domenica 31 luglio 2011

LA LUSSURIA: CARATTERISTICHE CULTURALI



La Lussuria caratteristiche culturali


Si può dire che il vizio della lussuria presenti caratteristiche soprattutto culturali essendo legata essenzialmente alla fantasia e all’immaginazione e trovando stimoli e suggestioni nei mezzi di comunicazione: televisione, romanzi, riviste, film.

Gli stessi comportamenti, tradizionalmente legati a tale vizio, confermano la sua indole propriamente culturale. Si pensi alla descrizione del personaggio di Don Giovanni:

egli mette in atto le sue seduzioni con un criterio strettamente intellettuale senza essere succube di passioni particolari.

L’unica cosa che lo interessi veramente è accrescere la propria collezione di donne.

Esso fa pensare che la tentazione diabolica sia di natura squisitamente intellettuale.

Nell’uomo l’organo sessuale per eccellenza è il cervello e l’appetito che gli uomini chiamano concupiscenza è un piacere della mente consistente nell’immaginazione del potere illimitato di piacere che essi posseggono.

La lussuria è dunque il vizio della quantità e non dell’amore, si ricerca il piacere e non una specifica persona.

Il fatto che la lussuria non cessi con la pace dei sensi mostra il carattere spirituale di questo vizio intellettuale malato di assoluto.

Don Giovanni cerca la bellezza assoluta senza mai riuscire a trovarla.

La lussuria è il vizio che caratterizza chi, rinnegando Dio, fa del corpo umano l’idolo a cui rendere un esclusivo omaggio.

Questa richiesta di assoluto si nota anche nella tendenza a idealizzare la sessualità e a rivolgere all’altro richieste eccessive, non accettandone la finitezza.

E’ una conseguenza della cultura narcisista, in cui l’essere umano vorrebbe mettersi al posto di Dio, credendosi il centro dell’universo.

Uomini e donne nei rapporti personali avanzano reciprocamente richieste esagerate e se ad esse non corrisponde una risposta adeguata diventano incapaci ad incontrare l’altro e si abbandonano a sentimenti di astio e di odio.

La sapienza dei padri della chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi passibili di “scomunica” e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana:

apostasia, adulterio, omicidio, aborto ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi “capitali” che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda, comportamenti generati da “pensieri malvagi” che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana:

autentici “vizi dell’anima”, che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati.

Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.

Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto.

Ora, se il piacere è cercato nella “quantità”, nell’eccedenza, l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità.

L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere:

l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico.

Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla comunicazione, alla relazione, cioè a una “storia” d’amore; ridotta all’erotismo, invece, essa frammenta, divide, dissipa il soggetto.

Chi è preda della lussuria assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo così una scissione della propria personalità e riducendo l’altro a una “cosa”, prima ancora che a una merce.

Le pulsioni erotiche, non più ordinate e armonizzate nella totalità del sé, sfogano la propria natura caotica e selvaggia, fino a sommergere l’altro, indotto nella fantasia o nella realtà quasi sempre con prepotenza all’atto sessuale:

la lussuria si manifesta là dove il piacere sessuale è incapace di sottostare alle elementari regole della dignità propria e altrui.

Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità, dimensione umana positiva tesa alla comunione tra uomo e donna:

la complessità del piacere sessuale non riguarda solo la genitalità e l’orgasmo, ma coinvolge la persona intera, con tutti i suoi sensi.

Linguaggio d’amore, manifestazione del dono di sé all’altro, il piacere sessuale è coronamento dell’unione e, come tale, resta inscritto nella storia di un uomo o di una donna:

appare nella pubertà ed è accompagnato dalla fecondità, per poi conoscere una stagione di sterilità, fino alla sua estinzione.

La lussuria, per contro, consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro.

Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza.

L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro;

e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio “altro”, sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione.

Viviamo in un contesto culturale, costruito ad arte da molti mass media e sfruttato dalla pubblicità, in cui l’unica realtà non oscena è quella dell’erotismo:

è ormai inevitabile imbattersi in immagini erotiche, che si imprimono nella mente per riemergere in seguito e stimolare fantasie perverse.

Per reagire a tale clima ammorbante dovremmo acquisire la consapevolezza che la lussuria toglie la libertà:

chi ne è schiavo finisce per asservirsi all’idolo del piacere sessuale, un idolo ossessionante che innesca una pericolosa dipendenza.

Chi è preda della lussuria è come malato di bulimia dell’altro, lo cosifica in modo reale nella prestazione sessuale o in modo virtuale nell’immaginazione.

La vera perversione in atto nella lussuria è, infatti, quella che induce a concepire l’altro come semplice possibilità di incontro sessuale, come mera occasione di piacere erotico.

Per questa strada si uccide l’eros per sempre.

Una gestione sana del piacere sessuale comporta che la presa di coscienza di un corpo sessuato si accompagni alla volontà di incontrare l’altro nella differenza e nel rispetto dell’alterità:

si tratta di integrare la sessualità nella persona, attraverso l’unità interiore della persona nel suo essere corpo e spirito.

Certo, richiede una padronanza di sé, ma questa è pedagogia alla vera libertà umana:

o l’essere umano domina le proprie passioni oppure si lascia da esse alienare e ne diventa schiavo.

Il lussurioso riceve come salario del proprio vizio una tristezza e una solitudine più pesanti, alle quali pensa di riparare entrando nella spirale lussuriosa per nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi piaceri:

sì, una spirale “diabolica” che separa sempre di più piacere da relazione e fecondità.

Per questo la disciplina interiore, anche nello spazio della sessualità, è sempre opera di libertà e, quindi, di ordine e di bellezza, sforzo di umanizzazione capace di trasformare anche l’esercizio della sessualità in un’opera d’arte, in un capolavoro che corona una storia d’amore.

Siamo sempre in grado di seguire, come modo di vivere contrapposto alla lussuria, l’insegnamento suggerito dal Cantico dei Cantici dell’A. T.

Il Cantico dei Cantici è un libretto ispirato, tutto dedicato alla celebrazione dell’amore. Può avere varie interpretazioni:

l’amore tra un uomo e una donna (è quello che appare d’immediato), l’amore tra Dio e il suo popolo (come nei profeti), l’amore tra Dio e una singola persona.

L’amore è allo stesso tempo umano e divino, e interessa tutto l’essere:

corpo, affetti, spirito, cioè la persona tutta in un crescendo ideale di reciproca donazione.

Nel Cantico si raccolgono in modo armonico e si fondono bene:

natura, corpo e sesso;

sentimenti ed emozioni;

desideri, sogni e realtà;

volontà, impegno, fedeltà.

Si tratta di un amore che è "fiamma di Jahwè" (8,6).

E’ la celebrazione della fedeltà monogamica (non molto presente neanche nell’A.T.) come amore appassionato, oltre l’erotismo e l’idealismo romantico.

Per questo ha ispirato e continua a ispirare coppie (cristiane e non), persone celibi e consacrate, mistici, uomini e donne che vogliono imparare ad amare in maniera intima e completa.

venerdì 22 luglio 2011

L'UOMO E LA VERITA'




L'UOMO E LA VERITA'

Che cos'è la verità?

Se lo chiedeva un certo Ponzio Pilato millenni orsono, e lo chiedeva ad un uomo, Gesù di Nazaret.

E purtroppo anche Pilato, come migliaia di nostri contemporanei ha optato per considerare, per preferire, per decidere che tale domanda resti relegata per sempre nella sfera dell’irrisolvibile.

Ma se la domanda sulla verità e per la verità viene meno, allora anche l’azione umana per la verità, verso la verità, verrà meno.

L’uomo, quello di ogni epoca e cultura, sperimenta la necessità di rispondere a tale domanda sulla verità, ha il cuore inquieto e aperto al vero.

Spesso quella dell'uomo è una conoscenza alterata:

di alcune cose sa molto, e sono le cose non necessarie, non essenziali, mentre di ciò che è vitale ignora quasi tutto.

Nasce anche una vita mostruosa;

si attribuisce valore a ciò che valore non è, mentre si nega ogni valenza a quanto invece costruisce l'unico bene per l'uomo.

Per quest'uomo il Signore fa risplendere una grande luce, apportatrice di gioia e di speranza.

Ma questa luce non brilla se non per chi desidera accoglierla, per quanti vogliono e si lasciano da essa illuminare.

La luce non nasce dall'uomo, discende dal cielo, non sale dalla terra, ha origine in Dio e nella sua misericordia ed il Signore l'ha inviata sulla terra in un modo che solo lui poteva pensare e realizzare, facendosi lui stesso luce nella carne.

Il mondo è nelle tenebre e nella menzogna, Cristo Gesù viene per portargli luce e verità.

Gesù dice Io sono la via, la verità e la vita.

Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo:

per rendere testimonianza alla verità.

Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.

Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

La nostra società ha un debito grandissimo verso la verità.

Soffre sotto il potere dominante del relativismo che è senza dubbio un cancro della nostra cultura e della nostra società.

C’è assenza e carenza di libertà, sebbene le apparenze indichino il contrario;

abbondano i surrogati della libertà.

Tutto ciò perché si offende la verità, perché si cerca di assoggettare la verità e di servirsene invece di servirla, perché si manipola la realtà, perché la si mette al servizio di interessi e di poteri.

Il dono di Dio deve essere accolto, solo allora esso inizierà a produrre frutti di gioia e di pace nei cuori.

Il pericolo è uno ed è per tutti uguale:

quello di iniziare con l'avvicinamento a Dio e poi finire con l'allontanamento dalla verità.

E’ quello di stare con il corpo nel Vangelo, mentre con l'anima si è nel peccato e con lo spirito si accarezzano menzogne e falsità;

si vive una vita formalmente cristiana, cioè religiosamente impastata ed intessuta di pratiche religiose, mentre il nostro cuore è assai lontano dall'aver accolto Gesù Signore.

La Chiesa ha il dovere di vigilare, di porre la più grande attenzione perché il cammino della conversione sia vero, sincero.

Non solo deve crescere essa stessa nella verità, deve far sì che le tenebre abbandonino per sempre questo mondo.

Per questo essa deve anche preoccuparsi che nel suo seno ci siano sempre sacerdoti santi che annunziano e danno la luce con la stessa autorità di Cristo.

Solo così essa potrà pescare uomini nella rete del regno e consegnarli a Dio, perché li accolga nella sua carità e misericordia infinita.

Oggi assistiamo sovente a delle divisioni tra i cristiani, la loro causa scatenante è l'assenza della verità, della carità e della luce, dovuta spesso alla cattiva volontà dell'uomo, alla sua opposizione sorda e cieca, ostinata a ciò che è volere del Signore.

Altre volte risiede proprio nella non conoscenza o nella trasformazione della verità, spesso a causa di cattivi pastori che seguono il disegno distruttivo del maligno.

Occorre ristabilire la verità.

La verità salva noi dagli altri, salva gli altri da noi; essa non libera solo chi la dice, e non la si deve mai dire per motivi personali;

va detta per se stessa, perché è il bene supremo della persona e della comunità.

Il Vangelo è la norma universale sulla quale tutti possono e si devono confrontare, lo esige la loro salvezza eterna.

Amore e verità vanno congiunti perché ci può essere amore solo per la verità e nella verità.

Amare Dio significa amare l’Amore, ma non si può Amare l’amore se non si ama chi ama.

Non è Amore quello che non ama nessuno.

L’uomo, quindi, non può amare Dio, che è l’Amore, se non ama l’altro uomo.

L’amore fraterno tra gli uomini «non solo deriva da Dio ma è Dio Stesso».

Dio si rivela come Verità solo a chi cerca la verità, Dio si offre come Amore solo a chi ama.

La ricerca di Dio non può essere, quindi, solo intellettuale, è anche bisogno di amore.

Da qui scaturisce spontaneamente la domanda:

cosa si ama quando si ama Dio?

È possibile cercare Dio solo immergendosi nella propria interiorità, confessandosi e riconoscendo il vero se stesso, riconoscimento che è lo stesso riconoscimento di Dio come verità e trascendenza.

Se l’uomo non cerca se stesso non può riconoscere Dio, poiché solo al di là di sé, in ciò che trascende la parte più alta dell’io, si intravede la realtà dell’essere trascendente.

Da un lato, le determinazioni di Dio si radicano nella ricerca, giacché Dio si rivela come trascendenza e verità solo nella ricerca;

dall’altro lato, la ricerca si fonda sulle determinazioni della trascendenza divina.

L’uomo, quindi, non può riconoscere la trascendenza se non cerca e non può cercare se la trascendenza non lo chiama a sé e non lo sorregge rivelandoglisi nella sua imperscrutabilità.

Dio è la condizione della sua ricerca, di ogni sua attività, dei rapporti inter-umani, Dio è l’Amore e la Verità e condiziona rende possibile ogni amore e ogni verità

POESIA: SIGNORA LUCIA


SIGNORA LUCIA

OSPEDALE DI TIVOLI
ARCHITRAVI BLU
CORSIE ALABASTRO
LETTO 536:
SIGNORA LUCIA,
SESSANTANNI,
PRECOCI CHIOME BIANCHE
INCORNICIANO LO SCARNO VOLTO,
PROFONDE IRIDI
SFAVILLANO MARRONI,
NELLA NERA PUPILLA
UN CERCHIO
BIANCO E LUMINOSO
TI SEGUE, TI SPIA
T'IMPLORA LA BUGIA.
TU SENTENDOTI MIRATO
COL CUORE ANGOSCIATO
SORRIDI FAI IL CLOWN
POI VIGLIACCAMENTE T'ALLONTANI.
LA VERITA' FA MALE
NON RESISTI PIU'.
STILLICIDA
AVANZA IL TEMPO
INESORABILE SUPPLIZIO
DI CARNI MARTORIATE,
SCENDE UNA LACRIMA FURTIVA,
TI VOLTI
UNA STANCA MANO
SALUTA DA LONTANO
ADDIO, ADDIO,
ARRIVEDERCI
SIGNORA LUCIA.


NOTIZIE SU TIVOLI


Antica città latina con il nome Tibur, chiamata da Virgilio con il titolo di Tibur Superbum (Eneide, Lib. VII) che tuttora campeggia nello stemma cittadino, si vanta di essere più antica di Roma (1215 a.C.).

L'insediamento arcaico nacque e si fortificò sulla riva sinistra dell'
Aniene, dove sorsero l'acropoli e gli edifici antichi (e tornarono poi ad arroccarsi i cittadini tiburtini del Medioevo), avvantaggiandosi della posizione dominante sul guado che costituiva il percorso più breve per la transumanza delle greggi fra il Tevere e l'Abruzzo, lungo la direttrice che sarebbe poi diventata la via Valeria.

Ancor oggi il rione dell'antica acropoli si chiama Castrovetere.

Il fatto che l'antica Tibur fosse punto di confluenza di popolazioni diverse (soprattutto
sabini e latini), è confermato dall'esistenza del grande santuario di Ercole Vincitore (restaurato dal giugno 2011), classico eroe latino divinizzato, i cui resti sono databili al II secolo a.C., ma che si può facilmente far risalire ad un più antico luogo di culto comune di popolazioni che si incontravano per commerciare.

Sistemato nel
IV secolo a.C. il contenzioso con Roma in espansione, e riconosciuta municipio romano con la Lex Iulia municipalis nel I secolo a.C., Tivoli divenne fra l'altro sede di molte ville di ricchi romani, come testimoniano i numerosi resti.

Quelle ancor oggi note e identificate sono attribuite a
Orazio, a Cassio, a Publio Quintilio Varo, a Manlio Vopisco (i cui resti sono incorporati nell'attuale Villa Gregoriana).

Il culmine di questi insediamenti fu rappresentato dalla villa di Adriano, nel II secolo.

Nel
Medioevo Tivoli fu sede vescovile e fortemente implicata nelle contese feudali.

Sempre gelosa della propria indipendenza, ma stretta tra i baroni romani e il feudo benedettino di Subiaco, per sottrarsi al patrimonio vescovile si schierò con i ghibellini;

tuttavia questo non le risparmiò di dividersi continuamente in fazioni e di rimanere ostaggio della contesa fra i potenti romani, come i Colonna e gli Orsini, per tornare infine, nel XV secolo, nel patrimonio della Chiesa, del cui stato seguì le sorti.

Nel
1867 fu testimone della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma con la colonna garibaldina Pianciani.

Durante la
seconda guerra mondiale la città, che si trovava sul percorso della ritirata dei nazisti verso il nord lungo la via Valeria, fu duramente bombardata dall'aviazione anglo-americana, che puntava ad interrompere i collegamenti ferroviari e stradali che da Roma condidevano verso l'Adriatico.

Durante l'occupazione tedesca fu forte la presenza di nuclei partigiani.

Ciò comportò sanguinose ritorsioni nonché la distruzione di infrastrutture da parte dei nazisti in ritirata.

Fino agli
anni settanta del XX secolo Tivoli rimase città a vocazione fortemente industriale e con una solida base operaia, orientata politicamente a sinistra, almeno nelle elezioni comunali.

Nella fase di deindustrializzazione che seguì, vi fu altresì forte e sentita la contrapposizione politica degli anni di piombo.

Numerosi furono gli estremisti di destra e di sinistra anche di rilevanza nazionale provenienti da Tivoli o legati alla città.


Mentre la parte moderna della città, costruita o ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, presenta caratteristiche architettoniche e urbanistiche modestissime, la parte antica conserva persistenze medioevali di rilievo e permette percorsi interessanti e pittoreschi.

Si trovano qui, anche, i principali e più antichi siti archeologici urbani, come l'acropoli, con il tempio di Vesta e il tempio della Sibilla, il tempio della Tosse, il Santuario di Ercole Vincitore.

Più in alto, sulla spianata che domina la campagna romana, sorgeva l'Anfiteatro di Bleso, costruito in età adrianea.

I resti del monumento, parzialmente demolito e interrato nel XV secolo per riservarne la posizione dominante alla Rocca Pia voluta dal papa Pio II Piccolomini, tornarono alla luce nel 1948.

I principali punti di attrazione erano l'orrido della Villa Gregoriana, le cascate dell'Aniene, e le due ville oggi patrimonio dell'umanità:






S. MARIA MADDALENA: FESTA 22 LUGLIO



SANTA MARIA MADDALENA

S. M. Maddalena nel Nuovo Testamento viene citata solo nei Vangeli.

Si tratta di una delle pie donne che seguivano Gesù.

Le pie donne erano piuttosto donne anziane, o vedove, infatti era costume allora che le donne si sposassero adolescenti, e restavano in casa ad accudire la casa e crescere i figli, poi in tarda età quando i figli erano sistemati, rimanevano solo vedove, avevano tempo a dedicarsi ad opere pie e religiose, come la profetessa Anna che serviva al Tempio; Luca 2: 36-38.

S. M. Maddalena come altre pie donne che seguivano Gesù, era stata una miracolata, esattamente essendo posseduta da 7 demoni Gesù l’aveva esorcizzata e guarita; Luca 8: 1-3

In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio.

C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità:

Maria di Màgdala, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni. Marco 16: 9

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni.

S. M. Maddalena dai Vangeli risulta chiaro che si tratta di una donna della città di Magdala, situata sulle sponde del lago Tiberiade in Galilea, ed è diventata discepola di Gesù, quasi all’inizio della sua missione, ed insieme ad altre anziane, ha seguito Gesù fino a Gerusalemme, divenendo testimone della sua morte, resurrezione ed ascensione.

Per ignoranza la chiesa latina e precisamente nel 591 il papa S. Gregorio Magno ( 540-604), S. M. Maddalena è stata unita ad altre donne del Vangelo formandone un’unica persona;

quindi secondo la chiesa latina S. M. Maddalena sarebbe anche la peccatrice anonima; Luca 7: 36-50,

e perfino una S. Maria di Betania sorella di Lazzaro; Luca 10: 38-42; Giovanni 11: 1-44,

non solo queste qualcuno ha identificato S. M. Maddalena anche con l’adultera; Giovanni 8: 1-11.

Quanta confusione ed ignoranza, infatti mentre S. M. Maddalena è stata guarita, la peccatrice anonima è stata perdonata, mentre S. M. Maddalena è galilea, S. Maria di Betania è giudea, e quando Gesù si reca in Giudea e viene ospitato da S. Marta di Betania, S. M. Maddalena era venuta in Giudea con Gesù dalla galilea; Luca 23: 55-24:10.

L’adultera, la incontriamo a Gerusalemme nel periodo che precede la Passione; Giovanni 8: 1-11.

Sono quindi persone diverse, e farle divenire un’unica persona, ha alterato la loro identità, vediamo che S. M. Maddalena e S. Maria di Betania vengono prese per peccatrici, prostitute ed adultere!

Tutto questo è sbagliato, ma vediamo che nella chiesa orientale queste donne hanno mantenuto la loro identità, e vengono ricordate in date diverse.

Dopo il Concilio Vaticano II, nel 1969 la chiesa cattolica ha separato queste diverse donne, e ora S. M. Maddalena non viene più considerata la peccatrice anonima, e nemmeno S. Maria di Betania e l’adultera.

La Maddalena che segue costantemente il Maestro dalla Galilea alla Giudea, fino ai piedi della croce e il cui ardente amore Gesù premia nel giorno della Risurrezione è inconfondibilmente "presso la croce di Gesù", poi in veglia amorosa "seduta di fronte al sepolcro", infine, all'alba del nuovo giorno è la prima a recarsi di nuovo al sepolcro, dove ella rivede e riconosce il Cristo risorto da morte.

Alla Maddalena, in lacrime per aver scorto il sepolcro vuoto e la grossa pietra ribaltata, Gesù si rivolge chiamandola semplicemente per nome:

"Maria!" e a lei affida l'annuncio del grande mistero:

"Va' a dire ai miei fratelli:

io salgo al Padre mio e Padre vostro, al mio Dio e vostro Dio".

E’ questa la Maddalena che la Chiesa oggi commemora e che, secondo un'antica tradizione greca, sarebbe andata a vivere a Efeso, dove sarebbe morta.

In questa città avevano preso dimora anche Giovanni, l'apostolo prediletto, e Maria, Madre di Gesù.

L'AMORE CRISTIANO



L’AMORE CRISTIANO

Cristo visse di amore, di compassione, di benevolenza, di accoglienza, di offerta sacrificale;

si fece olocausto e si consumò nella sua carne per manifestare al mondo l'amore con il quale il Padre ci ha amati.

L'amore brucia Cristo come il fuoco sacro che nel tempio ardeva sotto la vittima e la rendeva cenere.

La croce è il legno che ha consumato la carne di Cristo e l'ha resa sacrificio di amore, acqua di salvezza per l'intera umanità.

Il cristiano deve rendere nel mondo manifesto l'amore del suo Maestro allo stesso modo che Gesù mostrava visibile l'amore del Padre.

E' da Dio solo quell'amore che sa:

farsi tutto a tutti,

che sa dividersi,

consumarsi,

donarsi,

perdersi,

morire.

L'accoglienza cristiana diviene pertanto dono di amore e di misericordia, offerta di perdono e di scusa, condivisione e carità, comunione e partecipazione alla sorte dei fratelli.

L'universalità è la caratteristica dell'amore cristiano, perché essa è la caratteristica dell'amore di Dio.

Il cristiano ha tante potenzialità di doni celesti da potersi in ogni istante santificare;

se non si raggiunge la santificazione, è solo per propria colpa, perché non si è assunta la responsabilità personale di iniziare da subito l'opera della propria crescita spirituale andando incontro al fratello e affidandosi completamente a lui.

Nei confronti di Dio

Il primo è di lasciarsi interpellare dalla parola di Dio, trasmessa dalla tradizione vivente, e di non mettersi in stato di opposizione irritata, ma di ascolto filiale nei confronti dello Spirito santo che anima la Chiesa.

Se vogliamo vivere la vita cristiana e conoscerne il prezzo e la gioia, dobbiamo lasciare che lo Spirito santo dispieghi in noi tutte le sue virtualità, tutte le sue ricchezze, tutti i suoi frutti.

Occorre che ci lasciamo ispirare e condurre dalle parole di san Paolo:

"Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

La carità non abbia finzioni:

fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene;

amatevi con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda" (Rm 12,2.9-10).

Una vita cristiana che si lascia guidare in tal modo dallo Spirito del Signore gusterà i frutti promessi dalla sua presenza.

Questi frutti da cui si conosce l’albero, li enumera san Paolo. Si chiamano:

"amore,

gioia,

pace,

pazienza,

benevolenza,

bontà,

fedeltà,

mitezza,

dominio di sé" (Gal 5,22).

Accogliendo con tutte le sue esigenze "l’amore che lo Spirito riversa nei nostri cuori", noi riceveremo una "forza d’amare" capace di trasformare e di vivificare tutte le dimensioni dell’esistenza umana (cfr. Rm 5,5).

Questa accoglienza dello Spirito santo nessuno l’ha vissuta più profondamente di Maria, che "lo Spirito santo ha coperto con la sua ombra" il giorno dell’Annunciazione come il mattino della Pentecoste.

Maria si offre a lui, in uno slancio di disponibilità e di adesione totale, corpo e anima.

L’accoglimento della sua maternità spirituale nei nostri confronti resta, anche per la nostra generazione, un segreto di purezza, di freschezza, di giovinezza.

Con la sua discreta e penetrante presenza essa dissipa le tenebre in noi e attorno a noi.

Nei confronti di noi stessi e degli altri

E’ un invito ad accettare umilmente la nostra condizione umana, fatta di buona volontà e di debolezza, di coraggio e di stanchezza, e di accettare, in tutta verità, che il Signore sia anche per noi Salvatore e Redentore.

Il vangelo è il lieto annuncio della verità, della grazia e del perdono.

Siano o no le nostre colpe oggettivamente gravi, dobbiamo rileggere la storia del figlio prodigo (Lc 15) non per seguirne le peripezie, ma per intravedere prima di tutto quell’abisso di premura e di bontà che caratterizza il padre.

Ciò che gli interessa non è anzitutto la confessione delle colpe di suo figlio:

l’aveva già perdonato in anticipo.

Il padre è più commosso del figlio nella gioia della riconciliazione e della festa.

Dobbiamo accettare umilmente di lasciarci guarire da Gesù.

Il vangelo ce lo mostra in tanti luoghi mentre guarisce coloro che gli si avvicinano con fede.

"Una forza usciva da lui" per sanare ogni languore, ogni infermità e ogni malattia.

Questa forza resta sempre operante in mezzo a noi.

Comunicare con Gesù nell’eucaristia significa accogliere colui che è la risurrezione e la vita per l’anima e per il corpo. Comunicare con lui significa ricevere già il pegno e l’anticipazione di ciò che attendiamo nella futura trasfigurazione dell’uomo totale.

In unione con i nostri fratelli

Dobbiamo anche accettare, umilmente, che non possiamo vivere il cristianesimo da soli e che abbiamo bisogno dei nostri fratelli che camminano con noi sulla stessa strada.

Nel combattimento interiore che si svolge in ogni uomo per crescere e per restare fedele ai propri impegni più sacri, egli deve poter trovare un appoggio sui suoi fratelli.

Il "guai a chi è solo" (Qo 4,10) della Sacra Scrittura è particolarmente vero in questa lotta per mantenere o sviluppare la padronanza di sé.

Sappiamo che Dio, il quale veglia su di noi come un Padre sui suoi figli, metterà sulla strada di ciascuno la persona o il gruppo di persone che potrà dire a suo nome la parola necessaria e salvatrice.

"Il fratello aiutato dal fratello è una roccaforte" ci dice la Scrittura.

Quanti drammi avrebbero potuto essere evitati se nell’ora dei conflitti interiori e delle tentazioni la parola di un consigliere, di un amico, di un gruppo fosse stata detta per tempo e ascoltata con buone disposizioni.

La fiducia e lo scambio aiutano a veder chiaro in sé, a esorcizzare le sirene, a toglierci i fumi e a rimetterci con i piedi per terra.

Tutti siamo corresponsabili nei confronti dei nostri fratelli:

stiamo attenti ai peccati di omissione ogni qualvolta non li correggiamo fraternamente o li perdiamo per strada.

Restaurare l’amore autentico

Il cristiano, per vocazione, è fermento nella pasta. Bisogna che noi, non soltanto viviamo le esigenze dell’amore, ma che aiutiamo a restaurare l’amore autentico nel mondo.

L’avvilimento e la dissacrazione dell’amore sono due delle forme in cui si manifesta più sensibilmente (insieme con l’odio, la violenza e la guerra) l’azione di quelle potenze misteriose del male e del principe della menzogna:

il diavolo.

Le famiglie cristiane che vivono le esigenze della loro fede e del loro amore hanno il dovere di manifestarlo in maniera del tutto speciale, in privato e in pubblico, e di cercare mediante atti concreti e concertati come reagire contro la degradazione dei costumi.

Abbiamo il coraggio di andare contro corrente e di combattere tutto ciò che avvilisce l’amore:

tutte le forme di pornografia e di oscenità.

Difendiamo il valore della vita nascente fin dalla sua origine. Difendiamo i valori morali che stanno alla base di ogni civiltà. Spetta alle famiglie cristiane ricordare al mondo che il Signore ha detto il vero quando affermava:

"Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero".

Promessa che non esclude la sofferenza, ma che sbocca in una pace e in una serenità che il mondo non conosce.

Proclamiamo il vangelo dell’amore vero!

E non sorprendiamoci se questo cozza, oggi come ieri, contro le opinioni o i comportamenti contrari.

In quella "società permissiva e decadente" che era l’impero romano fu specialmente nel campo della castità che si manifestò il non-conformismo delle prime comunità cristiane.

Riconosciamo francamente che la sessualità è uno di quei campi della vita morale in cui il vangelo è al tempo stesso più preciso, più esigente e più misericordioso.

Possano i cristiani scoprire sempre meglio che "la legge del Signore è gioia per il cuore luce per gli occhi".

Questa parola del Signore rimane vera, oggi come ieri.

Con il salmista possiamo e dobbiamo ripeterla con riconoscenza:

"La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;

la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice.

Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi" (Sal 19,8-9).