mercoledì 29 febbraio 2012

LA RIVELAZIONE CRISTIANA E' UNIVERSALE



L’universalità della Rivelazione cristiana



Sviluppiamo ora il carattere dell’universalità della Rivelazione cristiana.

Donataci da Dio in Cristo Gesù, la Rivelazione è ordinata alla salvezza dell’uomo e instaura una Nuova Alleanza, che “diversamente dalla precedente, non è della lettera ma dello Spirito (2 Cor 3,6).

È l’alleanza nuova e universale, l’alleanza dell’universalità dello Spirito.

L’universalità vuol dire versus unum («verso uno»).

La stessa parola «spirito» vuol dire movimento, e questo include il «verso», la direzione.

Lo Spirito è chiamato dynamis (At 1,8), e la dynamis include la possibilità di una direzione.

Dalle parole di Gesù sullo Spirito paraclito si deduce che l’«essere verso» si riferisce a Gesù”.

Nell’episodio profetico della Pentecoste (At 2, 1-43) è ben raffigurata e confermata l’universalità dello Spirito:

gli apostoli si potevano esprimere in varie lingue sconosciute anche a loro stessi , ma venivano compresi da tutte le altre genti di lingue diverse che stavano ad ascoltarli.

La Rivelazione cristiana è dunque per tutte le genti e lo Spirito Santo “dirige tutti gli uomini verso Cristo, l’unto;

Cristo a sua volta, li dirige verso il Padre”, ma “ la via concreta per la quale [lo Spirito] conduce gli uomini è nota soltanto a Dio”.

I semina Verbi

L’universalità della Rivelazione cristiana riguarda anche quei semina Verbi che lo Spirito ha provvidenzialmente infuso nelle altre tradizioni religiose, affinché in esse i loro aderenti fossero attratti per diverse vie alla ricerca del Trascendete e all’amore per Dio dal quale tutto proviene.

Come infatti negare e non considerare le profonde esperienze religiose che oggi molti fanno nelle altre religioni non-cristiane?

o come non ammirare le testimonianze di vita spirituale e di sforzo ascetico dei grandi induisti, degli islamici o la devozione e la riverenza all’unico Dio vivente che, grazie alle religioni monoteistiche, come l’islam ad esempio, milioni e milioni di persone hanno?

Anche se essi hanno una conoscenza parziale del Logos divino, c’è da constatare che in qualche modo vivono ordinati alla legge di Dio, alla legge naturale scritta nel cuore di ogni uomo.

Attraverso questi frammenti di verità, cioè i semina Verbi di cui già Giustino, Clemente e Ireneo avevano parlato in epoca patristica, lo Spirito Santo compie la sua opera salvifica universale.
Va comunque fatta una riflessione su quanto possiamo trovare nelle credenze, nei libri sacri e nella dottrina di queste religioni;


infatti accanto a degli elementi veri e santi possiamo riscontrare anche errori e dottrine in aperto contrasto con l’unicità e la peculiarità della Rivelazione cristiana.

martedì 28 febbraio 2012

ISLAM, INDUISMO E BUDDISMO



L’islam, l’induismo, il buddismo.


Il Corano, il libro sacro dell’islam, è considerato dai musulmani come l’autentica parola di Dio, anzi addirittura un libro celeste dettato parola per parola da Dio, e quindi non ne è il profeta Muhammad l’autore ma Dio stesso il quale ha fatto «discendere» il libro sul profeta.

Dunque per i musulmani il Corano è rivelazione autentica di Dio, e riguardo al Vangelo viene accettato solo ciò che è compatibile col Corano, «cosicché ciò che nel Vangelo non è conforme a quanto insegna il Corano sarebbe una falsificazione dei cristiani”.

Per quanto riguarda, inoltre, la figura del profeta Muhammad egli è considerato come il «Sigillo dei profeti» (Corano, s. 33,40), ovvero l’ultimo inviato da Dio e superiore a tutti i profeti compreso Gesù, al quale non viene attribuita la figliolanza divina, ma solo un carisma profetico.

Muhammad è per i musulmani «colui che reca agli uomini l’ultima e definitiva rivelazione di Dio, dopo la rivelazione portata da Abramo, Mosè, Davide e Gesù».

Proprio perchè viene dopo il cristianesimo, i musulmani ritengono che la religione islamica è superiore alla fede cristiana.

Evidentemente la pretesa dell’islam di essere la rivelazione definitiva di Dio a Muhammad è in aperto contrasto con la Rivelazione operata da Dio in Cristo Gesù che ha il carattere della pienezza, della definitività e dell’unicità.

Dice infatti il Cristo: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv. 14,6);

inoltre egli è più che un uomo sia pure il più perfetto, in esso «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) ,

«egli è vero Dio e la vita eterna» (1 Gv. 5,20), «l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il principio e la fine» (Ap 22,13);

quindi lui solo può parlarci di Dio con un’autorità tutta particolare e con verità, essendo lui «uscito dal Padre» (Gv. 16,28) e non un semplice inviato o un profeta.

Per quanto concerne il Corano o gli altri libri sacri delle religioni non cristiane, il magistero precisa che «anche se non si può escludere qualche illuminazione divina nella composizione di tali libri (nelle religioni che li hanno), è più adeguato riservare la qualifica di ispirati ai libri canonici (cfr. DV, 11).

La denominazione “parola di Dio”è stata riservata nella tradizione agli scritti dei due Testamenti».

Comunque sono diversi i punti di contatto tra la Rivelazione cristiana e la fede musulmana:

« La Chiesa – afferma il Concilio Vaticano II – guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini.

Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce.

Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta;

onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione.

Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati.

Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno».

Inoltre «alcuni elementi della rivelazione biblica sono stati raccolti dall’islam, che li ha interpretati in un contesto diverso».

Così dell’induismo si apprezza la meditazione profonda, il rifugio in Dio con amore e confidenza, e del buddismo «la radicale insufficienza di questo mondo materiale».

Nell’induismo vediamo, comunque, come vi è un politeismo nei libri sacri dei Veda e delle Upanishad, che differisce dal monoteismo cristiano;

e nell’altro testo sacro induista chiamato Bhagavad-Gita riscontriamo una certa filosofia monista.

Il buddismo non è considerata una vera e propria religione, bensì un sistema filosofico e un modo di vita incentrato sullo sforzo ascetico dell’uomo.

Tutti gli elementi buoni che possiamo riscontrare nelle altre tradizioni religiose sono comunque da collocare sul piano della rivelazione naturale e non su quello soprannaturale, al quale invece appartiene la Rivelazione cristiana.

«Si riconosce che nelle diverse religioni si trovano raggi della verità che illumina ogni uomo; semi del Verbo;

che per disposizione di Dio si trovano in esse cose buone e vere; che si trovano elementi di verità, di grazia e di bene», «pure contenendo lacune, insufficienze ed errori».

Rispetto al cristianesimo una posizione particolare nel panorama delle religioni è occupata dalla religione ebraica, con la quale la Chiesa condivide la Rivelazione dell’Antico Testamento:

“la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la Rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza”.

lunedì 27 febbraio 2012

C'E' RIVELAZIONE NELLE ALTRE RELIGIONI?



 Si può parlare di rivelazione

nelle altre religioni?



Da tutto quello che si è andato fin qui delineando emerge la risposta al nostro quesito iniziale.

Infatti, come abbiamo visto attingendo soprattutto dal Magistero della Chiesa e come già s. Giustino, s. Ireneo e Clemente Alessandrino sostenevano in epoca patristica, nelle altre religioni troviamo i cosiddetti semi del Verbo che illuminano quegli uomini che non professano una fede esplicita in Cristo, ma che si sforzano sinceramente di amare Dio, ricercare la verità e compiere il bene.

Tali semi di verità dipendono sempre da Cristo, hanno la loro origine in Cristo, luce vera che illumina ogni uomo (cfr. Gv. 1,9), e fungono da preparazione evangelica. Per cui è solo nella Rivelazione cristiana che abbiamo avuto un’autentica, unica, definitiva e universale autorivelazione diretta di Dio:

«Uno solo, infatti è Dio, e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,5-6).

La Rivelazione, la Chiesa e il valore salvifico delle altre religioni
La presenza, dunque, degli influssi del Logos nelle altre religioni, la volontà salvifica e universale del Padre, l’azione dello Spirito Santo che raggiunge tutti gli uomini di ogni tempo e di ogni razza, fanno sì che le altre religioni rappresentino strumenti di salvezza nelle mani di Dio, «anche se non è detto che tutto in esse sia salvifico», e ben inteso che è Cristo l’unica via di salvezza.

Le religioni, nonostante i loro errori dottrinali, possono aiutare i loro seguaci a vivere secondo coscienza e a condurre una vita retta, e quindi a raggiungere lo scopo finale della salvezza, ma è la Chiesa che possiede la pienezza dei mezzi di salvezza essendo essa che custodisce e fedelmente trasmette la divina Rivelazione.

Le religioni «non si possono equiparare alla funzione che la Chiesa realizza per la salvezza dei cristiani e di quelli che non lo sono».

La Chiesa esercita, dunque, una funzione salvifica universale dalla quale dipendono quegli elementi di salvezza presenti nelle altre religioni, ma bisogna dare atto che per molto tempo la Chiesa ha inteso il suo rapporto con le altre religioni secondo il principio extra Ecclesia nulla salus usato in senso esclusivista, cioè non si ammetteva possibilità di salvezza per i non cristiani.

Già precedentemente al Conc. Vaticano II, però, e più solennemente proclamato in esso, la salvezza in Cristo veniva compresa anche in senso inclusivo:

si riconosce cioè la possibilità di salvezza al di fuori della religione cristiana poiché anche queste vie straordinarie salvezza sono state provvidenzialmente disposte da Dio come una preparazione ad accogliere il Vangelo.

Dice infatti la Lumen Gentium:

« quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna».

domenica 26 febbraio 2012

TEOLOGIA CRISTIANA DEL PLURALISMO RELIGIOSO



teologia cristiana

del pluralismo religioso



Nel capitolo dedicato alla Parola di Dio, unica ed universale del libro Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso, J. Dupuis mostra l’intento senz’altro buono e ammirevole di favorire il dialogo interreligioso, ma dobbiamo constatare che nel farlo spesso sembra non rispettare il carattere dell’unicità e della definitività del messaggio di Cristo e della Rivelazione cristiana nel suo insieme.

Ad esempio, parlando della pienezza della Rivelazione cristiana egli afferma allo stesso tempo:

«Gesù Cristo è dunque personalmente la pienezza della rivelazione»; e più avanti:

Eppure questa rivelazione non è assoluta.

Essa rimane relativa quasi a far trasparire due concetti antitetici fra di loro.

Infatti, il Dupuis anche se riconosce la superiorità qualitativa della rivelazione in Cristo rispetto a tutte le altre rivelazioni, non ne ammette esplicitamente la definitività, ma sostiene che anche dopo l’evento storico di Gesù Cristo, l’autorivelazione divina è continuata e continua per mezzo di altri profeti:

«La pienezza qualitativa – l’intensità, diciamo – della rivelazione in Gesù Cristo non costituisce, nemmeno dopo l’evento storico, un ostacolo per la prosecuzione di un’autorivelazione divina per mezzo dei profeti e dei sapienti di altre tradizioni religiose, per mezzo – ad esempio – del profeta Maometto.

Nella storia ha avuto e continua ad aver luogo tale autorivelazione.

Nessuna rivelazione può tuttavia eguagliare, prima o dopo Gesù Cristo, quella accordataci in lui, nel Figlio divino incarnato».

A questo proposito ricordiamo che la Dei Verbum ribadisce che la rivelazione cristiana è definitiva «e non è da aspettarsi alcuna altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo».
Inoltre il Dupuis estende il concetto della progressività della Rivelazione anche alle altre rivelazioni presenti nelle altre tradizioni religiose.

Dove, come abbiamo visto, per lui sono avvenute e continuano ad avvenire autentiche autorivelazioni divine, e arriva a dire finanche che si può persino parlare di complementarità fra la rivelazione ebraico-cristiana e altre rivelazioni esterne ad essa;

addirittura «un’analoga complementarità è rinvenibile fra i libri sacri delle altre tradizioni religiose e il corpus biblico», fermo restando, dice l’autore, che Cristo è il criterio di discernimento.

Così sarebbe giustificato, secondo Dupuis, anche l’introduzione nella liturgia della Parola «delle parole di Dio contente nei libri sacri delle altre tradizioni religiose».
Pur riconoscendo la superiorità del Cristo, la teologia del Dupuis potrebbe essere inquadrata in quella corrente denominata teocentrismo salvifico, «che accetta un pluralismo di mediazioni salvifiche legittime e vere.

All’interno di questa posizione, un gruppo di teologi attribuisce a Gesù Cristo un valore normativo, in quanto la sua persona e la sua vita rivelano, nel modo più chiaro e decisivo, l’amore di Dio per gli uomini.

La maggiore difficoltà di tale concezione è che non offre, né all’interno né all’esterno del cristianesimo, un fondamento di tale normatività che si attribuisce a Gesù».

Si può quindi concludere dicendo che l’attribuzione delle cose buone e vere presenti nelle altre religioni all’azione dello Spirito non è un modo di svalutare o disprezzare le religioni, ma il miglior modo di comprendere queste religioni da parte del cristianesimo, dove sussiste la piena e definitiva Rivelazione di Dio.

Inoltre un dialogo interreligioso non può annullare le identità proprie di ciascuna religione per favorire apparentemente tale dialogo, poiché si attenterebbe al contenuto della propria fede e della propria etica;

ma deve essere soprattutto incentrato sulle convergenze e sulle coincidenze già presenti.

sabato 25 febbraio 2012

COME PARLARE DI DIO



Come parlare di Dio?

Nei principali monoteismi, Dio è concepito come essere spirituale (incorporeo), personale e trascendente.

Differenti teologie, religiose e filosofiche, hanno ascritto a Dio vari attributi, i più comuni dei quali sono:

onniscienza, onnipotenza, onnipresenza, perfetta bontà, semplicità, esistenza eterna e necessaria.

Connaturati a queste proprietà della divinità sono i ruoli che più comunemente sono stati attribuiti a Dio:

creatore e custode dell'Universo, sommo legislatore morale, fonte e termine dell'amore umano.

Nel sostenere la capacità che la ragione umana ha di conoscere Dio, la Chiesa esprime la sua fiducia nella possibilità di parlare di Dio a tutti gli uomini e con tutti gli uomini.

Questa convinzione sta alla base del suo dialogo con le altre Religioni, con la filosofia e le scienze, come pure con i non credenti e gli atei.

Essendo la nostra conoscenza di Dio limitata, lo è anche il nostro linguaggio su Dio.

Non possiamo parlare di Dio che a partire dalle creature e secondo il nostro modo umano, limitato, di conoscere e di pensare.

Le creature hanno tutte una certa somiglianza con Dio, in modo particolarissimo l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

Le molteplici perfezioni delle creature riflettono la perfezione infinita di Dio. Di conseguenza, noi possiamo parlare di Dio a partire dalle perfezioni delle sue creature, “difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l'Autore” (Sap 13,5).

Dio trascende ogni creatura.

Occorre dunque purificare continuamente il nostro linguaggio da ciò che ha di limitato, di immaginoso, di imperfetto per non confondere il Dio “ineffabile, incomprensibile, invisibile, inafferrabile” [Liturgia di san Giovanni Crisostomo, Anafora] con le nostre rappresentazioni umane.

Le parole umane restano sempre al di qua del Mistero di Dio.

Parlando così di Dio, il nostro linguaggio certo si esprime alla maniera umana, ma raggiunge realmente Dio stesso, senza tuttavia poterlo esprimere nella sua infinita semplicità.

Ci si deve infatti ricordare che “non si può rilevare una qualche somiglianza tra Creatore e creatura senza che si debba notare tra di loro una dissomiglianza ancora maggiore”, [Concilio Lateranense IV].

“Noi non possiamo cogliere di Dio ciò che Egli è, ma solamente ciò che Egli non è, e come gli altri esseri si pongano in rapporto a lui” [San Tommaso d'Aquino, Summa contra gentiles, 1, 30].

venerdì 24 febbraio 2012

UNA SFIDA PARLARE DI DIO



Parlare di Dio è una sfida


Parlare di Dio, oggi, è una bella sfida.

Lo è sempre stata, ma oggi in modo particolare, almeno per tre motivi.

Primo: noi stiamo vivendo un tempo che è normalmente definito come il tempo del sacro, del sacro selvaggio.

Qualcuno lo chiama il tempo della rivincita.

È comunque sotto gli occhi di tutti che c'è un ritorno del comportamento religioso, inatteso, secondo le analisi sociologiche di qualche anno fa.

Questo ritorno della religione porta in sé alcune ambiguità, alcuni problemi.
Infatti la religione e Dio, per quanto siano collegati, non sono la stessa cosa.

La sopravvivenza della religione, anche in forme insospettate, non significa necessariamente una purificazione della fede.

Può essere che gli atteggiamenti religiosi mostrino un’insospettata vitalità rispetto a qualche tempo fa, nelle forme più diverse e più ambigue, ma non è detto che questo segni una purificazione della fede in Dio.

La ripresa religiosa non è automaticamente una riscoperta del volto di Dio.
Secondo: la civiltà della comunicazione, nella quale ci troviamo, pone alcuni seri problemi al nostro credere.

É una bella sfida, che siamo un po' impreparati a raccogliere.

Non tanto al fatto che alla televisione o sui giornali si dicano delle cose discutibili o errate di Dio o della religione o che si parli in maniera inadeguata della Chiesa e del Papa.

Piuttosto al fatto che la civiltà della comunicazione forgia una mentalità, un modo di guardare alla realtà, alle persone, alle cose e dunque educa un modo di pensare a Dio e di parlare di Dio.

Nella civiltà della comunicazione e dell’informazione si moltiplicano a dismisura i linguaggi e le possibilità di comunicare, eppure siamo sempre più incapaci di trovare una sorta di 'lingua madre' che raccolga tutti i linguaggi;

una sorta di linguaggio familiare nel quale tutti ci identifichiamo, che dica il mistero di Dio nella vita quotidiana.

Si moltiplicano i linguaggi anche per il costante rinnovamento delle dinamiche dell'evangelizzazione.

Si parla molto, si comunica molto, ma sembra che abbiamo perduto quella lingua comune che dice il senso, il mistero santo dell'esistenza.

E in questo senso dentro le comunità cristiane e per i pastori in modo particolare, per il ministero della predicazione, si avverte con forza anche questo interrogativo:

perché la Scrittura, la stessa Parola di Dio scritta appare a molti inattuale e incapace a spiegare la vita quotidiana?
Terzo: C’è poi una sfida che ha caratterizzato tutte le epoche, e la nostra in modo particolare.

Bisogna parlare di Dio come Lui si aspetta e questo, se ci si pensa, fa un po' tremare i polsi.

Noi credenti cristiani sappiamo che c’è una Parola che Dio stesso ha pronunciato dall’eternità:

il Verbo, il Figlio che si è fatto uomo, Gesù di nazareth.

Non per niente i Vangeli dicono che Gesù è la Parola di Dio fatta carne.
Dio ha questa attesa, si aspetta che si parli di Lui dicendo cose sensate, guardando alla Parola che Lui ha pronunciato e che è Gesù.

Questa è sempre stata una sfida per chi vuole parlare di Dio.

Oggi ha un tono particolare, nella civiltà della comunicazione, ci piaccia o no, la Parola di Dio fatta carne è una parola fra le molte parole.

Quello che noi chiamiamo "la Buona Notizia" - il Vangelo - è una notizia fra le molte notizie.

Così è considerata.
E la sfida che viene alla nostra fede, anzitutto al nostro parlare di Dio, che sia il catechismo per i bambini o per gli adulti o la predicazione, è questa:

bisogna riuscire a mostrare che Gesù è la Parola di Dio che vale più di tutte le parole e tutte le comprende.

giovedì 23 febbraio 2012

LA DOTTRINA DELL'ARCANO



LA DOTTRINA DELL'ARCANO


C’è da chiedersi se dentro la civiltà della comunicazione non è il caso di riscoprire l’antica "dottrina dell’arcano".

Era la dottrina che circondava di silenzio i misteri più preziosi della fede.

Era la dottrina, il metodo di introduzione alla fede che prendeva per mano e conduceva pian piano i credenti nei misteri della fede.

Sono cose molto preziose, e allora non bisogna parlarne subito, con troppa fretta.


Bisogna fidarsi del testimone che ne parla, ed entrarci piano piano.

Forse nella nostra civiltà, ma anche dentro il cammino delle nostre comunità cristiane, nell'educazione alla fede che passa attraverso le famiglie, la parrocchia, non sia da riscoprire questa antica dottrina dell’arcano.
Con una battuta non è opportuno dire "tutto a tutti e subito".

Il mistero di Dio va circondato di un silenzio che è consapevolezza che questa Parola, che è Gesù di Nazareth, Dio che si è rivelato in Gesù, va adorato e venerato con il silenzio e che questa Parola va pronunciata con molta attenzione.

Mi è venuta in mente una frase molto dura di Gesù:

"Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi" (Mt 7,6).

Non mi sembra che il tema di Dio sia oggetto di molti programmi televisivi, sono altri i temi che diventano oggetto di dibattito, ma se per caso capitasse che questo tema diventi oggetto di dibattito, dovremmo riscoprire, e con molta forza, la dottrina dell'arcano.

Oggi il vero problema è questo:

riuscire a dire anzitutto a noi stessi, credenti nel Dio di Gesù, che l’Unico non è marginale, anche se i più non lo ritengono tale, anche se tanti dicono:

io vivo serenamente anche senza credere in Dio e praticare la fede.

Quando Dio si è rivelato in Gesù, secondo quanto ci narrano i Vangeli, si sono prodotti degli effetti del tutto analoghi a quelli che oggi noi registriamo nel nostro contesto.

Il Vangelo dice già quali effetti ha suscitato la Rivelazione di Dio:

la fede certo, ma anche l'incredulità, l'indifferenza e l'ostilità.

mercoledì 22 febbraio 2012

EFFETTI RIVELAZIONE DI DIO



EFFETTI DELLA RIVELAZIONE

DI DIO


Un effetto della Rivelazione del Dio di Gesù è la discrezione di Dio.

Il Dio di Gesù, il Dio che brilla sul volto di Gesù, è un Dio discreto:

è la prima cosa da cogliere della Rivelazione del Dio cristiano.

Dio si fa presente in modo efficace e certo, ma non azzera la presenza dell’uomo e di tutto ciò che è umano, bensì lo rispetta, lo cerca e, addirittura, ne tiene conto.

E' da ricordare anzitutto la pagina evangelica che narra l'apparire di Dio tra gli uomini, la sua Natività (Lc 2, 1-20).

Il Figlio di Dio è l’Unico che ha potuto decidere quando e come entrare nella storia, perché nessuno di noi ha mai deciso di nascere.

La vita l'abbiamo solo ricevuta, e ciò è fonte di stupore.

Dio decide quando entrare come uomo nella storia degli uomini.

Sceglie anche in che modo, presso chi e in quale condizione apparire in forma umana:

un bimbo, un essere che ha assolutamente bisogno di cura e di custodia, e che si mette nelle mani di una madre e di un padre.
Quando la discrezione di Dio appare nel mondo ha la figura della debolezza e della fragilità.

Il nostro Dio nasce inerme, ma anche sfrattato e, poco tempo dopo, è già profugo (Mt 2,13-18).

La discrezione di Dio conduce Gesù a non distinguersi dalla massa peccatrice, a starvi in mezzo e quasi confondersi in essa.

Ciò appare quando Gesù, all’inizio della vita pubblica, si mette nella folla di quanti vanno da Giovanni Battista per ricevere il Battesimo di conversione.

Al termine della sua missione Gesù sarà crocifisso come un malfattore, in mezzo a due malfattori.

In entrambi i casi il Dio fatto uomo non si fa problema di essere confuso con i peccatori.

Ne rimane invece sconcertato il Battista (Mt 3,13-15) che resta sorpreso dalla giustizia di Dio, il Giudice che si confonde con i giudicati.

Il Dio discreto, il Dio di Gesù, è Colui che non spezza la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante (Mt 12,15-21).

É Colui che nella sua stanchezza chiede acqua da bere per poi offrire, a sua volta, un’acqua viva (Gv 4,1 ss.).

È la discrezione di Dio che si fa vicino agli uomini volendo aver bisogno di loro.

Nel Vangelo di Matteo (11,2) il Dio discreto si presenta, ed è l'unica volta in tutto il primo vangelo, dicendo di sé: Io sono mite e umile di cuore.

L’unica definizione che Gesù si dà è questa:

io sono mite.

Il Dio che brilla sul volto di Gesù è mite, discreto.

Mi pare importante ricordare, in un momento storico conflittuale come il nostro, che il nostro Dio non fa strepito e che si accosta discretamente agli uomini i quali, comunque, possono camminare indifferenti ed ignorarlo.