lunedì 11 luglio 2011

PRUDENZA PER ARISTOTELE, TOMMASO E KANT



La concezione aristotelica
della prudenza

Il termine usato da Aristotele per indicare quella che noi chiamiamo prudenza è phronesis, che deriva da phren, mente, senno, e letteralmente significa azione della mente, del senno.

Aristotele definisce la prudenza come la «capacità di deliberare bene su ciò che è buono e vantaggioso non da un punto di vista parziale, come per esempio per la salute, per la forza, o per la ricchezza, ma su ciò che è buono e utile per una vita felice in senso globale.

La prudenza, dunque, è veramente tale solo se ha per fine il bene, vale a dire la vera felicità.

Essa, per poter deliberare, deve vertere non sulle cose che non possono stare diversamente, bensì su quelle che dipendono da noi, cioè sulle azioni umane, sulle scelte, che possono essere di un tipo o di un altro.

La prudenza dunque non è una scienza, non fa dimostrazioni, ma è rivolta non alla conoscenza fine a se stessa, bensì alla prassi, all'azione.

La prudenza è la virtù della ragione pratica, una volta appresa, non si dimentica più, cioè è diventata un autentico abito, un possesso definitivo.

La prudenza secondo

S. Tommaso d’Aquino

Sarà San Tommaso d’Aquino a definire la prudenza “auriga virtutum”, il cocchiere delle virtù:

come il cocchiere guida con fermezza la biga trainata dai cavalli, così la prudenza guida con il suo equilibrio il cocchiere delle varie virtù, perché possa avanzare in modo armonico e sicuro.

Secondo San Tommaso la prudenza è, in definitiva, la retta logica delle cose da farsi, attraverso cui si manifesta l’unione di intelletto e volontà, le due facoltà spirituali dell’uomo orientate al bene, teorico e pratico.

Tutti i dieci comandamenti di Dio si riducono all’attuazione della prudenza, essendo ogni peccato contro la prudenza.

Ingiustizia, viltà, intemperanza sono in contrasto con le virtù della giustizia, della fortezza, della temperanza, ma in ultima istanza sono in contrasto con la prudenza.

Scrive San Tommaso:

“La prudenza è la virtù più necessaria per la vita umana”.

Infatti, il ben vivere consiste nel ben operare.

Ma perché uno operi bene non si deve considerare solo quello che compie, ma anche come lo compie e così si richiede che agisca, non per impulso o per passione, ma secondo una scelta o decisione retta”.

San Tommaso sottolinea l’importanza della prudenza per tutti gli uomini che desiderano incamminarsi sulla via della felicità e della pace beata, ma in particolare per la categoria degli uomini politici, di coloro cioè che hanno la responsabilità di provvedere al bene comune, cioè alla soddisfazione di tutti.

Ai governanti chiede una prudenza speciale, che chiama regale o politica, in quanto ordinata al bene comune.

Ma San Tommaso entra ancora più nello specifico offrendoci una definizione del concetto di prudenza in cui elenca alcune categorie che ne sostanziano il significato:

la memoria, quale capacità di ricorrere alle esperienze del passato;
l’intelletto, quale capacità di discernere la realtà presente;
la docilità, intesa come umiltà nel chiedere consiglio agli altri,
l’instancabilità nell’istruirsi al cospetto della molteplicità reale delle cose e delle situazioni da apprendere,
la rinuncia a fuggire nell’assurda autarchia di un sapere presunto;
la solerzia, quale potere perfetto in forza del quale l’uomo, davanti a situazioni improvvise, agisce rapidamente e obiettivamente;
la sagacia, come prontezza nel risolvere le urgenze,
la capacità di decidere rapidamente, magari rischiando di sbagliare;
la circospezione, ovvero la capacità di guardare attorno, l’attenzione accurata alle circostanze, ciò che è attorno a noi e attorno all’azione che si deve compiere; 
la precauzione, come cautela contro i pericoli, impedimenti ed ostacoli.

Con Tommaso, come già per Aristotele, l’uomo possiede due facoltà spirituali che è in grado di orientare al bene:

l’intelletto (per il bene teorico) e la volontà (per il bene pratico).

La scelta, sostiene Tommaso, è propria della volontà che in sé è già orientata al bene.

Ma per scegliere rettamente, la volontà ha bisogno dell’intelletto che la deve “illuminare”, giudicando ciò che va fatto e ciò che, invece, va evitato.

La scelta è così un tutt’uno di intelletto e volontà.

Quest’unione passa attraverso il “giudizio pratico”, cioè attraverso quell’attività della ragione che è in grado di mediare tra la norma generale e la conoscenza del caso particolare e che è, appunto, la prudenza, definita, quindi, come la «retta ragione dell’agire.

La prudenza secondo Kant

La prudenza, secondo Kant, sarebbe costituita solo da precetti tecnico-pratici, i quali insegnano quali mezzi si devono adottare per raggiungere un determinato fine, tenendo conto soltanto di leggi naturali, sia per quanto concerne la possibilità delle azioni che per quanto concerne la determinazione della volontà, senza alcuna preoccupazione di ordine morale.

In tal modo la prudenza viene assimilata all'abilità, cioè diventa una semplice tecnica che ha un fine esclusivamente "naturale", cioè non il bene morale, ma il benessere, cioè lo star bene, la prosperità, la felicità, rispettivamente della famiglia o dello Stato.

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