venerdì 14 settembre 2012

LA PARUSIA


 
LA PARUSIA

 
Credere nella seconda venuta di Cristo è assolutamente fondamentale nell’insieme della dottrina cristiana, così ogni tentativo di “de-escatologizzare” il cristianesimo, cioè di sopprimere o minimizzare questo articolo di fede non può essere considerato se non un’alterazione fondamentale del messaggio cristiano.
 
Per capire bene il posto che questo dogma occupa nella Chiesa, lo si deve situare nella sua vera prospettiva; infatti, la concezione cristiana del tempo si presenta come una linea orizzontale:
 
c’è un inizio, la creazione, un gesto tragico dell’uomo, la caduta, un avvenimento centrale, l’Incarnazione, una fine con la Seconda Parusia (il ritorno di Cristo).
 
Di conseguenza, come il sacrificio di Cristo è stato un avvenimento unico (Eb 7, 27), così il giudizio finale sarà un’azione unica e definitiva.
 
Questo crede fermamente la Chiesa, ed è per questo che il V Concilio ecumenico (553) condannò tutta una serie di opinioni derivate da Origene che avevano come sottofondo una concezione ciclica del tempo incompatibile con la Rivelazione.
 
L’attesa escatologica è un elemento fondamentale della teologia sacramentale ortodossa:
 
così il radunarsi dei cristiani per la Liturgia eucaristica non rappresenta solo (la celebrazione della) memoria di un avvenimento passato, attualizzato nel sacramento, ma sta a significare anche l’attesa escatologica della comunità messianica che è la Chiesa.

 
Questo è quanto è ben sottolineato nella raccomandazione dell’apostolo Paolo che segue la rievocazione delle parole dell’istituzione della Santa Cena:
 
Ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, annunciate la morte del Signore sino alla sua venuta” (1 Cor 11, 26).

 
L’allusione escatologica è del resto chiarissima in questa parola di nostro Signore riportata da san Matteo:
 
Non berrò più di questo frutto della vigna, vi dico, fino al giorno in cui berrò con voi il vino nuovo nel Regno del Padre mio” (Mt 26, 29).
 
In un documento cristiano molto antico, la Didachè (I-II secolo) leggiamo queste parole che esaltano questa speranza:
 
Come questo pane spezzato, dapprima seminato sulle colline, dopo essere raccolto è diventato uno, così la tua Chiesa sia riunita nel tuo Regno dalle estremità della terra…” e più avanti: “ricordati, Signore, della tua Chiesa, liberala da ogni male e rendila perfetta nel tuo amore.
 
Questa Chiesa santificata, da ogni parte radunala nel Regno che le hai preparato”.

 
I primi cristiani vivevano nell’attesa impaziente del ritorno di Cristo e l’esprimevano nella coincisa formula aramaica che ci viene riportata da san Paolo, Maranata (1 Cor 16, 22); cf. Ap 22, 17).
 
Ma il Signore aveva messo in guardia i discepoli dal desiderio di sapere quando sarebbe avvenuta l’ultima Parusia (Mt 24, 36; Atti 1, 7).
 
Paolo, d’altronde, nell’esortare i Tessalonicesi a vigilare, scrive loro: “voi pure sapete perfettamente che il Giorno del Signore arriva come un ladro in piena notte” (1 Tess 5, 2).
 
I Cristiani devono stare sempre in attesa della Parusia, ma questa attesa non deve mutarsi in vana curiosità per scrutare il disegno divino a tale riguardo.
 
La Chiesa evita speculazioni azzardate su alcuni brani del libro di Daniele o dell’Apocalisse, quando invece i settari di ogni epoca ne fanno abuso, o per determinare matematicamente il momento della Parusia, o ancora per infamare qualche personaggio loro contemporaneo.
 
Simili speculazioni non solo sono contrarie ai precetti del Signore, ma testimoniano pure, in coloro che si lasciano sedurre da certe pratiche, un’ignoranza totale delle regole dell’apocalittica giudaica, così come ci sono adesso ben note attraverso numerosi documenti che si scaglionano tra il II secolo prima e il II secolo dopo della nostra era.

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