venerdì 30 novembre 2012

IL NOME DI DIO


 
 
Il nome di Dio

 

Come il nome che non era un nome divenne il Nome Il nome che non è un nome diventa il Nome.
 
Come abbiamo visto, Dio non rivela il suo nome a Mosè.
 
Dio dice a Mosè soltanto che lui è “Colui che è”.
 
Questa formula è tanto precisa quanto insondabile. Dietro quel יהוה(Yhvh), “Colui che è”, c’è il Dio uno e unico, eterno e misterioso.

 
Dio non è un uomo o una donna che ha bisogno di distinguersi da altre persone.
 
Ha del blasfemo quanto detto in Impariamo dal grande Insegnante:
 
“Non sono solo le persone ad avere un nome.
 
Pensa ad altre cose che ce l’hanno.
 
Se ti regalano una bambola o un cucciolo, tu gli dai un nome, non è vero?” (cap. 4, pag. 26).
 
Dio non è un oggetto o un animale domestico o un uomo cui si debba dare un nome.
 
È vergognoso che si facciano paragoni simili.

giovedì 29 novembre 2012

DIO E'


 
 
 
DIO E'

 

È biblicamente molto discutibile la seguente affermazione:
 
“L’incomparabile nome di Dio, Geova, serve a distinguerlo da tutti gli altri dèi” (La conoscenza che conduce alla vita eterna, cap. 3, pag. 24, § 6).
 
Gli dèi pagani avevano un nome: dovevano, infatti, essere distinti da altri dèi pagani.
 
Ma da chi dovrebbe mai essere distinto Dio?
 
Da dèi inesistenti? “Non c’è che un solo Dio.
 
Poiché benché ci siano quelli che sono chiamati ‘dèi’, sia in cielo che sulla terra, come ci sono molti ‘dèi’ e molti ‘signori’, effettivamente c’è per noi un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi per lui”. - 1Cor 8:4-6.

 
Agli ebrei era vietato perfino nominare gli dèi: “Non dovete menzionare il nome di altri dèi.
 
Non si dovrebbe udire sulla tua bocca” (Es 23:13).
 
Il Dio unico, il loro Dio, gli ebrei lo chiamavano “Colui che è”,יהוה(Yhvh). Questa formula, che, in effetti, non era un nome (perché Dio non rivelò a Mosè il suo nome), divenne “il Nome” con cui ci si riferiva a Dio.
 
Si spiega così il fatto che nelle Scritture Ebraiche questo “nome” compare quasi 7.000.

 
Nella Bibbia, oltre alla forma pura del tetragramma, si riscontrano altri sei aspetti del tetragramma, dati da espressioni composte.
 
Il totale di sette non ci sembra un caso, dato il valore molto simbolico del numero, che indica la completezza e la perfezione.
 
Queste forme composte rivelano il grande amore di Dio nel voler redimere l'essere umano.

 
“Colui che è”. È colui che fa “delle tenebre il suo nascondiglio” (Sl 18:11). “Nuvole e fitta oscurità gli sono tutt’intorno” (Sl 97:2).
 
יהוה stesso disse che doveva risiedere nella fitta oscurità” (1Re 8:12).
 
“Il solo che ha immortalità, che dimora in una luce inaccessibile, che nessuno degli uomini ha visto né può vedere” (1Tm 6:16).
 
Il Dio uno e unico è incomparabile. La sua essenza (e quindi il suo stesso nome) rimane celato e inaccessibile.
 
Per gli esseri umani lui è “Colui che è”.

 

mercoledì 28 novembre 2012

DIO PROVVEDE


 
 
DIO PROVVEDE

 

 “Colui che è provvede”.
 
Letteralmente: “vedrà”, sottintendendo che vedrà il da farsi.
 
Non si tratta qui di un semplice nome che Abraamo dà ad un luogo.
 
La Scrittura aggiunge “Per questo oggi si usa dire: “יהוה יראה [yhvh yeroèh]” (stesso versetto).
 
Mentre la prima forma (יהוה יראה, YHVH yerèh) significa “Yhvh vedrà”, la seconda (yeroèh) significa: “Si fa vedere”.
 
Non si tratta ovviamente di farsi vedere letteralmente.
 
La LXX traduce:
 
“Sul monte il Signore è stato visto”.
 
Si tratta del monte su cui sarà poi edificato il Tempio, “la casa di hwhy” (1Re 6:1).
 
Dio ha “fatto risiedere là il suo nome” (Esd 6:12).
 
Lo aveva promesso:
 
“Porrò il mio nome in Gerusalemme” (2Re 21:4), “In questa casa e in Gerusalemme, che ho scelto da tutte le tribù d’Israele, porrò il mio nome” (2Re 21:7).
 
È da questo monte che “יהוה יראה[YHVH yeroèh]”, “Dio provvederà”:
 
“Certamente farà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di piatti ben oliati, un banchetto di [vini] chiariti, di piatti ben oliati pieni di midollo, di [vini] chiariti, filtrati”. - Is 25:6.

 
Colui che guarisce”.
 
Dio è colui “che sana tutte le tue malattie” (Sl 103:3).
 
“Nessun residente dirà: ‘Sono malato’.
 
Il popolo che dimora [nel paese] sarà quello perdonato del suo errore” (Is 33:24).
 
“Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore”. - Riv 21:4.

martedì 27 novembre 2012

DIO E' IL RIFUGIO


 
 
DIO E' IL RIFUGIO
 

Colui che è mia asta”.
 
La LXX traduce:
 
“Il Signore è il mio Rifugio”.
 
La parola “asta” (נס, nis) si trova in Nm 21:8:
 
“Fatti una serpe infuocata e mettila su un’asta.
 
E deve avvenire che quando qualcuno è stato morso, deve guardarla e quindi deve rimanere in vita”.
 
Yeshùa applica così questo passo:
 
“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato” (Gv 3:14).
 
E Pietro spiega che “egli stesso [Yeshùa] portò i nostri peccati nel proprio corpo, sul palo, affinché morissimo ai peccati e vivessimo per la giustizia” (1Pt 2:24).
 
Il “palo di tortura è stoltezza per quelli che periscono, ma per noi che siamo salvati è potenza di Dio”. - 1Cor 1:18.

 
“Colui che è pace”.
 
Egli è “l’Iddio che dà pace” (Rm 15:33). “יהוה stesso benedirà il suo popolo con la pace” (Sl 29:11).
 
“I mansueti stessi possederanno la terra, e in realtà proveranno squisito diletto nell’abbondanza della pace”. - Sl 37:11.

 
“Colui che è il mio pastore”.
 
Dio è il “Pastore d’Israele” (Sl 80:1) e “lo radunerà, e certamente lo custodirà come un pastore custodisce il suo branco” (Ger 31:10).
 
Egli ha anche costituito Yeshùa come “pastore eccellente” (Gv 10:14). Grazie a Yeshùa, le persone che erano “come pecore sviate” sono potute tornale “al pastore”. - 1Pt 2:25.

lunedì 26 novembre 2012

DIO E' GIUSTIZIA


 
 
DIO E' GIUSTIZIA

 

 Colui che è nostra giustizia”.
 
Dio assicura al suo popolo e a Gerusalemme la giustizia (Ger 33:16).
 
Egli è il Dio di giustizia (Sl 103:6) e tutta la terra sarà retta “con giustizia” (Sl 96:13;97:1; 98:9).
 
“La sua giustizia dura per sempre” (Sl 111:3; 2Cor 9:9).
 
“La giustizia di Dio è stata resa manifesta, come rendono testimonianza la Legge e i Profeti;
 
sì, la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che hanno fede”. - Rm 3:21,22.

 
Tutte queste combinazioni del tetragramma divino mostrano la pienezza dell’amore e della misericordia di Dio.
 
“Colui che è”, l’Onnipotente, l’Inaccessibile, si piega con amore prima verso il più piccolo dei popoli, facendolo Suo, poi con Yeshùa si piega verso l’umanità intera.
 
Il suo amore, la sua giustizia e la sua potenza si esprimono sapientemente nel suo operare nella nostra storia.

domenica 25 novembre 2012

IL TERZO COMANDAMENTO




Il terzo comandamento

 

Sin da piccoli i bambini imparano a memoria al catechismo: “Secondo: Non nominare il nome di Dio invano”.

Per molti cattolici potrebbe essere una sorpresa sapere che si tratta in effetti del terzo, e non del secondo comandamento (la Chiesa Cattolica ha eliminato il secondo che proibisce l’idolatria e ha diviso in due il decimo).
 
Comunque, vogliamo qui analizzare bene ciò che la Bibbia dice.

Questo comandamento - che nella Bibbia è riportato due volte (Es 20:7; Dt 5:11) - ha la forma di una proibizione: proibisce di pronunciare il nome divino.
 
Ma come?
 
“Invano”, dicono di solito le versioni bibliche.
 
“In modo indegno”, dice TNM che nella nota in calce spiega: “O, ‘per una falsità’; o, ‘invano’”.

La notissima forma “invano” è dovuta a Girolamo che così tradusse l’ebraico in latino:
 
“Non adsumes nomen Domini Dei tui in vanum” (Es 20:7, Vulgata).
 
Il significato solitamente attribuito all’espressione è che non si deve pronunciare il nome di Dio per leggerezza o addirittura per bestemmia.

 

sabato 24 novembre 2012

NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO


 
NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

 

Noi che vogliamo andare sempre a fondo, guardiamo invece a cosa dice la Bibbia.
 
E scopriamo che dice, letteralmente: “Non solleverai nome di Yhvh Dio di te לַשָּׁוְא[lashàv]”.
 
Se volessimo dirla in linguaggio moderno e popolare, il comandamento intima: Non tirerai in ballo.
 
Ma la nostra attenzione si fissa su quel lashàv. E scopriamo che l’interpretazione “invano” è debole, coinvolgendo solo il nostro modo di parlare.
 
L’espressione ebraica lashàv ha invece un valore forte, significando che non si può invocare il nome divino su ciò che è moralmente cattivo e contrario alla santità di Dio.
 
Nel comandamento è coinvolto anche il modo di vivere e non solo quello di parlare.

 
Un’applicazione concreta, ad esempio, che il comandamento ha avuto la troviamo in Lv 19:12: “Non dovete giurare in nome mio su una menzogna, in modo da profanare in effetti il nome del tuo Dio”.

 
Sulla stessa linea, la traduzione greca della LXX traduce lashàv (לַשָּׁוְא) con ἐπὶ ματαίῳ (epì matàio): “su ciò che è privo di forza / privo di verità / inutile / di nessuno scopo / vano”.
 
Dopotutto, è anche il senso che gli diede Girolamo: “In vanum” significa “su ciò che è vano / inconsistente”. Girolamo voleva dare un valore forte all’espressione.
 
Infatti, “invano” con il valore di “alla leggera” in latino si dice frustra. L’errore è stato dunque quello di unire in “invano” (avverbio) le due parolette che nella traduzione di Girolamo erano invece separate: “in vanum” (preposizione seguita da un nome).

 
L’influenza del comandamento di non pronunciare il nome divino su ciò che è vano fu tanto forte che il giudaismo giunse a sopprimere totalmente la pronuncia del nome divino nonostante che esso, secondo gli stessi testi biblici (Es 3:4;6:2), fosse stato ribadito al popolo nella rivelazione del roveto ardente in vista della liberazione dall’Egitto.
 
Dio aveva tenuto nascosto il suo vero nome a Mosè, ma aveva detto che il popolo doveva chiamarlo col nome, che già conoscevano, di Yhvh (“Colui che è”). Questa proibizione, ai tempi di Yeshùa era già in vigore da secoli.
 
Circa nel 150 E. V. Abba Shaul giunse ad affermare che chi pronuncia il tetragramma non avrà parte al mondo futuro. Così che il lettore sinagogale che incontrava il tetragramma pronunciava al suo posto Adonày (“Signore”) invece di Yhvh.
 
Per aiutare il lettore a pronunciare Adonày, addirittura si vocalizzarono – come abbiamo visto - le quattro consonanti del tetragramma (YHWH) con le vocali di Adonày, e questa strana somma di consonanti di un nome proprio e di vocali di un nome comune diedero e danno il risultato di YeHoVaH , da cui il “Geova” dei Testimoni di Geova, che lo lessero come JeHoVaH all’inglese, con J letta come g dolce (che non ha alcun rapporto con la prima lettera del tetragramma – in ebraico il suono g dolce non esiste neppure).
 
Lo stratagemma ideato dai masoreti per camuffare il tetragramma fu scoperto dagli studiosi solo nel 20° secolo. Da circa il 1500, e per circa 500 anni, si fece l’errore di leggere il tetragramma come YeHoVaH.

venerdì 23 novembre 2012

IL DIO VICINO


 
 
Il Dio vicino


Il Dio di Mosè vede e ascolta i drammi del suo popolo, ma non si limita a guardare, interviene nella storia del popolo e rende favorevoli anche le situazioni avverse.
 
Fu provvidenziale per il popolo l’educazione egiziana di Mosè, ma questa si realizzò attraverso la prova terribile dell’uccisione dei figli maschi.
 
Egli prepara da lontano la salvezza, ma è capace di affrettare i tempi se questo è necessario per l’incolumità del popolo e l’integrità della sua fede.
 
É un Dio tanto vicino da partecipare alla sofferenza del suo popolo, ma è soprattutto vicino perché entra in relazione con esso.
 
A Mosè Dio rivela il Suo nome, un Nome che esprime la sua presenza di amore e di misericordia nella vita dell’uomo.
 
Una presenza che non si trova in un determinato luogo solo perché impregnato di santità, ma che può essere trovata in ogni luogo e che può fare di ogni luogo il luogo della sua santità.
 
Egli stesso è il Luogo dell’incontro!
 
La tradizione rabbinica sottolinea questa verità chiamando Dio appunto:
 
il Luogo.
 
É un Dio vicino ad ogni popolo.
 
Se Dio si rivela a Mosè, è perché vuole rivelarsi a tutto il popolo.
 
Ma allo stesso modo Israele deve imparare che, se Dio ha fatto di lui una proprietà particolare, è perché attraverso di lui ogni popolo sulla terra scopra di essere proprietà di Dio.