martedì 30 aprile 2013

LA MISSIONE DI CRISTO ERA NECESSARIA


 
 
LA PASSIONE DI CRISTO ERA NECESSARIA

 

Era necessaria secondo la necessità del mezzo al fine. E ciò risulta da tre considerazioni.
 
Primo, considerandola dal lato di noi uomini, che da essa, come dice il Vangelo, siamo stati redenti:
 
"È necessario che sia innalzato il Figlio dell'uomo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna". -
 
Secondo, considerandola in Cristo medesimo, il quale con l'umiliazione della passione doveva meritare la gloria dell'esaltazione.
 
Di qui le parole evangeliche: "Cristo doveva patire tali cose e così entrare nella sua gloria". -
 
Terzo, considerandola da parte di Dio, il cui decreto circa la passione di Cristo era stato preannunziato dalle Scritture e prefigurato nelle osservanze dell'Antico Testamento.
 
Di qui le altre affermazioni evangeliche:
 
"Il Figlio dell'uomo se ne va conforme a quanto è stato decretato";
 
"Questi sono i discorsi che io vi facevo quando ero ancora con voi: cioè esser necessario che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi fossero adempiute";
 
"Sta scritto esser necessario che Cristo patisse e quindi risorgesse dai morti".
 
II primo argomento è valido in quanto esclude in Dio la necessità di coazione.
 
Il secondo è valido in quanto esclude la necessità di coazione in Cristo, considerato come uomo.
 
La redenzione dell'uomo mediante la passione di Cristo era consona sia alla misericordia che alla giustizia di Dio.
 
Alla giustizia, perché Cristo con la sua passione riparò il peccato del genere umano: e quindi l'uomo fu liberato dalla giustizia di Cristo.
 
Alla misericordia, perché non essendo l'uomo, di per sé, in grado di soddisfare per il peccato di tutta la natura umana, come sopra abbiamo visto, Dio gli concesse quale riparatore il proprio Figlio, secondo l'insegnamento paolino:
 
"(Tutti) sono giustificati gratuitamente per la grazia di lui mediante la redenzione in Cristo Gesù, che Dio ha prestabilito quale propiziatore, per via della fede in lui".
 
E ciò fu un atto di maggiore misericordia che il condono dei peccati senza nessuna soddisfazione.
 
Di qui le parole di S. Paolo:
 
"Dio, che è ricco di misericordia, per il grande amore che ci portava, mentre eravamo morti per i peccati, in Cristo ci richiamò alla vita".
 
Contrariamente al peccato dell'uomo, quello degli angeli non era riparabile.

lunedì 29 aprile 2013

NON C'ERA MEZZO DIVERSO


 


 
NON C'ERA MEZZO DIVERSO DALLA PASSIONE DI CRISTO

 

Per redimere il genere umano non fosse possibile un mezzo diverso dalla passione di Cristo.
 
Infatti Il Signore ha affermato: "Se il grano di frumento caduto in terra non muore, resta solo; ma se muore, produce molto frutto".
 
E S. Agostino spiega che "sotto l'immagine del grano intendeva se stesso".
 
Perciò se egli non avesse affrontato la morte, non avrebbe portato il frutto della redenzione.
 
Così il Signore ha pregato il Padre: "Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà".
 
E parlava del calice della passione. Quindi la passione di Cristo non poteva tralasciarsi.
 
Scrive infatti S. Ilario: "Il calice non può passare, senza che egli ne beva, poiché non possiamo essere redenti che dalla sua passione".
 
La giustizia di Dio esigeva che l'uomo fosse liberato dalla colpa, mediante la soddisfazione offerta da Cristo con le sue sofferenze.
 
Ma Cristo non può mai tralasciare la sua stessa giustizia.
 
Poiché sta scritto: "Se noi siamo infedeli, egli rimane fedele, non potendo rinnegare se stesso".
 
Ora, egli rinnegherebbe se stesso, se rinnegasse la sua giustizia.
 
Dunque non era possibile un altro mezzo per la redenzione umana diverso dalla passione di Cristo. La fede non ammette errori.
 
Ora, i padri dell'antico Testamento avevano creduto nella futura passione di Cristo. Quindi non era possibile che Cristo non la subisse.
 
S. Agostino ha scritto:
 
"Affermiamo pure che il modo con il quale Dio si è degnato di redimerci attraverso il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, è buono e degno della grandezza divina;
 
però dichiariamo anche che per Dio, al cui potere tutte le cose sono ugualmente soggette, erano possibili altri modi".
 
Ebbene, in senso assoluto si deve dire che a Dio era possibile un altro mezzo per la redenzione umana, diverso dalla passione di Cristo:
 
"perché", come dice il Vangelo, "niente è impossibile a Dio".
 
Ma fatta una data ipotesi, ciò era impossibile. Non essendo infatti possibile che la prescienza di
 
Dio fallisca, e che la sua volontà o deliberazione venga frustrata, una volta supposta la prescienza e la predisposizione di Dio circa la passione di Cristo, non era possibile che Cristo non patisse, e che l'uomo fosse redento con un mezzo diverso dalla passione.

domenica 28 aprile 2013

VOLERE DIVINO E PASSIONE




IL VOLERE DIVINO E LA PASSIONE

 

 Il Signore presupponeva la prescienza e la preordinazione di Dio, secondo la quale era disposto che il frutto della redenzione umana non dovesse seguire che dalla passione di Cristo.
 
Lo stesso si dica per le altre sue parole:
 
"Se questo calice non può passare, senza che io lo beva", ossia:
 
"Se non può passare, perché così tu hai disposto". Infatti aggiunge:
 
"Sia fatta la tua volontà".
 
Anche codesta giustizia dipendeva dal volere divino, il quale esigeva una soddisfazione per il peccato.
 
Ma se avesse disposto diversamente, cioè di liberare l'uomo dal peccato senza nessuna soddisfazione, Dio non avrebbe agito contro giustizia.
 
Infatti solo il giudice che è tenuto a punire le colpe commesse contro gli altri, ossia contro un altro uomo, o contro lo stato, oppure contro un magistrato superiore, non può, salva la giustizia, condonare la pena o la colpa.
 
Ma Dio non ha superiori, essendo egli il bene supremo e universale di tutto l'universo. Perciò, se egli perdona il peccato, il quale è una colpa proprio in quanto si commette contro di lui, non fa torto a nessuno:
 
come del resto non agisce contro la giustizia, ma fa un atto di misericordia, chiunque perdoni un'offesa personale senza nessuna riparazione.
 
Ecco perché David nel chiedere misericordia diceva:
 
"Ho peccato soltanto contro di te";
 
come per dire:
 
"Tu puoi perdonarmi senza ingiustizia".
 
La fede, come la Scrittura su cui si fonda, poggia sulla prescienza e sulla predisposizione di Dio.
 
Perciò la necessità che è implicita nelle loro asserzioni si riduce alla necessità derivante dalla prescienza e dal volere di Dio.

sabato 27 aprile 2013

CRISTO POTEVA REDIMERE L'UOMO SENZA LA PASSIONE


 


 
Cristo poteva redimere l'uomo anche senza la sua passione


La natura nel suo operare imita le opere di Dio, essendo mossa e regolata da lui.
 
Ma la natura non compie con due mezzi quello che può fare con uno solo.
 
Perciò avendo Dio la capacità di redimere l'uomo con la sola sua volontà, non era conveniente che per la redenzione del genere umano intervenisse anche la passione di Cristo.
Le cose che si attuano con i mezzi naturali si compiono in modo più conveniente di quelle che si attuano con mezzi violenti: poiché, come dice Aristotele, la violenza è "una certa deformazione di ciò che è naturale".
 
Ora, la passione di Cristo si compì con una morte violenta.
 
Dunque sarebbe stato più conveniente che Cristo redimesse l'uomo con la morte naturale, piuttosto che con la passione.
 
Sembra convenientissimo che chi detiene una cosa in maniera ingiusta e violenta ne sia semplicemente spogliato dal potere superiore, secondo le parole di Isaia:
 
"Per nulla siete stati venduti, e senza danaro sarete ricomprati".
 
Ma il demonio non aveva nessun diritto sull'uomo, che aveva preso con l'inganno, e teneva asservito con la violenza.
 
Perciò sarebbe stato sommamente conveniente che Cristo avesse spogliato il demonio con il suo potere soltanto, senza la passione, ma non ha voluto.

venerdì 26 aprile 2013

LA PASSIONE SANA LA MISERIA UMANA


 
 
LA PASSIONE DI CRISTO SANA LA MISERIA UMANA

 
Un mezzo è tanto più adatto per raggiungere un fine, quanto più numerosi sono i vantaggi che con esso si raggiungono in ordine al fine.
 
Ora, la passione di Cristo, oltre a redimere l'uomo dal peccato, ha procurato molti vantaggi per la salvezza dell'umanità.
Primo, perché da essa l'uomo viene a conoscere quanto Dio lo ami, e viene indotto a riamarlo: e in tale amore consiste la perfezione dell'umana salvezza.
 
Di qui le parole dell'Apostolo: "Dio dimostra il suo amore per noi in questo, che mentre eravamo suoi nemici, Cristo è morto per noi".
 
Secondo, perché con la passione Cristo ci ha dato l'esempio di obbedienza, di umiltà, di costanza, di giustizia e di tutte le altre virtù, che sono indispensabili per la nostra salvezza.
 
Di qui le parole di S. Pietro: "Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio, perché seguissimo le sue orme".
 
Terzo, perché Cristo con la sua passione non solo ha redento l'uomo dal peccato, ma gli ha meritato la grazia giustificante e la gloria della beatitudine, come vedremo in seguito.
 
Quarto, perché mediante la passione è derivata all'uomo un'esigenza più forte di conservarsi immune dal peccato, secondo l'ammonizione paolina:
 
"Siete stati ricomprati a gran prezzo:
 
glorificate e portate Dio nel vostro corpo".
 
Quinto, perché con essa fu meglio rispettata la dignità dell'uomo:
 
in modo cioè che, come era stato l'uomo ad essere ingannato dal demonio, così fosse un uomo a vincerlo;
 
e come un uomo aveva meritato la morte, così fosse un uomo a vincere la morte col subirla.
 
Di qui le parole di S. Paolo:
 
"Siano rese grazie a Dio che ha dato a noi la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo".

giovedì 25 aprile 2013

CRISTO DISTRUGGE LA MORTE


 
 
CRISTO E' VENUTO PER DISTRUGGERE LA MORTE DEGLI UOMINI


Come scrive il Crisostomo, "Cristo è venuto per distruggere non la morte propria, che non poteva avere, essendo egli la vita, ma la morte degli uomini.
 
Ecco perché non ha abbandonato il corpo con una morte sua propria, ma con una morte inflittagli dagli uomini.
 
Se invece il suo corpo si fosse ammalato e quindi disfatto al cospetto di tutti, non sarebbe stato conveniente per lui, che doveva sanare le altrui infermità, avere il proprio corpo ad esse soggette.
 
E se, senza nessuna malattia, l'avesse deposto in qualche luogo per poi riapparire con esso, non si sarebbe creduto alla resurrezione.
 
In che modo infatti si sarebbe palesata la vittoria di Cristo sulla morte, se egli non avesse mostrato, subendola davanti a tutti, che la morte era stata distrutta mediante l'incorruttibilità del suo corpo?".
Sebbene il demonio avesse sottomesso l'uomo ingiustamente, tuttavia quest'ultimo per il peccato era stato abbandonato giustamente da Dio alla schiavitù del demonio.
 
Perciò era opportuno che l'uomo venisse redento da tale schiavitù con giustizia, cioè mediante la soddisfazione data da Cristo con la sua passione.
 
E ciò fu opportuno anche per fiaccare la superbia del demonio, "il quale", come si esprime S. Agostino, "è disertore della giustizia e amante della potenza";
 
e così fosse vinto dal Cristo;
 
"e quindi l'uomo venisse redento non con la sola potenza della divinità, ma dalla giustizia e dall'umiltà della passione".

mercoledì 24 aprile 2013

CRISTO NON DOVEVA ESSERE CROCIFISSO



 
SEMBRA che Cristo non dovesse subire la morte di croce

 

Infatti la realtà deve corrispondere alla figura.
 
Ma nei sacrifici dell'antico Testamento, che prefiguravano Cristo, gli animali venivano uccisi con la spada e quindi bruciati col fuoco.
 
Dunque Cristo non doveva subire la crocifissione, ma piuttosto essere sacrificato con la spada, o col fuoco.
 
Il Damasceno afferma che Cristo non doveva subire "passioni degradanti".
 
Ora, la morte di croce è quanto mai degradante e obbrobriosa; cosicché a Cristo si applicano le parole della Sapienza: "Condanniamolo alla morte più ignominiosa".
 
Quindi Cristo non avrebbe dovuto subire la morte di croce.
 
A Cristo viene applicata l'espressione evangelica:
 
"Benedetto colui che viene nel nome del Signore".
 
Ma la morte di croce era una morte di maledizione, secondo le parole del Deuteronomio:
 
"È maledetto da Dio chi pende dal legno".
 
Perciò non era conveniente che Cristo subisse la crocifissione.
 
S. Paolo afferma:
 
"Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce".

martedì 23 aprile 2013

CRISTO DOVEVA SUBIRE LA MORTE DI CROCE




Cristo doveva subire la morte di croce

Per offrire un esempio di virtù. 

Scrive infatti S. Agostino: "La sapienza di Dio si è fatta umana per darci l'esempio che ci spinga a vivere rettamente. 

Ora, rientra nella rettitudine non temere le cose che non sono da temersi. 

Ma ci sono degli uomini, che, sebbene non temano la morte in se stessa, hanno orrore di certi generi di morte. 

Perciò, affinché nessun genere di morte spaventasse l'uomo che vive rettamente, fu opportuno dimostrarlo con la croce di Cristo: poiché tra tutti i generi di morte nessuno era più esecrabile e terribile". 

Questo genere di morte era il più indicato per soddisfare il peccato dei nostri progenitori, che consistette nel mangiare il frutto dell'albero proibito, contro il precetto di Dio. 

Era perciò conveniente che, per soddisfare codesto peccato, Cristo accettasse di essere inchiodato all'albero della croce, come per restituire quanto Adamo aveva sottratto, secondo le parole del salmista: "Pagavo allora quanto non avevo rapito". 

Di qui l'affermazione di S. Agostino: "Adamo trasgredì il precetto prendendo il frutto dall'albero, ma tutto ciò che Adamo venne allora a perdere Cristo lo ricuperò sulla croce". 

Come dice il Crisostomo: "Con la sua crocifissione su un alto legno Cristo volle purificare anche l'aria. 

Inoltre la terra stessa fu in grado di sentire simile beneficio, essendo purificata per il fluire del sangue dal suo costato". 

E commentando egli le parole evangeliche, "è necessario che il Figlio dell'uomo venga innalzato", spiega: 

"Sentendo parlare d'innalzamento devi intendere la sua sospensione in alto per santificare l'aria, mentre aveva santificato la terra camminando su di essa". 

Morendo sulla croce, Cristo, come spiega altrove il Crisostomo, ha preparato per noi la scala del cielo. 

Di qui le parole di lui riferite nel Vangelo: "Quando io sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me".

lunedì 22 aprile 2013

LA CROCIFISSIONE E' UNIVERSALE SALVEZZA




La crocifissione si addice all'universalità della salvezza

Infatti S. Gregorio Nisseno spiega che "la figura della croce, diramando dal centro verso le quattro estremità, sta a significare la virtù e la sollecitudine universale di colui che volle pendere da essa". - 

E anche il Crisostomo (ossia S. Atanasio) scrive che sulla croce Cristo "è morto con le mani stese, per attrarre con l'una il popolo dell'antico patto, e con l'altra i popoli pagani". 

Con questo genere di morte sono indicate le diverse virtù del Cristo. Scrive infatti S. Agostino: 

"Non a caso Cristo scelse un tal genere di morte: 

lo fece per essere maestro di quella larghezza, altezza, lunghezza e profondità di cui parla l'Apostolo. 

La larghezza è rappresentata dal legno trasversale: e raffigura le opere buone, perché su di esso sono inchiodate le mani. 

La lunghezza è rappresentata dal tronco stesso visibil
e fino a terra: 

esso dà il senso della stabilità e della perseveranza; ed è figura della longanimità. 

L'altezza è rappresentata da quella parte della croce che si eleva al di sopra della trasversa, cioè sopra il capo del crocifisso: 

essa indica la superna attesa di coloro che vivono nella santa speranza. 

E quella parte della croce che viene piantata e nascost
a, sostenendo tutto il resto, sta a rappresentare la profondità della grazia gratuitamente offerta". 

E in un altro scritto lo stesso S. Agostino osserva che "la croce, su cui erano attaccate le membra del suppliziato, fu insieme la cattedra di dove il maestro insegnava".

domenica 21 aprile 2013

ALTARE ARCA E CROCE ERANO DI LEGNO


 
 
L'ALTARE, L'ARCA E LA CROCE ERANO DI LEGNO

 

Questo genere di morte risponde a molte figure (dell'antico Testamento). E lo rileva S. Agostino, ricordando che "un'arca di legno salvò il genere umano dal diluvio universale.
 
Mosè poi aprì con una verga il Mar Rosso dinanzi al popolo che usciva dall'Egitto, prostrando con essa il Faraone e redimendo il popolo di Dio;
 
e sempre Mosè immergendo la verga stessa nell'acqua da amara la rese dolce; e percuotendo con essa la pietra ne fece scaturire l'acqua salutare; e per vincere gli Amaleciti Mosè tenne in mano la verga.
 
Inoltre la legge di Dio fu custodita nell'arca dell'Alleanza, che era di legno. E tutte queste figure conducono come tanti gradini al legno della croce".

L'altare degli olocausti in cui si offrivano i sacrifici degli animali, era di legno, e in questo abbiamo la corrispondenza tra realtà e figura.
 
Ma "non è necessario", nota il Damasceno, "che la corrispondenza sia totale; altrimenti non avremo una somiglianza, bensì la realtà". -
 
In particolare il Crisostomo nota che Cristo "non ebbe tagliata la testa come S. Giovanni (Battista); né fu segato a metà come Isaia: conservando integro e indivisibile il corpo dopo la morte, per togliere ogni pretesto a chi avrebbe cercato di dividere la sua Chiesa". -
 
Al posto poi del fuoco materiale, nell'olocausto di Cristo troviamo il fuoco della sua carità.

Cristo rifiutò di subire quelle passioni degradanti che implicano difetto di scienza, di grazia o di virtù, non già quelle dovute all'ingiuria esterna; ché anzi nella Scrittura si legge: "Sopportò la croce, senza far caso dell'ignominia".
 
Come dice S. Agostino, il peccato è una maledizione, e quindi sono maledette la morte e la mortalità che ne derivano. "Ora, la carne di Cristo era mortale, "essendo simile alla carne peccatrice"".
 
E per questo Mosè la chiama "maledetta", così come S. Paolo la chiama "peccato", là dove dice: "Colui che non conosceva il peccato per noi fu fatto peccato", col subire cioè la pena del peccato.
 
"Né il senso è peggiorato dal fatto che si dice "maledetto da Dio".
 
Infatti se Dio non avesse in odio il peccato non avrebbe inviato suo Figlio a subire la morte e a distruggerla.
 
Confessiamo dunque che egli per noi ha accettato la maledizione, come per noi ha accettato la morte".
 
Ecco infatti le parole di S. Paolo: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, facendosi per noi maledizione".