sabato 22 settembre 2012

GLORIOSA PASSIONE DI CRISTO


 
CARATTERE GLORIOSO
 
DELLA PASSIONE DI CRISTO

Questo carattere glorioso della Passione è universalmente sottolineato nella Tradizione:
 
in Oriente, la Croce riceve regolarmente l’epiteto di “vivificante”, mentre nelle Liturgie occidentali la Passione è generalmente qualificata come “gloriosa” o “felice”.
 
Ciò è riflesso fedelmente nell’iconografia ortodossa che è estranea ad ogni contemplazione attenuata della crocifissione; anche nel momento di “kénosi” estrema, la Chiesa non dimentica che colui che è sospeso sul legno è “colui che ha sospeso il mondo” (Ufficio bizantino delle Sante Sofferenze, 15ª antifona).
 
Pertanto, non se ne deve dedurre che la Chiesa ferma il suo pensiero sull’immensa e reale sofferenza di Gesù crocifisso.
 
Al contrario, lo esprime con un realismo vibrante di dolore e di amore: “ogni parte della tua Carne santa ha sofferto un disonore a causa nostra: la tua testa, le spine;
 
il tuo volto, gli sputi;
 
la tua bocca, il sapore dell’aceto e del fiele;
 
le tue orecchie, le bestemmie ingiuriose;
 
le tue spalle, la porpora dello scherno;
 
il tuo dorso, la flagellazione;
 
la tua mano, la canna;
 
gli spasmi di tutto il corpo sulla croce;
 
le tue membra, i chiodi, e il tuo costato, la lancia. T
 
u che hai sofferto per noi e che, soffrendo, ci hai liberato, tu che per amore verso gli uomini ti sei abbassato con noi e ci hai risollevati, Salvatore, abbi pietà di noi ”.

 
Che la morte sulla Croce abbia portato all’umanità decaduta la redenzione e la riconciliazione con Dio è un dogma fondamentale per il cristianesimo.
 
Interpretazione errata, o quanto meno gravemente deficiente, di questo dogma, sarebbe collocare la Redenzione in una categoria giuridico-etica, tendenza che ha lasciato la sua impronta sulla teologia occidentale a partire dal Medioevo, a scapito del vigoroso realismo del pensiero cristiano antico.
 
Nella prospettiva giuridico-etica, l’accento è posato sull’offesa fatta a Dio col peccato originale, offesa che necessita di una riparazione per placare il corruccio divino, ed è la morte del Figlio di Dio incarnato che costituisce sacrificio di riparazione.

 
La prospettiva ortodossa, fondata sulla Santa Scrittura e sulla tradizione liturgica e patristica antica, si manifesta in un’altra dimensione: il peccato originale fu il frutto amaro della libertà concessa all’uomo dal suo Creatore;
 
Dio ha voluto essere adorato ed amato da creature libere, perché solo questa libertà dà un senso all’amore; senza possibilità di autodeterminazione – e quindi di rifiuto – l’amore dell’uomo per Dio non sarebbe stato altro che il riflesso dell’amore di Dio per se stesso, come lo splendore di una luce proiettato su uno specchio.
 
Optando per il male, l’uomo ha tradito la sua vocazione e si è trovato asservito al potere del Nemico, tuttavia Dio non ha lasciato andare l’umanità alla deriva.
 
Alcuni Padri della Chiesa, come sant’Ireneo e san Teofilo di Antiochia, spiegano la condiscendenza divina con il carattere non-adulto dell’umanità primitiva.
 
Pur avendo peccato liberamente, l’uomo non aveva una responsabilità assoluta. L’opera di riconciliazione si è fatta in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
 
Offrendosi volontariamente alla morte, ne ha spezzato irrimediabilmente la potenza, poiché la morte non ha potuto vincere l’Uomo-Dio. Come dice l’inno latino Victimae paschali:
 
la morte e la vita hanno ingaggiato una lotta stupefacente: l’Autore della vita, dopo esser morto, vive e regna”.

 

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