mercoledì 30 novembre 2011

LA VALTORTA MISTICA



VALTORTA MISTICA

Proprio agli inizi del 1943, quando Maria, inferma da nove anni, pensava di aver consumato ogni sacrificio e di essere prossima alla fine, Padre Migliorini, un religioso Servita che da alcuni mesi la dirigeva spiritualmente, le chiese di scrivere le sue memorie.

Dopo un’esitazio­ne ella acconsentì, e con disinvoltura, seduta nel letto, riempì di suo pugno sette quaderni in meno di due mesi, non solo dando prova di grande talento come scrittrice, ma anche aprendo la sua anima in una confidenza senza veli.

Si era come liberata del passato, affidato a quelle 760 pagine ma­noscritte consegnate al confessore, e si predisponeva con maggiore fiducia alla morte, quando una voce, già nota al suo spirito, le dettò una pagina di sapienza divina, che fu il segno di una svolta impensata.

Era il 23 aprile 1943, venerdì santo.

Dalla sua stanza Maria chiamò la fedele Marta, le fece capire che era avvenuto qualcosa di straordinario e la mandò a chiamare il Padre Migliorini, che non si fece attendere.

Il religioso rassicurò la sua assistita sull’origine so­prannaturale del “dettato” e la invitò a scrivere quanto altro avrebbe “ricevuto”.

E continuò a rifornirla di quaderni.

Ella scrisse quasi ogni giorno fino al 1947, ad intermittenze negli anni successivi fino al 1951.

I quaderni diventarono 122 (oltre ai 7 dell’Autobiografia) e le pagine manoscritte circa quindicimila.

Sempre seduta nel letto, scriveva con penna stilografica sul qua­derno poggiato alle ginocchia e messo su un cartolare fatto con le sue mani.

Non preparava schemi, non sapeva neppure cosa avrebbe scritto giorno per giorno, non rileggeva per correggere.

Non aveva bisogno di concentrarsi né di consultare libri, tranne la Bibbia e il Catechismo di Pio X.

Poteva essere interrotta per qualsiasi motivo, anche banale, e riprendeva senza perdere il filo.

Non la fermavano le fasi acute del suo soffrire o il bisogno impellente di riposare, giacché le capitava di dover scrivere anche di notte.

Partecipava con tutta se stessa al racconto che fluiva dalla sua penna di scrittrice dotata, ma se si trattava di temi teologici poteva anche non comprenderne il senso profondo.

Spesso chiamava Marta, sottraendola alle faccende di casa, e le leggeva quello che aveva scritto.

Non sospese neppure quando, nell’imperversare della seconda guerra mondiale, fu obbligata a sfollare a Sant’Andrea di Còmpito (frazione del comune di Capànnori in provincia di Lucca), dove si vide trapiantata con il mobilio della sua camera d’inferma, e con il carico di nuove sofferenze, dall’aprile al dicembre del 1944.

Soprattutto a Viareggio, la sua occupazione di scrittrice a tempo pieno non la estraniò dal mondo, di cui seguiva gli eventi attraverso il giornale e la radio.

Neppure si sottraeva ai suoi doveri di cittadina, tanto che nelle elezioni politiche del 1948 si fece portare in ambulanza al seggio elettorale.

Riceveva solo persone amiche e in seguito ebbe qualche visita di riguardo.

Non trascurava la corrispondenza epistolare, che fu particolarmente fitta con una monaca di clausura, carmelitana, considerata come mamma spirituale.

Pregava e soffriva, ma procurava di non mostrarlo.

Le sue orazioni erano di preferenza segrete e i suoi rapimenti estatici, rilevabili dagli scritti personali, non ebbero testimoni.

Protetta da un aspetto sano, non lasciava trapelare i duri e continui patimenti, abbracciati con gioia spirituale per ansia di redimere.

Gelosa del proprio nascondimento, ottenne la grazia di non avere sul corpo i segni manifesti della sua partecipazione fisica alla Passione del Cristo.

Appariva come una persona normale, quantunque inferma.

Si prestava a quei lavori femminili o domestici che si possono eseguire stando a letto, come ricamare, preparare una verdura, pulire la gabbietta degli uccellini.

Qualche volta ha perfino cantato: aveva una bella voce.

martedì 29 novembre 2011

MARIA VALTORTA: BIOGRAFIA




LA VITA DI MARIA VALTORTA

Maria Valtorta nacque il 14 marzo 1897 a Caserta, dove i genitori, che erano lombardi, si trovavano temporaneamente. 

Era figlia unica di un maresciallo di Cavalleria, uomo buono e remissivo, e di un'insegnante di francese, donna dispotica e severa.

Dopo aver rischiato di morire nel nascere, la piccina venne affidata ad una balia di cattivi costumi, che arrivava al punto di lasciarla per ore tra i solchi di grano nella campagna assolata.

I frequenti trasferimenti della famiglia, causati dagli spostamenti del Reggimento nel quale il padre prestava servizio, la portarono a trascorrere i primi anni di vita a Faenza, in Romagna, e successivamente a Milano, dove Maria andava all’asilo dalle suore Orsoline. 

Fu qui che, in età precoce, ebbe l’intuizione mistica che l’avrebbe segnata per sempre: 

quella di vedere il dolore associato in modo indissolubile con l’amore, tanto da desiderare di “consolare Gesù facendosi simile a Lui nel dolore volontariamente patito per amore”.

Pure a Milano iniziò le scuole elementari dalle suore Marcelline, divenendo la prima della classe. 

Nello stesso Istituto ricevette, nel 1905, il sacramento della Cresima dalle mani del cardinale Andrea Ferrari (oggi Beato), che la chiamava “Valtortino” per aver notato un’impronta di forza virile nella formazione del suo carattere. 

Continuò le elementari a Voghera, nelle scuole comunali, e sempre a Voghera prendeva lezioni di lingua francese da alcune Suore espulse dalla Francia per una legge anticlericale. 

Le stesse Suore la prepararono alla prima Comunione, che poté fare a Casteggio nell’ottobre 1908, ma senza la presenza del padre, ritenuta inutile dalla madre. 

Legata a suo padre da grande affetto, soffrì molto quando, all’età di 12 anni, dovette sottostare all’arbitraria decisione materna di staccarla da casa per mandarla in collegio. 

In compenso si trattava del bel Collegio Bianconi di Monza, tenuto dalle Suore di Maria Ss. Bambina. 

Lo considerò il suo “nido di pace”, che per quattro anni appagò il suo amore allo studio e alla disciplina. 

Al momento di uscirne, sedicenne, la predica di un Vescovo le fece capire che il Signore le chiedeva una vita di amorosa penitenza ma rimanendo nel mondo.

A casa trovò il padre menomato nel fisico e nella mente, tanto che egli andò in pensione anzitempo e la famiglia si trasferì a Firenze. 

Maria si trovava bene nella città della cultura e dell’arte. Spesso usciva a visitarla in compagnia del padre.

Ma vi subì il dolore di vedere troncato sul nascere, dalla durezza della mamma, il promettente fidanzamento con un distinto giovane, appena conosciuto. 

Sempre a Firenze, nel 1917, in piena guerra mondiale, entrò nel corpo delle infermiere volontarie (le cosiddette Samaritane) che negli ospedali militari curavano i soldati feriti; e quell’esperienza la edificò. 

Ma nel 1920 fu colpita per strada da un sovversivo comunista, che le sferrò una mazzata alle reni predisponendola all’infermità.

Ebbe allora la fortunata opportunità di trascorrere due anni a Reggio Calabria, senza i genitori, ospite di cugini della mamma, che erano facoltosi proprietari di due alberghi. 

Il loro sincero affetto e la bellezza naturale del luogo la ritemprarono. 

Durante quella vacanza avvertì nuove spinte verso una vita radicata in Cristo. 

Ma la mamma, pur da lontano, la ferì ancora nei suoi sentimenti di donna, e il ritorno a Firenze, nel 1922, la risommerse nei “ricordi amari”. 

Nel 1924 i genitori acquistarono una casa a Viareggio, dove la famiglia andò a stabilirsi e dove ebbe inizio per Maria un’inarrestabile ascesi, che si esprimeva con propositi fermi e culminava in eroiche offerte di sé per amore a Dio e all’umanità. 

Nello stesso tempo ella si impegnava in parrocchia come delegata di cultura per le giovani di Azione Cattolica e teneva conferenze che erano seguite anche da non praticanti.

Ma le era sempre più difficile muoversi. 

Il 4 gennaio 1933 uscì di casa per l’ultima volta, con estrema fatica, e dal 1° aprile 1934, giorno di Pasqua, non si levò più dal letto.

Il 24 maggio 1935 fu presa in casa una giovane rimasta orfana e sola, Marta Diciotti, che diventerà la sua assistente e confidente per tutto il resto della vita. 

Dopo un mese, il 30 giugno, moriva il padre amatissimo, e Maria fu sul punto di morirne per il dolore. 

La madre, che lei amò sempre per dovere naturale e con sentimento soprannaturale, come più volte attesta nei suoi scritti, morirà il 4 ottobre 1943 senza avere mai smesso di vessare la figlia. 

lunedì 28 novembre 2011

GRAFOLOGIA: SIMBOLI DELLA SCRITTURA


I SIMBOLISMI DELLA SCRITTURA

La scrittura che occupa lo spazio sul foglio esprime gli orientamenti che dirigono più o meno coscientemente la persona.

Il punto di osservazione iniziale è il rigo, il corpo centrale della scrittura, che ha al di sopra e al di sotto degli spazi, dentro i quali si spinge più o meno profondamente, con gli allunghi di certe lettere ("t", "l", "d", "p", "g", "q", ecc.), il tracciato grafico. Lo stesso rigo, che ha una sua dimensione (può essere piccolo, medio, grande) è il luogo dove l’IO cosciente proietta i suoi sentimenti, la sua sensibilità, il sentimento di sè, gli atteggiamenti di egoismo-altruismo, ecc.

La parte alta della scrittura è la zona che dà indicazioni sugli aspetti intellettuali, spirituali, etico-religiosi, etico-morali della personalità;

la parte bassa è la zona in cui la persona proietta l’istintualità, gli interessi materiali, la concretezza, la praticità, gli atteggiamenti erotico-sessuali.

Nella nostra civiltà occidentale, inoltre, la scrittura procede da sinistra a destra.

La sinistra è il punto di partenza da cui ci allontaniamo per andare verso una meta.

A sinistra dunque stanno le esperienze passate, a partire da quelle della dipendenza dalla madre/famiglia.

La destra è il punto di arrivo del nostro muoverci, è il simbolo della meta.

A destra dunque si proiettano il futuro, le aspirazioni a realizzarsi, l’uscita dalla dipendenza dalla madre/famiglia e l’ingresso nell’autonomia.

Il simbolismo temporale
In fisica la velocità è il rapporto tra lo spazio percorso e il tempo impiegato.

Anche nella scrittura il procedere da sinistra a destra (spazio) può avvenire in un "tempo" più o meno veloce.

Ci sono scritture che corrono veloci verso destra, altre che procedono pacate, lente, insicure e impacciate, altre ancora che sembrano voler ritornare verso sinistra.

Il dinamismo del tracciato grafico simbolizza due aspetti della personalità:

Indica il tempo che lo scrivente impiega ad eseguire i suoi compiti.

Ad esempio, la scrittura che procede troppo velocemente verso destra ci dice che la persona è impaziente di potare a termine le sue iniziative.

Viceversa la grafia più lenta indica l’atteggiamento di chi procede con accuratezza, riflessione, verifiche.

La velocità della scrittura esprime anche il ritmo delle operazioni mentali, la velocità dell’ideazione, che può manifestarsi, ad esempio, con rapidi e originali baleni, ma spesso poco attenti alla chiarezza espressiva o con modalità diligenti, meticolose, ma scarsamente originali.

L’accelerazione o il pacato procedere verso destra indicano anche l’atteggiamento prevalente dello scrivente.

La scrittura che presenta un movimento contenuto in uno spazio ristretto (che si espande poco verso destra) è il segnale dell’introversione (che è concentrazione sull’IO).

Quella che si allarga nello spazio è l’indizio dell’estroversione (che è direzione verso il mondo).

Il simbolismo della pressione
Alla dimensione dell’altezza (alto – basso) e a quella della larghezza (avanti – indietro) la pressione aggiunge la terza dimensione.

Con la pressione, per così dire, la penna penetra in profondità.

In realtà la penna effettivamente scalfisce il foglio, vi traccia un solco.

Un tempo, quando si usavano i pennini flessibili divisi in due parti, il grafologo misurava la pressione della scrittura osservando i segni del divaricarsi delle due parti del pennino.

Oggi con l’avvento delle penne a sfera alcune scuole osservano, più correttamente, il "solco" che la punta della penna a sfera lascia sul foglio.

La mano che scrive esercita sulla penna una pressione più o meno forte, più o meno ritmata o variamente dislocata, che dà indicazioni sulla carica energetica (quantità – qualità - modalità) che il soggetto mette in atto nel suo agire, nel suo vivere, nel suo realizzarsi.

Quindi la pressione che si esercita nello scrivere è il simbolo dell’energia psicofisica che si profonde nell’azione e indica la direzione o le direzioni verso cui la persona intende spendere la sua carica energetica e volitiva e l’intensità, il ritmo, l’incisività della stessa.

Il simbolismo della comunicazione
La scrittura di per sé è generalmente finalizzata alla comunicazione.

La comunicazione ha una sua modalità (chiara, confusa, ecc.), una sua forma estetica (elegante, rozza, ecc.), un suo stile legato ai valori introiettati dalla persona (tendente al perfezionismo, trasandata, originale, esuberante, sbrigativa, ecc.).

 Anche la scrittura allora sarà chiara o oscura a seconda che la forma delle lettere sia più o meno decifrabile, elegante ed estetica o antiestetica, ossessivamente legata al modello imparato a scuola o modificata con libertà e originalità, semplificata o esuberante, piena di ricci arbitrari.

domenica 27 novembre 2011

IL CREDO CRISTIANO




IL CREDO

Probabilmente, il primo a meritare completamente il nome di “credo cristiano” è il cosiddetto simbolo degli apostoli o Credo Apostolico. 

Si narra che esso sia stato espresso dai dodici apostoli riuniti in assemblea, e che ciascuno di essi abbia formulato una delle frasi che lo compongono. 

Si tratta ovviamente di una descrizione improbabile, tuttavia il “simbolo degli apostoli” è molto vecchio; 

esso potrebbe esser stato derivato dal catechismo utilizzato nel battesimo degli adulti, nella quale forma può essere fatto risalire al secondo secolo d.C. 

Pare che sia stato scritto al fine di opporsi al docetismo ed allo gnosticismo; esso mette l’accento sulla nascita, sulla morte e sulla resurrezione corporea di Gesù.

Nel corso del tempo fu ampliato fino a raggiungere lo stato attuale. Cipriano (circa 250 d.C.) e Noveziano (260 d.C.) conoscevano una forma di Credo più ridotta rispetto a quello noto ad Agostino (400 d.C.).

Il credo di Nicea deriva dal simbolo degli apostoli, di cui costituisce un’elaborazione successiva (con particolare attenzione ai temi della cristologia e della trinità). 

Esso rispecchia i contenuti del Primo concilio di Nicea dell’anno 325, finalizzato tra l’altro ad opporsi all’arianesimo, giudicato un’eresia

La stabilizzazione definitiva avvenne ancora più tardi e può essere fissata intorno al 750 d.C. Nella liturgia della Chiesa Cattolica, il credo di Nicea viene ripetuto durante la celebrazione di ogni Messa.

Il Credo è propriamente un segno di riconoscimento: 

tutti coloro che lo recitano, che lo professano, sono miei fratelli, hanno la mia stessa fede, sono in adorazione dello stesso Dio, fanno parte della mia famiglia.

Per questo il Credo è chiamato “simbolo”. Simbolo apostolico o simbolo niceno-costantinopolitano, a secondo della forma usata. 

II "simbolo della fede" è un piccolo riassunto di verità essenziali che, condivise da altri, ci fanno riconoscere membri della stessa famiglia, della stessa Chiesa, partecipa della stessa fede.

La Chiesa per conferire il Battesimo a coloro che intendono farne parte propone dunque una serie di affermazioni a cui occorre prestare l’assenso (credo). 

Da qui la consuetudine di chiamare Credo l’insieme di queste affermazioni.

Il termine "Credo" proviene dal latino "credo", che significa appunto "io credo". 

Nella Chiesa Ortodossa Credo è usualmente detto il Simbolo della Fede, cioè l'"espressione" o "confessione" della Fede.

Un uomo senza la fede è come un cieco. 

La fede dà all'uomo una visione spirituale per mezzo della quale egli può vedere e capire l'essenza di tutto ciò che lo circonda: 

come e perché ogni cosa è stata creata, quale è il senso della vita, cosa è giusto e cosa non lo è, ed infine verso cosa ci si deve sforzare di tendere.

Dai tempi antichi, i Cristiani del periodo apostolico usarono il Credo per ricordarsi dei principi della Fede Ortodossa. 

Nella Chiesa antica esistevano vari brevi Credi. 

Ma nel quarto secolo apparvero dei falsi insegnamenti riguardo al Figlio di Dio e al Santo Spirito. 

Così si rese necessario completare questi brevi Credi e definire più accuratamente gli insegnamenti della Chiesa.

sabato 26 novembre 2011

MEDJUGORJE: MESSAGGIO DEL 25 NOVEMBRE 2011


Messaggio del 25 Novembre 2011

"Cari figli, oggi desidero darvi la speranza e la gioia.

Tutto ciò che è attorno a voi, figlioli, vi guida verso le cose terrene ma Io desidero guidarvi verso il tempo di grazia perché in questo tempo siate sempre più vicini a mio Figlio affinché Lui possa guidarvi verso il suo amore e verso la vita eterna alla quale ogni cuore anela.

Voi, figlioli, pregate e questo tempo sia per voi il tempo di grazia per la vostra anima.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

venerdì 25 novembre 2011

IL CREDO APOSTOLICO



IL CREDO APOSTOLICO

Il Credo Apostolico rappresenta uno dei simboli di fede più antichi e diffusi del cristianesimo.

Nella sua più semplice forma il "Credo Apostolico" risale probabilmente alla seconda metà del II secolo d.C. ma nel corso del tempo fu amplificato per rispondere ad altre questioni, fino a raggiungere lo stato attuale.

Cipriano ( circa 250 d.C.) e Noveziano ( 260 d.C.) conoscevano una forma di Credo più ridotta rispetto a quello noto ad Agostino (400 d.C.).

La stabilizzazione definitiva avvenne ancora più tardi e può essere fissata intorno al 750 d.C.

Il credo apostolico mette in rilievo la vera umanità di Gesù (inclusa la materialità del Suo corpo, perché questi erano i punti negati dagli eretici del suo tempo (gnostici, manichei, marcioniti, e manichei posteriori).

Il Credo non è un insieme di sentenze, non è una teoria.

È, appunto, ancorato all'evento del Battesimo, ad un evento d'incontro tra Dio e l'uomo.

Dio, nel mistero del Battesimo, si china sull'uomo; ci viene incontro e in questo modo ci avvicina anche tra noi.

Perché il Battesimo significa che Gesù Cristo, per così dire, ci adotta come suoi fratelli e sorelle, accogliendoci con ciò come figli nella famiglia di Dio stesso.

In questo modo fa quindi di tutti noi una grande famiglia nella comunità universale della Chiesa.

Sì, chi crede non è mai solo.

Dio ci viene incontro.

Incamminiamoci anche noi verso Dio e andiamo così gli uni incontro agli altri! Non lasciamo solo, per quanto sta nelle nostre forze, nessuno dei figli di Dio!

Il Symbolum apostolicum si sviluppò fra il secondo ed il nono secolo.

E' il credo più popolare usato dai cristiani dell'Occidente nel culto.

Le sue dottrine centrali sono quelle della Trinità e di Dio il Creatore.

Una leggenda racconta come, a scrivere questo credo, fossero stati gli stessi apostoli il decimo giorno dopo l'ascensione di Cristo al cielo.

Non si tratta, però, del caso.

Ciascuna delle dottrine che si trovano in questo documento, però, possono essere ritrovate in affermazioni correnti del periodo apostolico.

La versione più antica è forse il Credo interrogatorio di Ippolito (circa AD 215). La forma corrente la si riscontra per la prima volta negli scritti di Cesario di Arles (m. 542).

Questo credo fu apparentemente usato come sommario della dottrina cristiana per candidati al battesimo nelle chiese di Roma.

Per questo esso viene pure chiamato il Simbolo romano.

La versione di Ippolito si presenta nel formato di domande e risposte:

i candidati al battesimo rispondevano affermativamente che essi credevano ad ogni sua affermazione.

Generalmente un credo mette in rilievo quelle credenze che si contrappongono agli errori che i suoi compilatori ritengono nel proprio tempo i più pericolosi.

Il credo apostolico mette in rilevo la vera umanità di Gesù (inclusa la materialità del Suo corpo, perché questi erano i punti negati dagli eretici del suo tempo (gnostici, manichei, marcioniti, e manichei posteriori, cfr. 1Gv. 4:1-3).


giovedì 24 novembre 2011

SPIEGAZIONE CREDO APOSTOLICO


SPIEGAZIONE DEL

CREDO APOSTOLICO

Il Credo, così, dice:

1.   "Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra"

(gli gnostici credevano che l'universo fisico fosse cattivo e che non fosse stato Dio a farlo).

2.   "E in Gesù Cristo, Suo Figlio unigenito, Signore nostro; il quale fu concepito di Spirito Santo, nato dalla vergine Maria".

Gli gnostici affermavano che i cristiani ortodossi errassero in supporre che Dio avesse preso la natura umana o un corpo umano.

Alcuni fra loro facevano una distinzione fra il Cristo (che in qualche modo consideravano divino) e l'uomo Gesù, il quale - dicevano - era soltanto uno strumento per il quale Cristo parlava.

Essi dicevano che l'uomo Gesù non fosse divenuto il portatore o lo strumento del Cristo se non quando lo Spirito era disceso su di Lui al momento del Suo battesimo, e che lo Spirito Lo avesse abbandonato poco prima della crocifissione, tanto che lo Spirito aveva soltanto avuto un breve e debole rapporto con la materia e l'umanità.

Altri affermavano che mai vi fosse stato un uomo di nome Gesù, ma soltanto una parvenza d'uomo, attraverso le cui apparizioni i primi Suoi discepoli avessero ricevuto saggi insegnamenti.

Contro questo i cristiani ortodossi affermavano che Gesù fosse stato concepito per azione dello Spirito Santo, negando così la posizione gnostica che lo Spirito non avesse avuto alcun rapporto con Gesù se non al Suo battesimo, che Egli era nato (il che significa che Egli aveva un corpo fisico reale, non soltanto una parvenza), da una vergine (il che significa che Egli doveva essere speciale sin dal primo momento della Sua vita, non soltanto al Suo battesimo.

3.   "Soffrì sotto Ponzio Pilato"

vi erano allora molti racconti che parlavano di dei morti e risorti, ma essi venivano francamente presentati come miti, come racconti non storici simboleggianti il rinnovamento della vegetazione ogni primavera dopo l'apparente morte dell'inverno.

Se si domandava: "Quando Adone è morto", la risposta era: "Molto tempo fa in un luogo lontano", oppure: "La sua morte non è un avvenimento che si possa calcolare secondo il tempo della terra".

Gesù, d'altro canto, era morto in un tempo ed in un luogo preciso della storia, sotto la giurisdizione di Ponzio Pilato, procuratore della Giudea dal 26 al 36 AD., o durante gli ultimi dieci anni di regno dell'imperatore Tiberio.

4.   "Fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi"

qui il credo stabilisce fermamente che Egli fosse realmente morto.

Non era stata un'illusione. Era stato inchiodato ad un legno. Era morto.

Aveva un vero corpo, ed un cadavere era stato posto nella tomba. Egli non era semplicemente in stato di incoscienza.

Il Suo spirito aveva abbandonato il Suo corpo ed aveva raggiunto il regno dei morti.

Si crede generalmente fra i cristiani che in questa occasione Egli avesse recuperato le anime di coloro che erano morti confidando nelle promesse dell'antico patto - Abramo, Mosè, Davide, Elia, ed altri - e che le avesse fatte uscire dal regno dei morti per trasferirle nel regno della gloria.

Il credo, però, non si interessa di questo.

Il riferimento alla discesa agli inferi (Hades, o Sheol) serve qui per chiarire come la morte di Gesù non fosse solo apparente, come in un coma, ma morte nel senso proprio del termine.

5.   "Il terzo giorno risuscitò dai morti; ascese al cielo; siede alla destra di Dio Padre onnipotente; da dove verrà per giudicare i vivi ed i morti. Io credo nello Spirito Santo; la santa Chiesa universale".

Gli gnostici credevano che le dottrine più importanti della fede cristiana fossero riservate a poche persone elette.

La fede ortodossa afferma che la pienezza dell'Evangelo doveva essere predicata all'intera razza umana.

Da qui il termine "universale" (cattolica), che li distingueva dagli gnostici.

6.   "La comunione dei santi; la remissione dei peccati"

Gli gnostici consideravano che ciò di cui gli uomini avevano bisogno non era il perdono, ma l'illuminazione.

Alcuni di essi, credendo che il corpo fosse solo un'illusione e una trappola, conducevano vite di grande ascetismo.

Altri, credendo che il corpo fosse separato dall'anima, sostenevano che non fosse importante ciò che fa il corpo e che esso non avesse alcuna influenza sull'anima.

Essi vivevano così in modo molto permissivo. In ogni caso l'idea di remissione dei peccati era loro estranea.

7.   "La risurrezione della carne; la vita eterna. Amen".

L'obiettivo principale dei gnostici era quello di liberarsi della macchia della materia e delle catene del corpo, e di ritornare nella sfera celeste come puri spiriti.

Essi respingevano totalmente l'idea della risurrezione del corpo.