preparare dai familiari dell'infermo in un piccolo recipiente adatto. L'Olio benedetto, eventualmente avanzato dopo la celebrazione, deve essere bruciato aggiungendovi cotone idrofilo.

Quando invece il sacerdote si serve dell' olio già benedetto dal vescovo o da un altro sacerdote, deve portarlo con sé in un'ampolla apposita: un'ampolla di materia adatta a conservarlo, ben pulita e con una quantità sufficiente di olio; per comodità, si può impregnare di Olio benedetto un batuffolo di cotone. Fatta l'Unzione, il sacerdote riporta l'ampolla al suo luogo, perché vi sia conservata con il dovuto rispetto. Si badi sempre che l'Olio non si alteri e rimanga quindi adatto all'unzione; lo si rinnovi quindi a suo tempo, o annualmente dopo la benedizione fatta dal vescovo nel giovedì della Settimana santa, o anche più spesso, secondo la necessità.

Due unzioni: sulla fronte e sulle mani

23. L'unzione si fa spalmando un po' di Olio sulla fronte e sulle mani dell'infermo; quanto alla formula, è bene dividerla in modo da pronunziare la prima parte mentre si fa l'unzione sulla fronte, e la seconda mentre si fa l'unzione sulle mani. In caso di necessità, basta fare un'unica unzione sulla fronte, pronunziando integralmente la formula sacramentale. Se poi la particolare situazione del malato rendesse impossibile l'unzione sulla fronte, la si faccia su di un'altra parte del corpo, pronunziando sempre integralmente la formula sacramentale.

Eventuali cambiamenti


24. Nulla impedisce che, tenuto conto delle tradizioni o del carattere particolare di una data popolazione, il numero delle unzioni venga aumentato o che se ne cambi il luogo: questi eventuali cambiamenti dovranno però esser previsti e predisposti nei Rituali particolari.

25. La formula per il conferimento dell'Unzione degli infermi è la seguente:

PER QUESTA SANTA UNZIONE E LA SUA PIISSIMA MISERICORDIA
TI AIUTI IL SIGNORE CON LA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO.
R. AMEN. E, LIBERANDOTI DAI PECCATI, TI SALVI E NELLA SUA BONTÀ TI SOLLEVI.
R. AMEN.

martedì 2 gennaio 2018

I SACRAMENTI DEI MALATI


I SACRAMENTI DEI MALATI

A.   L'Unzione degli infermi

Sono molti i passi dei vangeli da cui traspare la premura di Cristo Signore per i malati: egli li cura nel corpo e nello spirito, e raccomanda ai suoi fedeli di fare altrettanto. 

Ma il segno principale di questa premura è il sacramento dell' Unzione: istituito da Cristo e fatto conoscere nell'epistola di san Giacomo, questo sacramento è stato poi sempre celebrato dalla Chiesa per i suoi membri malati; in esso, per mezzo di una unzione, accompagnata dalla preghiera dei sacerdoti, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché dia loro sollievo e salvezza (cfr. Gc 5, 14-16) ed esorta i malati stessi ad associarsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo (cfr. Rm 8, 17 l) per contribuire al bene del popolo di Dio . 

L'uomo gravemente infermo ha infatti bisogno, nello stato di ansia e di pena in cui si trova, di una grazia speciale di Dio per non lasciarsi abbattere, con il pericolo che la tentazione faccia vacillare la sua fede. Proprio per questo, Cristo ha voluto dare ai suoi fedeli malati la forza e il sostegno validissimo del sacramento dell'Unzione .
La celebrazione del sacramento consiste sostanzialmente in questo: previa l'imposizione delle mani fatta dai presbiteri della Chiesa, si dice la preghiera della fede e si ungono i malati con olio santificato dalla benedizione di Dio; con questo rito viene significata e conferita la grazia del sacramento.

La grazia dell’Unzione

Questo sacramento conferisce al malato la grazia dello Spirito Santo; tutto l'uomo ne riceve aiuto per la sua salvezza, si sente rinfrancato dalla fiducia in Dio e ottiene forze nuove contro le tentazioni del maligno e l'ansietà della morte; egli può così non solo sopportare validamente il male, ma combatterlo, e conseguire anche la salute, qualora ne derivasse un vantaggio per la sua salvezza spirituale; il sacramento dona inoltre, se necessario, il perdono dei peccati e porta a termine il cammino penitenziale del cristiano .

La preghiera della fede

Nel sacramento dell'Unzione, esplicitamente legato alla preghiera della fede (cfr. Gc 5, 15), la fede stessa si esprime e si manifesta; devono prima di ogni altro ravvivarla e manifestarla sia il ministro che conferisce il sacramento, sia soprattutto il malato che lo riceve; sarà proprio la sua fede e la fede della Chiesa che salverà l'infermo, quella fede che mentre si riporta alla morte e alla risurrezione di Cristo, da cui il sacramento deriva la sua efficacia (cfr. Gc 5, 15) 5 si protende anche verso il regno futuro, di cui il sacramento è pegno e promessa.

a) A chi si deve dare l'Unzione degli infermi.

Gravità del male

L'Unzione sì deve dare agli infermi, dice l'epistola di san Giacomo, perché ne abbiano sollievo e salvezza 6. Con ogni premura quindi e con ogni diligenza si deve provvedere al conferimento dell'Unzione a quei fedeli, il cui stato di salute risulta seriamente compromesso per malattia o vecchiaia. Per valutare la gravità del male, è sufficiente un giudizio prudente o probabile, senza inutili ansietà; si può even­tualmente interpellare un medico.

Ripetizione del sacramento


Il sacramento si può ripetere qualora il malato guarisca dalla malattia nella quale ha ricevuto l'Unzione, o se nel corso della medesima malattia subisce un aggravamento.

Operazione chirurgica

Prima di un'operazione chirurgica, si può dare all'infermo la sacra Unzione, quando motivo dell'operazione è un male pericoloso.

Vecchi

Ai vecchi, per l'indebolimento accentuato delle loro forze, si può dare la sacra Unzione, anche se non risultano affetti da alcuna grave malattia.

Bambini

Anche ai bambini si può dare la sacra Unzione, pur­ché abbiano raggiunto un uso di ragione sufficiente a far loro sentire il conforto di questo sacramento.

Catechesi

Nella catechesi sia pubblica che familiare si abbia cura di educare i fedeli a chiedere essi stessi l'Unzione e, appena ne verrà il momento, a riceverla con fede e devozione grande, senza indulgere alla pessima abitudine di rinviare la ricezione di questo sacramento. Anche a tutti coloro che prestano servizio ai malati si spieghi la natura e l'efficacia del sacramento dell'Unzione.

Casi particolari


Quanto ai malati che abbiano eventualmente perduto l'uso di ragione o si trovino in stato di incoscienza, se c'è motivo di ritenere che nel possesso delle loro facoltà essi stessi, come credenti, avrebbero chiesto l'Unzione, si può senza difficoltà conferir loro il sacramento .

Se il sacerdote viene chiamato quando l'infermo è già morto, raccomandi il defunto al Signore, perché gli conceda il perdono dei peccati e lo accolga nel suo regno; ma non gli dia l'Unzione. Solo nel dubbio che il malato sia veramente morto, gli può dare il sacramento sotto condizione (n. 135) .

lunedì 4 dicembre 2017

La Malattia e il Mistero della Salvezza


LA MALATTIA E IL SUO SIGNIFICATO
NEL MISTERO DELLA SALVEZZA


Il problema del dolore

1. Il problema del dolore e della malattia è sempre stato uno dei più angosciosi per la coscienza umana. Anche i cristiani ne conoscono la portata e ne avvertono la complessità, ma illuminati e sorretti dalla fede, hanno modo di penetrare più a fondo il mistero del dolore e sopportarlo con più virile fortezza. Sanno infatti dalle parole di Cristo quale sia il significato e quale il valore della sofferenza per la salvezza propria e del mondo, e come nella malattia Cristo stesso sia loro accanto e li ami, lui che nella sua vita mortale tante volte si recò a visitare i malati e li guarì.

Malattia e peccato

2. Non si può negare che ci sia uno stretto rapporto tra la malattia e la condizione di peccato in cui si trova l'uomo; ma sarebbe un errore il considerare la malattia stessa, almeno in linea generale, come un castigo di peccati personali (cfr. Gv 9, 3). Cristo stesso, che pure è senza peccato, soffrì nella sua Passione pene e tormenti di ogni genere, e fece suoi i dolori di tutti gli uomini: portava così a compimento quanto aveva scritto di lui il profeta Isaia ( cfr. Is 53, 4-5); anzi, è ancora lui, il Cristo, che soffre in noi, sue membra, allorché siamo colpiti e oppressi da dolori e da prove: prove e dolori di breve durata e di lieve entità, se si confrontano con la quantità eterna di gloria che ci procurano (cfr. 2 Cor 4, 17).

Lotta contro la malattia e testimonianza cristiana del malato

3. Rientra nel piano stesso di Dio e della sua provvidenza che l'uomo lotti con tutte le sue forze contro la ma­lattia in tutte le sue forme, e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute: la salute infatti, questo grande bene, consente a chi la possiede di svolgere il suo compito nella società e nella Chiesa. Ma si deve anche essere pronti a completare nella nostra carne quello che ancora manca ai patimenti di Cristo per la salvezza del mondo, nell'attesa che tutta la creazione, finalmente liberata, partecipi alla gloria dei figli di Dio (cfr. Col 1, 24; Rm 8, 19-21). Non solo, ma i malati hanno nella Chiesa una missione particolare da compiere e una testimonianza da offrire: quella di rammentare a chi è in salute che ci sono beni essenziali e duraturi da tener presenti, e che solo il mistero della morte e risurrezione di Cristo può redimere e salvare questa nostra vita mortale.

4. Il malato deve lottare contro la malattia: ma non lui soltanto. 

Anche i medici, anche tutti coloro che sono addetti al servizio 

degli infermi, non devono tralasciare nulla di quanto può essere fatto, tentato, sperimentato per recar sollievo al corpo e allo spirito di chi soffre; 

così facendo, mettono in pratica quelle parole del vangelo in cui

Cristo raccomanda di visitare i malati; ma riferendosi al 

malato, Cristo intende l'uomo nell'integralità del suo essere 

umano: 

chi quindi visita il malato, deve recargli sollievo nel fisico e 

conforto nello spirito.


sabato 25 novembre 2017

LA SANTA COMUNIONE


LA SANTA COMUNIONE

Per ricevere bene la S. Comunione, bisogna essere in grazia di Dio, cioè senza peccati mor­tali nell'anima. Si deve ricevere il Signore in stato di Grazia santificante. 

Chi riceve la S. Comunione in peccato, commette il gravissimo peccato di sacrilegio. Inoltre occorre sapere che nella Santa Comunione, noi riceviamo COLUI che l'Universo non può contenere! 

É necessario perciò un grande raccoglimento interno ed ester­no: mani giunte, grande fede ed amore, vestiti decorosi.

Infine bisogna essere digiuni da un'ora, prima di ricevere Gesù nell'Ostia Santa. L'acqua naturale non rompe il digiuno, come pure le medicine. 

Non si devono assolutamente avere in bocca caramelle o gomme da masticare in Chiesa e prima di ricevere la S. Comunione, per­ché si rompe il digiuno. Fatta la S. Comunione, si va - tutti raccolti e con le mani giunte - al proprio posto senza correre.

In ginocchio, al nostro posto, facciamo il dovuto ringraziamento a Gesù venuto in noi, con le mani giunte, testa china ed occhi socchiusi, per favorire il necessario e cri­stiano raccoglimento.

É doveroso anche fare la genuflessione davanti a Gesù Sacramentato (la lampada accesa ci dice dov'è) e dire, con fede ed amore: "Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e divinissimo Sacramento!".
 
Ora qual è il nocciolo essenziale della confessione? Il ministero-mandato della chiesa di rimettere i peccati a colui che, convinto del proprio peccato e mosso dallo Spirito Santo sinceramente chiede perdono a Dio con il serio proposito di emendarsi.

Questa, crediamo, è la maniera giusta di confessarsi: credere nel Signore Gesù salvatore e redentore e accostarsi con fiducia a Lui, attraverso il ministero della Chiesa, manifestando il proprio peccato, accogliendo con fede il perdono-assoluzione, impegnandosi in un cammino di conversione, nella speranza che la grazia del sacramento ci accompagni.

La conversione impegna il cristiano, consapevole della propria fragilità, ad accostarsi con frequenza a questo sacramento. La tradizione ecclesiale non indica termini cronologici tassativi, ma consigliando la scelta di un confessore stabile, lascia al rapporto fra il confessore e il penitente il problema della frequenza. 

Il celebre decreto 21 del concilio Lateranense IV (1215) «confessarsi almeno una volta all'anno» indica non un ideale, ma prescrive un minimo indispensabile. In questo senso è ripreso anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica n.1457.

La gravità del peccato

La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale fa parte del costante insegnamento della Chiesa e del suo rifiuto di un rigorismo morale assoluto. 

Questa distinzione è frutto della riflessione teologica della chiesa che parte dalla Sacra Scrittura. Nel Nuovo testamento si parla di peccati che escludono dal Regno di Dio e peccati che non portano a questa conseguenza. Il concilio di Trento distingue, nel decreto sulla giustificazione tra peccati mortali che devono essere confessati e i peccati veniali che non comportano questo obbligo.

Questa distinzione non è contraria al vangelo e ipocrita (i peccati mortali non si possono fare, quelli veniali.. invece..) tiene invece conto della enorme complessità dell'uomo, della sua vita, della sua psiche. 

Nell'insegnamento classico il peccato mortale si compone di tre elementi: materia grave, la piena avvertenza della gravità e l'esplicita volontà di peccare. Quando manchi uno di questi tre elementi si commette il peccato veniale. 

Sembra quasi che il peccato veniale sia un peccato mortale.. non ben riuscito! Se poi si mette troppo l'accento sulla materia grave si corre il rischio di cadere in una casistica opprimente.

L'accento va posto, invece, sulla intenzione dell'uomo di vivere o meno la comunione con Dio in Gesù Cristo e di perseguirla con atti coerenti. Tuttavia non bisogna andare all'eccesso opposto: considerare la materia grave o lieve indifferente nel giudizio sul peccato. 

La vita umana è concreta, costituita da fatti, gesti ecc.. e questi hanno pure una loro importanza, ma il Vangelo ci insegna a guardare dentro l'uomo e allora anche una parola detta con odio e cattiveria può essere sottoposta al fuoco della geenna (MT 5,22).

È necessaria una continua formazione della coscienza cristiana attraverso il costante ascolto della Parola di Dio, aiutata dal magistero della Chiesa per capire la gravità del peccato, al di la della pur vera distinzione fra peccato mortale e veniale, e per poterlo eliminare dalla propria vita di seguace di Gesù Cristo.

Eucaristia e penitenza

Il rapporto fra eucaristia e penitenza ha attraversato momenti e sensibilità diverse. Si è passati dal considerare la penitenza come la condizione essenziale per poter ricevere la eucaristia:

non posso fare la comunione perché non mi sono confessato, era la convinzione comune, a considerare la confessione e l'eucaristia come due sacramenti assolutamente separati. In realtà i due sacramenti si richiamano vicendevolmente non nel senso che l'uno dipenda dall'altro, ma perché insieme realizzano, dopo il battesimo, il perdono dei peccati e la comunione con Dio.

Insegna il catechismo: «chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esami se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve, senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. (1 cor.11, 27-29) 

Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della riconciliazione prima di accedere alla comunione». (Catechismo della Chiesa Cattolica n.1386)

E ancora: «Il Corpo di Cristo che riceviamo nella comunione è dato per noi e il sangue che beviamo è sparso per molti in remissione dei peccati. Perciò l'eucaristia non può unirci a Cristo senza purificarci nello stesso tempo dai peccati commessi e preservarci da quelli futuri» (Catechismo n.1393)

L'eucaristia non è il premio dato ai santi, ma il pane dei pellegrini che ci sostiene nel nostro cammino ecclesiale verso la patria celeste (cfr. sequenza del Corpus Domini), ma il peccato mortale è il rifiuto di questo cammino, è il cercare altre strade, è giusto, perciò, rientrare nel cammino ecclesiale e allora l'eucaristia è ricevuta in tutta la sua efficacia sacramentale. 

Può succedere di non potersi confessare e voler ricevere l'eucaristia in casi particolari (per es. un matrimonio, un funerale ecc..) ma deve essere una cosa eccezionale, affrontata con la dovuta consapevolezza di chiedere sinceramente perdono al Signore e di voler confessarsi quanto prima, e non un atteggiamento superficiale che sembra quasi farne una questione cronologica.