sabato 16 luglio 2011

LA TEMPERANZA E LA CASTITA'


LA TEMPERANZA E LA CASTITA’

Per fermarci alla virtù della castità ciò che è essenziale in questa virtù non è tanto la moderazione dei piaceri sessuali stessi, ma la moderazione degli atti, che sono per sé ordinati alla propagazione della specie.

L'eccesso ci può essere anche senza piacere sessuale.

Ogni operazione naturale, infatti, per natura sua, è stata ordinata dal sapiente Autore della natura a qualche fine, che nella valutazione morale si dice fine dell'opera o fine intrinseco.

Questo fine non dipende dall'intenzione dell'agente, cioè il fine di chi opera non può far sì che questa operazione naturale non sia più ordinata, secondo la divina disposizione, al suo fine intrinseco.

Così ogni atto sessuale per sé è ordinato alla propagazione della specie e nessuna umana autorità può togliere questa intrinseca ordinazione dell'azione stessa.

Ma Dio, provvidente, agli atti naturali e necessari alla vita dell'individuo e della propagazione della specie, ha unito una soddisfazione soggettiva o un piacere particolare del soggetto che agisce:

il piacere sessuale negli atti carnali ed il gusto dei cibi nelle vivande.

Questo piacere, connesso normalmente all'atto, trascina soavemente all'azione da farsi e alle volte ci spinge con un forte impulso.

I teologi parlano di gioia per l'atto poiché non si chiede che il suo fine sia compreso pienamente da colui che agisce.

L’agente apprezza l'ordine morale, con il cercare il piacere connesso all'opera buona, a patto che il fine dell'opera non venga escluso con espressa intenzione.

Da qui appare chiaro che il piacere nel nutrire il corpo e il piacere negli atti sessuali è qualcosa di marginale nell'ordine delle cose.

L'esercizio delle facoltà sessuali della persona umana va attuato secondo le norme della ragione e della fede cristiana con riferimento alle diverse vocazioni e condizioni di vita, per cui si può parlare di una castità verginale e di una castità matrimoniale.

Virilità e femminilità sono doni e vocazioni complementari, destinati a realizzarsi, nella donazione reciproca:

la dimensione sessuale della persona è perciò un bene, che ha per fine l'amore umano.

Affinché l’uomo e la donna, profondamente sconvolti dal peccato originale, non escano dalla loro finalità provvidenziale, occorre che vengano educati in maniera autenticamente umana e a servizio della vita nel contesto del matrimonio, per garantire la santità del quale, Gesù ha addirittura istituito un sacramento specifico.

Se la persona non è padrona di sé, attraverso la virtù della castità, manca di quell’autocontrollo che la rende capace di donarsi solo nel contesto voluto e predisposto da Dio, che è quello del matrimonio indissolubile.

La castità è l’energia spirituale che sa attendere e che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività.

La castità di due sposi è la padronanza di sé per il dono di sé, quindi virtù che custodisce e nutre l’amore.

Nella misura in cui negli sposi s’indebolisce la castità, il loro amore diventa progressivamente egoistico, cioè soddisfazione disordinata di un desiderio di piacere e non più dono di sé. 

La castità è il coraggio di dire “no” all’amore solo carnale, per avere la forza di dire “si” all’amore vero, quello con l’A maiuscola.

La castità di due sposi è la decisione tenace e fedele di rifiutare l’uso di sé e dell’altro come “cosa” e di educare e celebrare il senso della persona, il rispetto dell’altro, la vocazione alla comunione nell’ordine e nell’armonia.

Un discorso delicato e difficile oggi questo, in questa violenta pressione della cultura materialistica contemporanea, ma che la Chiesa di Cristo non può tralasciare, nella fondata speranza di incontrare accoglienza in persone di retto e nobile sentire.

A questo punto sarebbe doveroso un accenno anche alla verginità consacrata, cioè scelta per ragioni superiori di intimità con Dio e di dedizione totale a servizio dei fratelli, profumo delicato e divino che ha avvolto di sé tutti questi 2000 anni di storia ecclesiale.

Partendo dalla verginità purissima e feconda della Madre di Dio per giungere a Madre Teresa di Calcutta o alla suora, che, tra noi o in terra di missione, offre la sua verginità di cuore e di corpo a servizio dell’Amore.

Chi può comprendere,

comprenda, direbbe oggi Gesù.

Anzi è tanta la fecondità spirituale della verginità consacrata che la Chiesa la richiede come disposizione oblativa al dono totale di sé, nonostante le immancabili difficoltà in materia, ai suoi sacerdoti, almeno quelli di rito latino.

Grande forza quella del celibato sacerdotale e per questo accanitamente contestata dai nemici della Chiesa, oggi più che mai.

Ma la Chiesa non cede su questo punto, anche se non è, strettamente parlando, un’esigenza dogmatica unita all’esercizio del ministero sacerdotale, ma solo una ricchezza preziosa della sua tradizione spirituale.

Tutto questo discorso sulla temperanza nelle sue espressioni di sobrietà e castità esigerebbe come preliminare un allenamento della volontà che il linguaggio cristiano è solito indicare con i termini mortificazione o penitenza, entrambi molto ostici alla sensibilità del materialismo e edonismo contemporanei.

Ma è evidente che è assai arduo mantenersi sobri e casti, data la forte ed irruente attrazione dei piaceri sensibili, senza tale allenamento alla mortificazione e alla penitenza.

Del resto qualsiasi forma di agonismo sportivo implica un allenamento, spesso prolungato ed esigente.

E la gioia del risultato o della vittoria raggiunta ripaga ad oltranza l’atleta dello sforzo di allenamento compiuto.

E’, dunque, indispensabile educare noi stessi e le persone affidate alle nostre cure, iniziando proprio dai nostri bambini mai contenti, a non assecondare ogni desiderio con la prassi dei piccoli fioretti volontari, tanto in auge in tempi di maggiore autenticità cristiana ed ora praticamente dimenticati.

Al problema della castità vanno connessi tanti altri problemi da richiedere una trattazione a parte.

Le virtù che il cristiano deve coltivare durante tutta la sua vita, se vuole testimoniare Cristo, sono un dono prezioso dello Spirito Santo.

Esse ci aiutano a vivere bene anche dal punto di vista umano, ma soprattutto ci danno la forza di amare Dio con tutto il cuore, e di metterlo al primo posto senza trascurare l’amore del prossimo.

Quando l’amore è vero e totale non reprime, non castiga i propri piaceri, gli istinti, i desideri, gli slanci, ma li corregge con bontà e giudizio, li guida e li sublima, perché l’uomo sia davvero uomo, buon cristiano e onesto cittadino, come diceva Don Bosco. 

Quando lo spirito dell’uomo non è ben sorretto né dall’alto né dalla persona stessa, allora rischia di andare molto oltre gli impulsi che, secondo natura, muovono gli stessi animali.

Questi, per esempio, quando sono sazi, smettono di mangiare;

l’uomo invece, a volte, cerca soltanto il gusto e non il nutrimento.

Si racconta che i romani, nei banchetti, quando erano sazi si procuravano il vomito per poter gustare altro cibo.

Gli studiosi ci dicono che gli animali solitamente non uccidono per il piacere di uccidere.

Invece, l’uomo di tutti i tempi si addestra nell’arte della guerra.

San Paolo mette in guardia i primi cristiani dalle opere che vengono dal maligno e dalla cattiveria umana, che sono:

“Fornicazione,

impurità,

libertinaggio,

idolatria,

stregonerie,

inimicizie,

discordia,

gelosia,

dissensi,

divisioni,

fazioni,

invidie,

ubriachezze,

orge,

e cose del genere” (Gal 5,19ss).

In questi casi gli istinti si scatenano nella libertà più assoluta, mentre l’uomo stesso non tiene in nessun conto i suggerimenti di Dio.

Poco più in là, l’Apostolo ci invita a guardare alle opere dello Spirito e cioè:

“Amore,

gioia,

pace,

pazienza,

benevolenza,

bontà,

fedeltà,

mitezza,

dominio di sé” (Gal 5,22ss).

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti;

ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte (Salmo 1.)

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