martedì 31 luglio 2012

LA FEDE ATTO UMANO



LA FEDE E' UN ATTO UMANO

La fede cristiana è «la nostra risposta alla rivelazione che Dio fa di se stesso», ma è anche «un atto pienamente umano» in quanto «è la scelta fondamentale con la quale l’uomo, nell’integralità della sua persona, si affida a Dio e decide così del senso ultimo della proprio esistenza».

Dunque, serve la ragione. Perché «la decisione del senso ultimo della nostra esistenza deve essere motivata nel modo più rigoroso possibile, in caso diverso la fede decade nell’assurdità e nel fanatismo».

Quella della fede è dunque «una questione non settoriale ma globale, non puramente intellettuale e teorica, ma eminentemente concreta, vitale, pratica.

La fede  è un atto umano, perciò deve essere ragionevole.

La fede consiste nel "credere in qualcuno" piuttosto che in "credere in qualcosa".

La fede è un desiderio naturale ed è impossibile che un desiderio naturale sia inutile.

Ragione per cui dobbiamo prendere atto che "l'uomo tende naturalmente ad un fine che non può conseguire con le sue forze naturali".

Pur essendo un atto che si compie grazie a un dono soprannaturale, «credere è un atto autenticamente umano.

Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo far credito a Dio e aderire alle verità da Lui rivelate» (Catechismo, 154).

Nella fede, l’intelligenza e la volontà cooperano con la grazia divina: «Credere è un atto dell’intelletto che assente alla verità divina per comando della volontà mossa da Dio mediante la grazia».

Se la fede è un dono di Dio che deve essere accolto dall’uomo, proprio perché è l’essere umano a credere, allora è anche un atto umano, un atto della libertà della persona che risponde al Dio che parla:

«Non è Dio, ma l’uomo che crede», ha affermato giustamente Karl Barth.

Così la fede è una scelta della persona che coinvolge tutto il suo essere, manifestandosi come un atto umanissimo e vitale, teso alla vita; è entrare in una relazione, in un rapporto vivo con un altro.

Fede è dire: «Amen, è così; io aderisco, faccio fiducia, mi fido di qualcuno».

Quando parliamo di fede, non dobbiamo pensare immediatamente al credere in alcune verità, in determinati dogmi (è quella che i teologi definiscono fides quae );

dobbiamo invece pensare la fede come quell’atto, di cui ci testimoniano le sante Scritture, che consiste nel mettere il piede sul sicuro (cfr. Sal 20,8-9; 125,1; Is 7,9), nell’affidarsi come un bambino attaccato con una fascia al seno di sua madre (cfr. Is 66,12-13), sicuro in braccio a lei (cfr. Sal 131,2).

La fede ritrova allora la sua dimensione di necessità umana.

Potremmo dire che non ci può essere autentica vita umana, umanizzazione, senza fede.

Noi esseri umani, a differenza degli animali, usciamo incompiuti dall’utero materno, e per venire al mondo e crescere come persone abbiamo bisogno di qualcuno in cui mettere fede-fiducia.

Riflettiamo su quante azioni della nostra vita dipendono dal nostro avere fede. È possibile crescere senza avere fiducia in qualcuno, a partire dai genitori?

È possibile iniziare a percorrere una storia d’amore senza avere fede nell’altro?

È possibile costruire legami solidi senza fondarli sulla roccia della fiducia nell’altro?

Sì, in tutta la vita dobbiamo avere fede, fare fiducia, credere a qualcuno.

Quando accediamo alla pienezza delle relazioni, in quelle più personali e intime come in quelle sociali e pubbliche, dobbiamo fidarci, fare credito all’altro.

In breve, non si può essere uomini senza credere, perché credere è il modo di vivere la relazione con gli altri;

e non è possibile nessun cammino di umanizzazione senza gli altri, perché vivere è sempre vivere con e attraverso l’altro.

È proprio in ragione di questa «umanità» della fede, che possiamo leggere l’attuale crisi della fede come innescata dalla crisi dell’atto umano del credere, un atto divenuto difficile e sovente contraddetto.

Abbiamo difficoltà a credere all’altro, siamo poco disposti a fare fiducia all’altro, non osiamo credergli fino in fondo. Lo constatiamo ogni giorno: perché si preferisce la convivenza al matrimonio?

Perché è diventata così difficile la storia perseverante nell’amore? Perché così spesso soffriamo a causa della separazione, del venire meno dell’alleanza nell’amore umano o dell’alleanza stretta all’interno di una vita comunitaria?

La verità è che non siamo più capaci di porre, nella nostra vita, l’atto umano del credere.

E in questa situazione di estrema precarietà, come poter ritrovare una fede salda?

Forse proprio ricominciando ad aver fiducia nelle più banali situazioni quotidiane, forse proprio nel porre davanti a Dio l’incertezza che caratterizza il nostro vissuto, forse nell’abbandonarci fiduciosi nelle mani di colui che Gesù di Nazareth ci ha insegnato a chiamare Padre.

lunedì 30 luglio 2012

DIRITTO: CITAZIONE


Tribunale Ordinario  di__________ 
Atto di Citazione

Il sig. _­_________, residente in ___________, rappresentato e difeso dall’Avv. _________________, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in _____ Via _________ n.__, giusta procura speciale posta in calce al presente atto,

Premesso


- che il Sig._______________ è conduttore dell’appartamento sito        in ______________ Via ___________ int.____ giusta contratto di locazione del _______ (doc.n.1);

- che in data __________, a seguito delle infiltrazioni d’acqua provenienti dal lastrico solare sovrastante l’appartamento sito                in ________________, Via ____________ n. ___ , int. ___ , condotto in locazione dal Sig. _____________, si verificava il distacco del soffitto, che provocava la inagibilità dell’appartamento e danni alle suppellettili presenti all’interno dello stesso;

- che l’evento dannoso in questione causava inoltre gravi danni al            Sig. ___________, che si vedeva costretto a ricorrere alle cure del Pronto Soccorso dell’Ospedale _______________ referto n._______ del ______ ( doc.n.2) ;

- che pertanto, stante l’inagibilità dell’appartamento in ragione del verificarsi di tale evento, il Sig. ______________ era costretto a trasferirsi presso altra dimora;

-  che l’istante provvedeva, dapprima verbalmente e successivamente con lettera raccomandata, inviata in data ________, ad invitare il Condominio di Via ______________ n. __, l’amministratore dello stesso, nonché la Sig.ra ____________, quale proprietaria dell’immobile in questione, ciascuno per quanto di propria competenza, ad effettuare i lavori diretti a provvedere alla rimessione in pristino dello stato dei luoghi (doc.n.3);

- che i convenuti non hanno a tutt’oggi provveduto ad eseguire i necessari lavori di ristrutturazione e che non hanno dato alcun riscontro alle comunicazioni inviate loro;

- che pertanto l’odierno istante ha provveduto direttamente all’esecuzione degli stessi, mediante affidamento dei lavori di rimessione in pristino alla Ditta_______, per un importo complessivo di € _________  (doc.n.4);

Tutto ciò premesso il Sig. ____________, come in epigrafe rappresentato, difeso e domiciliato,

Cita


il Condominio in _____________, di Via __________ n. __, in persona dell’amministratore pro tempore e la Sig.ra ____________, nella sua qualità di proprietaria dell’appartamento sito in _______ Via_________ int.___, a comparire avanti al Tribunale Civile di __________, nella sua nota sede di Via ___________, n. __ , sezione e Giudice designandi, all’udienza del giorno __________, ore di rito, con invito a costitursi almeno venti giorni prima della udienza e con l'avvertimento che la costituzione oltre il suddetto termine implicherà le decadenze di cui all'art. 167 c.p.c., ovvero che in difetto di costituzione si procederà in loro contumacia, per ivi sentir accogliere le seguenti     

Conclusioni


"Piaccia al Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa, accogliere la domanda attrice, dichiarando i convenuti responsabili del sinistro avvenuto in data ________ e di cui in narrativa, e per l’effetto condannare gli stessi all’integrale risarcimento di tutti i danni materiali e patrimoniali, diretti ed indiretti, nonché del danno alla persona ed a quello morale subiti dall’attore che allo stato si indica in complessive   € _________, oltre alla refusione delle spese sostenute così come documentalmente provate per un importo di € _________.

In via subordinata condannare i predetti convenuti al risarcimento dei danni nella maggiore o minore misura che si riterrà di giustizia.

In entrambi i casi con la condanna agli interessi legali dal dì del fatto e alla rivalutazione monetaria come per legge.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari di causa, con sentenza munita di provvisoria esecutività come per legge.

Ai fini del comma V dell’art. 9 della legge 23.12.1999 n. 488 si dichiara espressamente che il valore del presente procedimento ammonta a € __”.

Si depositano i seguenti documenti:

1) copia contratto di locazione.

2) copia referto dell’Ospedale _________  del___;

3) copia lettera raccomandata del ________;

4) copia fattura del_______ .

Con riserva di integrazione e precisazione delle conclusioni e delle istanze istruttorie ai sensi dell'art. 183 c.p.c.

____________, lì ________

       Avv.   ________________

Procura Speciale

Delego a rappresentarmi e difendermi nel presente atto ed in ogni fase e grado del relativo procedimento, l'Avv. ______________, conferendogli ogni più ampio potere e facoltà di legge, ivi compresi quelli di transigere, rinunziare, incassare somme e rilasciare quietanze, nonché quella di farsi sostituire. Eleggo domicilio presso il suo studio               in ____________,  Via ____________, n. __.

Sig. ________________



Per autentica Avv._________________

venerdì 20 luglio 2012

LA FEDE E L'INTELLIGENZA



LA FEDE E L'INTELLIGENZA



La fede che nasce dall’incontro con Cristo non sostituisce l’intelligenza, né le sottrae alcuna competenza;

non pretende di assumere nei confronti della intelligenza umana una posizione di primato (e come del resto potrebbe farlo, se è vero che la intelligenza umana partecipa, come logos, della stessa ragione di Dio?), né quindi è abilitata a darle alcuna direttiva che la stessa intelligenza non sarebbe in grado di darsi spontaneamente.

L’amico non è colui che dà ordini all’amico o lo condiziona psicologicamente, subordinandolo alla sua volontà.

Dove si dà amicizia autentica, si dà condivisione di esperienza e comune orientamento di vita;

dall’amicizia, soprattutto, traiamo fiducia e coraggio: chi possiede un amico sa che non è solo.

Qualcosa di simile si può dire per il rapporto amicale tra fede e intelligenza:

grazie alla fede, l'intelligenza può resistere alla tentazione di perdere fiducia in se stessa e nel mondo, alla tentazione di ritenere il mondo vuoto di significato e di considerarlo non come un cosmos, ma come una macchina, il cui funzionamento noi siamo in grado di percepire, ma la cui finalità ci resta oscura.

Quando la intelligenza perde fiducia in se stessa, non cessa naturalmente di operare come intelligenza, ma, per dir così, accorcia il proprio orizzonte, sostituisce allo sguardo globale lo sguardo circoscritto –sguardo che è a volte più preciso, ma anche inevitabilmente limitato.

In quanto amica dell’intelligenza la fede ha il compito di richiamarla sempre alla propria dignità costitutiva e all’orizzonte di senso che le è proprio, quello di essere intelligenza umana, cioè una dimensione che vive solo nell’ esistenza concreta degli individui.

L’amicizia tra intelligenza e fede può manifestarsi secondo gradi diversi e può raggiungere quell’altezza e quell’ immedesimazione che in alcuni casi può far vedere nell’amico un altro se stesso o può, più semplicemente, manifestarsi in tanti diversi gradi di solidarietà operosa.

In questa prospettiva, operando per il comune bene umano, fede e intelligenza devono riconoscersi e attribuirsi compiti diversificati, sempre basando il loro rapporto sul reciproco rispetto.

Quando invece tra fede e intelligenza si perde il vincolo dell’ amicizia, si danno due diverse possibilità.

L’errore del fondamentalismo non sta nell’affermare che il credente deve nella sua esistenza dare il primato all’ascolto della parola di Dio, ma nel non comprendere che la parola di Dio si manifesta in modo molteplice:

non solo nelle scritture rivelate, ma nel libro della natura, così come nella tradizione o nell’ordine storico della provvidenza e che a tutte queste manifestazioni va data una doverosa attenzione.

Altrettanto grave è ciò che avviene quando capita l’opposto ed è la intelligenza a rifiutare l’offerta di amicizia della fede:

gli esiti in cui si cade sono percepiti forse con minor evidenza, ma hanno un carattere altrettanto drammatico, perché sono esiti propriamente disumani.

Cadiamo infatti in quel deserto dell’esistenza che si manifesta quando non si è più in grado di percepire il rilievo che possiedono le domande di senso e le risposte che a queste domande solo la fede è in grado di dare.

giovedì 19 luglio 2012

NECESSITA' DELLA FEDE



LA NECESSITA' DELLA FEDE



La fede è un dono di Dio, ma, nello stesso tempo, è una risposta libera, ragionevole e totale, mediante cui confessiamo la verità circa la divina autorivelazione compiutasi definitivamente in Cristo.

È ovvio, quindi, che, trattandosi di un dono di Dio, debba esserci un inscindibile rapporto tra l’uomo che afferma di avere la fede e Dio, il quale, nella tradizione monoteista, è riconosciuto come personale, eterno, immutabile, onnisciente e creatore onnipotente.

L’uomo di fede, pertanto, non è colui che afferma di credere in qualcosa di astratto e di non ben definibile, senza alcuna effettiva conseguenza per la sua vita comportamentale, sia a livello di coscienza personale, sia nell’osservanza di quelle norme derivanti dalla rivelazione scritta o orale.

No! L’uomo di fede crede in un Essere personale, cioè in una Persona.

E infatti il vero motivo che porta alla fede, anzi il fattore decisivo, anche quando si è ricevuta un’educazione religiosa, va trovato nell’autorità di Dio che rivela.

Naturalmente l’atto di fede è sempre un atto umano razionale, nel senso che l’esperienza umana, specialmente nei suoi aspetti più profondi, può aiutare la voce di Dio che parla al cuore e alla mente e ad accogliere con fede la parola rivelata;

la qualcosa presuppone lo sforzo dell’uomo di conoscere, in qualche modo, questo Dio che rivela, la sorte dell’uomo (il fine per cui egli esiste sulla terra) e la storia del Gesù terrestre il quale si è definito Figlio di Dio, del suo insegnamento e soprattutto del suo Vangelo.

Ci si imbatterà così con il mistero, che non è qualcosa di semplicemente oscuro o inspiegabile, ma il piano misterioso di Dio per la salvezza dell’umanità, che è stato svelato per mezzo di Gesù Cristo, pur trascendendo la ragione e la comprensione umana.

È chiaro che la mente umana non possa afferrare Dio, ma è Lui che afferra noi.

Immettendosi, poi, nel messaggio di Cristo, inevitabilmente l’uomo di fede, incontra la Chiesa, nel senso che Egli ha affidato a quest’ultima il suo insegnamento come un tesoro da custodire, da interpretare, da far conoscere a tutte le genti e da proclamarlo fedelmente a tutti fino alla fine dei tempi.

È Cristo stesso che ha affidato alla Chiesa l’ufficio di insegnare autorevolmente il suo Vangelo.

mercoledì 18 luglio 2012

ARIDITA' SPIRITUALE




L'ARIDITA' SPIRITUALE


I principali ostacoli alla preghiera nei praticanti esperti si con­centrano in tre importanti esperienze:

la prima è l'ari­dità spirituale,

la seconda la tiepidezza spirituale

e la terza la perdita dello scopo della preghiera.

C'è molta differenza tra aridità e tiepidezza spirituale.

L'a­ridità spirituale è quella difficoltà che l'uomo incontra durante la preghiera senza che gli impedisca di continuare la preghiera, la lettura o le veglie; tuttavia le priva di ogni consolazione, di ogni sapore e di ogni soddisfazione.

La tiepidezza spirituale riguarda invece l'atto stesso;

la pre­ghiera è interrotta e l'uomo perde ogni capacità di proseguire la propria attività spirituale;

la lettura diventa penosa, le veglie impossibili e si resta scoraggiati anche dalle pratiche semplici e abituali.

Nell'aridità spirituale possiamo pregare con facilità e com­prendere il senso della nostra preghiera, la nostra mente è vigile e i nostri sensi ben desti;

riusciamo a studiare la parola e a con­centrarci su ciò che leggiamo; tuttavia, siamo costantemente pri­vati di ogni consolazione interiore.

Nella tiepidezza spirituale, fin dal momento in cui ci alziamo per pregare o ci sediamo per leggere, la nostra mente è distratta e il nostro cuore assente;

la preghiera e l'attività spirituale di­ventano non solo estremamente difficili, ma non provocano in noi alcuna eco.
E uno stato generale psicologico-spirituale di noia e incapacità di produrre atti di devozione e di meditazione religiosa.

L'aridità' può verificarsi nei vari stadi della vita spirituale, tanto ascetici che mistici.

Nella sua realizzazione più piena costituisce una dimensione caratteristica della notte oscura. Si presenta anche in forma limitata e settoriale nelle diverse fasi e situazioni della vita spirituale e psicologica.

In una pagina di sapore autobiografico, s. Bernardo descrive i vari sintomi di questa situazione: " Mi ha invaso questa languidezza e ottusità della mente, questa debolezza e sterilità dell'anima, assenza di devozione.

Come si è asciugato così il mio cuore? E tale la durezza del cuore che già non riesce a commuoversi né a versare una lacrima.

Non trovo più gusto nel salmodiare, la lettura spirituale mi risulta insipida, la preghiera ha perso per me il suo incanto.

Mi sento pigro nel lavoro manuale, sonnolento nelle veglie, propenso ad arrabbiarmi, ostinato nella mia avversione.
Per superare spiritualmente tale situazione occorre cominciare con un atteggiamento fondamentale di accettazione nell'umiltà e nella povertà.

Non si tratta di sopportare o di porre rimedio a un male, ma di fare un passo avanti nella vita di fede, amore e speranza, servendo Dio nella nudità di spirito e nel totale annientamento.

Poi si agisce in conseguenza applicando mezzi naturali e soprannaturali più adeguati: riposo mentale e fisico, cambiamento di attività, maggiore fedeltà alla propria vocazione con le sue esigenze, ascesi.

Una serie di fattori convergenti rende oggi particolarmente frequente il fenomeno dell'aridità' nella preghiera.

Tra questi: l'esistenza frenetica, la fatica dovuta ad impressioni costanti ed intense nella sensibilità, una certa freddezza nell'ambito religioso, una scarsa educazione pastorale per la preghiera interiore, l'abitudine nella pratica della preghiera per mancanza di progetto.
S. Teresa, che ha sofferto lungamente questa tortura, dedica particolare attenzione al tema. Le sue descrizioni e i suoi suggerimenti conservano la loro validità.

Nel capitolo undicesimo della Vita, ella ha lasciato un'ampia descrizione del fenomeno, delle sue possibili cause e rimedi.

Lo colloca di preferenza nella prima tappa del cammino di orazione, però esso si ripete con regolarità nei momenti successivi.

" Che deve fare colui che da molti giorni non prova altro che aridità, disgusto, insipidezza, e un'estrema ripugnanza, né potrà formulare un buon pensiero? ". Spiegazione e rimedio.

" Sua Maestà vuole condurre per questa strada perché comprendiamo meglio il poco che siamo ". Questa stessa povertà aiuta a servire Dio " con giustizia, fortezza di animo e umiltà ".

" Non fare molto caso né consolarsi né scoraggiarsi molto perché mancano questi piaceri e tenerezze ". Non turbare l'animo: " Peggio se allora si insiste a fargli forza perché il male dura più a lungo ".
Poi si aggiungono altri rimedi: l'aiuto del libro, della preghiera vocale, dello sguardo silenzioso e inerte.

L'anima che per la prima volta fa l'esperienza dell'aridità spi­rituale si turba profondamente, soprattutto quando la sua ap­plicazione all'adorazione è assidua, devota e fedele.

Sconcertata da quel che le accade, ne cerca la ragione frugando tra i propri errori.
In realtà, l'aridità spirituale non implica affatto la perdita di qualcosa del nostro buon rapporto con Dio.

E’ una tappa impor­tante e necessaria per educare l'anima e prepararla a una vita spirituale progredita che non sia più tributaria di fattori psicolo­gici o di gratificazioni soggettive.

È, in un certo senso, un cibo un po' difficile da digerire, ma di grande utilità.

Così, se accettiamo di buon grado, con lucidità e pazienza, di sottometterci a quest'esperienza, se le nostre ani­me non illanguidiscono nell'assenza di consolazioni e incorag­giamenti, bensì pongono tutta la loro speranza nella veridicità delle promesse divine, allora quest'esperienza ci farà accedere alla statura di figli perfetti, degni di quell'amore superiore che “non cerca il suo interesse” (1Cor 13,5), non si preoccupa di ri­cevere, ma si accontenta di dare e dì spendersi.

Se esaminiamo attentamente quest'esperienza, scopriamo che essa non comporta alcun turbamento e non colpisce il cuore con alcuna miseria.

L'aridità attiene all'anima nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni senza toccare la pace e la calma interiore;

si tratta però di una pace priva di calore emotivo, di una calma senza attrattiva né soddisfazione.

Per questo l'esperienza dell'aridità è sentita duramente sol­tanto da coloro la cui anima vezzeggiata è stata abituata alle con­solazioni e agli incoraggiamenti, coloro la cui pietà si fonda sul "ricevere" e che considerano prova di progresso spirituale solo le manifestazioni sensibili.

Il pericolo di questa tappa è che l'uomo, cominciando a dubi­tare e a immaginare che il suo rapporto con Dio sia interrotto, smetta, alla fine, di pregare;

al contrario, quest'esperienza, en­tro i limiti che le sono propri - cioè l'aridità spirituale provocata dalla grazia -,

permette all'uomo di continuare la preghiera, perché non lo priva della capacità di pregare e di perseverarvi; lo priva unicamente delle consolazioni secondarie sulle quali egli faceva affidamento.
Se l'uomo cessa la preghiera con il pretesto dell'aridità spiri­tuale e della perdita delle consolazioni, regredisce spiritualmen­te e si espone senza motivo a una prova nefasta e pericolosa, quella della mormorazione contro Dio.

Ci si sbaglia quindi se ci si turba quando si attraversa la tappa dell'aridità; come pure è pericoloso smettere di pregare, con la scusa di non trovarvi più soddisfazione.

L'aridità è un'esperien­za che riguarda la natura stessa della preghiera, capace, se noi l'accogliamo lucidamente e volentieri, di portarci a un grado su­periore, quello della preghiera pura che non si fonda sui senti­menti, sulle sensazioni e gli incoraggiamenti.

L'uomo potrà avere la sensazione che la grazia apparentemen­te l'abbandoni, che gli basti l'azione interiore e segreta di tale grazia;

s'appoggi allora sull'impulso acquisito nella sua vita tra­scorsa con Dio.

Se ne accontenterà per attraversare le prime tap­pe di quest'esperienza, finché la sua anima abbia imparato a fis­sarsi in Dio, senza intermediari né incoraggiamenti.

martedì 17 luglio 2012

LA PERSEVERANZA DELLA FEDE



LA PERSEVERANZA DELLA FEDE


La fede è un dono che Dio fa all'uomo gratuitamente. Noi possiamo perdere que-sto dono inestimabile.

Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dob-biamo nutrirla con la Parola di Dio;

dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla [Mc 9,24; Lc 17,5; Lc 22,32] essa deve operare “per mezzo della carità” (Gal 5,6), [Gc 2,14-26] essere sostenuta dalla speranza [Rm 15,13] ed essere radicata nella fede della Chiesa.

La fede ci introduce già oggi nella vita eterna anche se non ancora pienamente:

La fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù.

Allora vedremo Dio “a faccia a faccia” (1Cor 13,12), “così come egli è” (1Gv 3,2). (1Gv 3,2).

La fede, quindi, è già l'inizio della vita eterna:

Fin d'ora contempliamo come in uno specchio, quasi fossero già presenti, le realtà meravigliose che ci riservano le promesse e che, per la fede, attendiamo di godere.

L’incredulità è sempre davanti alla porta del cuore credente:

Ora, però, “camminiamo nella fede e non ancora in visione” (2Cor 5,7), e conosciamo Dio “come in uno specchio, in maniera confusa, in modo imperfetto” (1Cor 13,12).

La fede, luminosa a motivo di Colui nel quale crede, sovente è vissuta nell'oscurità.

La fede può essere messa alla prova.

Il mondo nel quale viviamo pare spesso molto lontano da ciò di cui la fede ci dà la certezza; le esperienze del male e della sofferenza, delle ingiustizie e della morte sembrano contraddire la Buona Novella, possono far vacillare la fede e diventare per essa una tentazione.

Allora dobbiamo volgerci verso i testimoni della fede: Abramo, che credette, “sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18);

la Vergine Maria che, nel cammino della fede, è giunta fino alla “notte della fede” partecipando alla sofferenza del suo Figlio e alla notte della sua tomba; e molti altri testimoni della fede.

“Circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb 12,1-2)

Certamente la partecipazione ai sacramenti è il mezzo più alto per tenere viva la fede che subito decade quando noi ci stacchiamo da essi.

Ma un altro mezzo eccellente è quello di condividerla con altri.

Quando condividiamo, nell’amicizia spirituale, la nostra fede e ci raccontiamo reciprocamente la nostra esperienza e i nostri travagli nel testimoniarla e viverla, troviamo un grande aiuto reciproco per sostenerci, crescere e perseverare in essa fino alla morte.

lunedì 16 luglio 2012

DIRITTO: INTIMAZIONE TESTI


Ufficio del Giudice di Pace di _____

Atto di Intimazione ai Testi

Ad istanza della _______, elettivamente domiciliata in __________, Via _______ n. __, presso l’Avv. _________ che la rappresenta e difende, io sottoscritto Ufficiale Giudiziario, addetto all’Ufficio Notifiche della Corte d’Appello di _______

Ho Intimato

ai sotto indicati testi di comparire dinanzi al Giudice di Pace Dott. ______, della Sezione ___ dell’intestato Ufficio sito in _________, Via __________ n. __, all’udienza che sarà tenuta il giorno ________, alle ore ____, per ivi deporre sui fatti della causa iscritta al R.G.N. ______, promossa dalla ________ contro la _____, avente ad oggetto il risarcimento dei danni da quest’ultima provocati il giorno _____, in _____, Via ______, con avvertenza che non comparendo saranno soggetti alle sanzioni previste dall’art. 255 c.p.c..

Per l’effetto

Ho citato

1.      ________

domiciliato in ______ Via ________

domenica 15 luglio 2012

IL BATTESIMO



SACRAMENTO DEL BATTESIMO


Gesù annuncia il battesimo.

Parla di una nascita. Non di una nascita carnale, umana, ma d’una nascita spirituale, divina: una nascita dallo Spirito Santo.

Parla della nascita per la quale un figlio d’uomo diventa figlio di Dio.

Il Maestro parla di acqua, ma parla soprattutto di Spirito, e paragona questo soffio di Dio al soffio della natura che è il vento.

L’acqua si sa di dove viene e dove va; la gravità la costringe a seguire i pendii e i meandri della terra: si insinua già così che il battesimo di acqua sarà forzatamente limitato. Ma c’è lo Spirito.

Lo Spirito, rappresentato dal soffio del vento, è totalmente libero.

Il battesimo è perciò, normalmente, un po’ d’acqua e molto Spirito Santo.

L’acqua non può evidentemente supplire allo Spirito, ma lo Spirito può supplire all’acqua. Anche dove non c’è acqua, anche dove non c’è chiesa, anche dove non ci sono cristiani, lo Spirito è all’opera e dà la vita di Dio agli uomini.

La salvezza infatti è offerta a tutti gli uomini, è una realtà universale, ingloba tutta l’umanità.

Le parole "battesimo", "battezzare" derivano dal greco, dove la radice corrispondente indica "immergere nell'acqua";

in effetti il battesimo simboleggia il seppellimento dell'uomo "vecchio" e la rinascita dell'uomo nuovo.

Per i cattolici il Battesimo consiste nella cancellazione dall'anima del fedele del peccato originale, originato dal comportamento di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, ma come dice san Paolo nella Lettera ai Romani, dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia, cioè si diventa figli di Dio, si viene incorporati a Cristo (persona in Cristo) e si entra a far parte della comunità dei salvati.

Inoltre il battezzando adulto, cosciente e pentito, viene liberato, nel momento in cui riceve il Battesimo, anche da tutti i peccati personali, anche gravi, da lui fino allora commessi.

Infatti egli si può accostare senz'altro alla Cresima e alla Comunione, senza doversi prima confessare. Quasi tutte le Chiese cristiane praticano il battesimo dei bambini (oltre, ovviamente, quello degli adulti convertiti).

Secondo la Bibbia, il battesimo cristiano è una testimonianza esteriore di ciò che è accaduto interiormente nella vita di un credente.

Il battesimo cristiano esemplifica l’identificazione di un credente con la morte, sepoltura e risurrezione di Cristo.

La Bibbia dichiara: “O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?

Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita” (Romani 6:3-4).

Nel battesimo cristiano, l’atto di essere immersi nell’acqua rappresenta il fatto di essere sepolti con Cristo, mentre l’atto di uscire dall’acqua di essere risorti con Lui.

Poiché Cristo è morto per la salvezza di tutti, possono essere salvati anche senza Battesimo quanti muoiono a causa della fede (Battesimo di sangue), i catecumeni, e anche tutti coloro che sotto l'impulso della grazia, senza conoscere Cristo e la Chiesa, cercano sinceramente Dio e si sforzano di compiere la sua volontà (Battesimo di desiderio).

Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa nella sua liturgia li affida alla misericordia di Dio. II Battesimo « è il più bello e magnifico dei doni di Dio.

Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d'immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso.

Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell'acqua; unzione, perché è sacro e regale (tali sono coloro che vengono unti);

illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio »