venerdì 31 maggio 2013

LA SALITA DI GESU' A GERUSALEMME


 
 
La salita di Gesù a Gerusalemme

 

 « Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme » (Lc 9,51). 
 
Con questa decisione, indicava che saliva a Gerusalemme pronto a morire.
 
A tre riprese aveva annunziato la sua passione e la sua risurrezione. Dirigendosi verso Gerusalemme dice: « Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme » (Lc 13,33).

 
Gesù ricorda il martirio dei profeti che erano stati messi a morte a Gerusalemme.
 
Tuttavia, non desiste dall'invitare Gerusalemme a raccogliersi attorno a lui:
 
« Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! » (Mt 23,37b).
 
Quando arriva in vista di Gerusalemme, Gesù piange sulla città ed ancora una volta manifesta il desiderio del suo cuore:
 
« Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi » (Lc 19,42).

 
Come Gerusalemme accoglierà il suo Messia?
 
Dopo essersi sempre sottratto ai tentativi del popolo di farlo re, Gesù sceglie il tempo e prepara nei dettagli il suo ingresso messianico nella città di « Davide, suo padre » (Lc 1,32).
 
È acclamato come il figlio di Davide, colui che porta la salvezza (Hosanna significa: « Oh, sì, salvaci! », « donaci la salvezza! »).
 
Ora, « Re della gloria » (Sal 24,7-10), entra nella sua città « cavalcando un asino » (Zc 9,9):
 
egli non conquista la Figlia di Sion, figura della sua Chiesa, né con l'astuzia né con la violenza, ma con l'umiltà che rende testimonianza alla verità.
 
Per questo i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli e i « poveri di Dio », i quali lo acclamano come gli angeli lo avevano annunziato ai pastori.
 
La loro acclamazione, « Benedetto colui che viene nel nome del Signore » (Sal 118,26), è ripresa dalla Chiesa nel « Santo » della liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della pasqua del Signore.

giovedì 30 maggio 2013

INGRESSO DI GESU' A GERUSALEMME


 
 
L'ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme

 

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme manifesta l'avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la pasqua della sua morte e risurrezione.
 
Con la celebrazione dell'entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, la liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa.

 
« Tutta la vita di Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l'uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l'accettazione del sacrificio totale sulla croce per la redenzione del mondo, la sua risurrezione sono l'attuazione della sua parola e il compimento della Rivelazione ». (328)

I discepoli di Cristo devono conformarsi a lui, finché egli sia formato in loro. (329) « Per questo siamo assunti ai misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e risuscitati con lui, finché con lui regneremo ». (330)

 
Pastori o magi, non si può incontrare Dio quaggiù che inginocchiandosi davanti alla mangiatoia di Betlemme e adorandolo nascosto nella debolezza di un bambino.

 
Con la sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, come pure con il suo umile lavoro durante i lunghi anni di Nazaret, Gesù ci dà l'esempio della santità nella vita quotidiana della famiglia e del lavoro.

 
Dall'inizio della sua vita pubblica al momento del suo battesimo, Gesù è il « Servo » totalmente consacrato all'opera redentrice che avrà il compimento nel « battesimo » della sua passione.

 
La tentazione nel deserto mostra Gesù Messia umile che trionfa su Satana in forza della sua piena adesione al disegno di salvezza voluto dal Padre.

 
Il regno dei cieli è stato inaugurato in terra da Cristo. « Si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere, nella persona di Cristo ». (331) La Chiesa è il germe e l'inizio di questo regno. Le sue chiavi sono affidate a Pietro.

 
La trasfigurazione di Gesù ha come fine di consolidare la fede degli Apostoli in vista della passione: la salita sull'« alto monte » prepara la salita al Calvario. Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo corpo contiene e irradia nei sacramenti:
 
« la speranza della gloria » (Col 1,27). (332)

 
Gesù è salito a Gerusalemme volontariamente, pur sapendo che vi sarebbe morto di morte violenta a causa della grande ostilità dei peccatori. (333)

 
L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è la manifestazione dell'avvento del Regno che il Re-Messia, accolto nella sua città dai fanciulli e dagli umili di cuore, si accinge a realizzare con la pasqua della sua morte e risurrezione.

mercoledì 29 maggio 2013

IL VANGELO DEL REGNO


 
 
Il Vangelo del Regno

 

Nei misteri è la rivelazione del Regno ormai giunto nella persona stessa di Gesù.
 
È mistero innanzitutto il Battesimo al Giordano.
 
Qui, mentre il Cristo scende, quale innocente che si fa ‘peccato’ per noi (cfr. 2 Cor 5, 21), nell’acqua del fiume, il cielo si apre e la voce del Padre lo proclama Figlio diletto (cfr.Mt3, 17 e par), mentre lo Spirito scende su di Lui per investirlo della missione che lo attende.

 
Mistero è l’inizio dei segni a Cana (cfr. Gv 2, 1-12), quando Cristo, cambiando l’acqua in vino, apre alla fede il cuore dei discepoli grazie all’intervento di Maria, la prima dei credenti.

 
Mistero è la predicazione con la quale Gesù annuncia l’avvento del Regno di Dio e invita alla conversione (cfr.Mc 1,15), rimettendo i peccati di chi si accosta a Lui con umile fiducia (cfr. Mc 2, 3-13; Lc 7, 47-48), inizio del ministero di misericordia che Egli continuerà ad esercitare fino alla fine del mondo, specie attraverso il sacramento della Riconciliazione affidato alla sua Chiesa (cfr. Gv 20, 22-23).

 
Mistero per eccellenza è poi la Trasfigurazione, avvenuta, secondo la tradizione, sul Monte Tabor.
 
La gloria della Divinità sfolgora sul volto di Cristo, mentre il Padre lo accredita agli Apostoli estasiati perché lo ascoltino (cfr. Lc 9, 35 e par) e si dispongano a vivere con Lui il momento doloroso della Passione, per giungere con Lui alla gioia della Risurrezione e a una vita trasfigurata dallo Spirito Santo.

 
Mistero è, infine, l’istituzione dell’Eucaristia, nella quale Cristo si fa nutrimento con il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino, testimoniando "sino alla fine" il suo amore per l’umanità (Gv 13,1), per la cui salvezza si offrirà in sacrificio.

 
In questi misteri, tranne che a Cana, la presenza di Maria rimane sullo sfondo.
 
I Vangeli accennano appena a qualche sua presenza occasionale in un momento o nell’altro della predicazione di Gesù (cfr. Mc 3, 31; Gv 2,12) e nulla dicono di un’eventuale presenza nel Cenacolo al momento dell’istituzione dell’Eucaristia.
 
Ma la funzione che svolge a Cana accompagna, in qualche modo, tutto il cammino di Cristo.

 
La rivelazione, che nel Battesimo al Giordano è offerta direttamente dal Padre ed è riecheggiata dal Battista, sta a Cana sulla sua bocca, e diventa la grande ammonizione materna che Ella rivolge alla Chiesa di tutti i tempi:
 
"Fate quello che vi dirà"(Gv 2, 5).
 
È ammonizione, questa, che ben introduce parole e segni di Cristo durante la vita pubblica, costituendo lo sfondo mariano di tutti i ‘misteri.

martedì 28 maggio 2013

IL BATTESIMO DI GESU'


 
 
Il Battesimo di Gesù al fiume Giordano


In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui.
 
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: "Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?".
 
Ma Gesù gli disse: "Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia".
 
Allora Giovanni acconsentì.
 
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.
 
Ed ecco una voce dal cielo che disse:
 
"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". (Mt 3, 13-17).
 
Il Battesimo al Giordano segna l’inizio della rivelazione di Gesù; non per nulla Marco fa iniziare da qui il ‘lieto annunzio’ del suo Vangelo.
 
La novità sorprendente è il fatto che il Figlio di Dio si presenta dentro un popolo di peccatori, mettendosi in fila con loro.
 
E comincia così la sua ‘discesa verso la morte’, simboleggiata dall’immersione nell’acqua battesimale.
 
I cieli si aprono e si stabilisce la ‘comunicazione’ tra Cielo e terra: qui sulla terra è venuto Colui che raccoglie il grido degli uomini e lo presenta al Padre.
 
Lo Spirito di Dio scende su Cristo: è l’Uomo nuovo, immagine visibile del Padre, Parola di Dio.
 
Come in un prologo in Cielo, si decide il nuovo destino dell’umanità mediante Gesù, del quale è annunciata la missione: quella del Servo, strumento di Dio attraverso lo Spirito, quella del Figlio di Dio in cui si compie la riconciliazione dell’uomo (cfr. Isaia 42, 1s; 63, 19).
 
Nell’anno liturgico, la festa del Battesimo del Signoreè fissata la domenica della luce:
 
Gesù inizia il suo itinerario verso la Croce: "C’è un Battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato finché non sia compiuto!"(Lc 12, 50).
 
Il formulario liturgico di questa festa consente un’approfondita catechesi sul dopo l’Epifania ed esprime il significato teologico-spirituale di questo mistero contenuto del mistero in relazione al Sacramento del Battesimo e alla missione profetica di ogni cristiano.   

lunedì 27 maggio 2013

RIVELAZIONE DI GESU' ALLE NOZZE DI CANA


 
La rivelazione di Gesù alle Nozze di Cana


Tre giorni dopo, vi fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.
 
Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
 
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino".
 
E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora".
 
La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà".
 
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.
 
E Gesù disse loro: "Riempite d’ acqua le giare"; e le riempirono fino all’orlo.
 
Disse loro di nuovo: "Ora attingete e portatene al maestro di tavola".
 
Ed essi gliene portarono.
 
E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse:
 
"Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono;
 
tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono".
 
Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui". (Gv 2, 1-11).
 
Viene a mancare il vino ad una festa di nozze.
 
Maria lo nota e lo fa presente a Gesù.
 
In disparte ci sono sei idre di pietra, vuote: sono l’emblema di una religione vuota, pietrificata, che serve solo per la purificazione esteriore.
 
Sono – secondo l’interpretazione di alcuni teologi esperti di mariologia – le "giare vuote" delle tante carenze del mondo d’oggi. Maria è l’Israele disponibile;
 
è colei che denuncia la mancanza del vino, segno di tutte le povertà del mondo.
 
Perciò manda i servitori da Gesù affinché lui operi il passaggio dal regìme della Legge antica alla libertà dei figli di Dio.
 
Ancora e sempre, l’unica parola che Maria ha dire è questa: "Fate quello che lui vi dirà".
 
Gesù fa riempire d’acqua le idre fino all’orlo e la muta in vino, dono inaspettato per gli sposi e per gli invitati.
 
Il fatto è che Gesù rivela qui l’intervento gratuito di Dio nella storia.
 
E la rivelazione è molto chiara: Gesù è lo sposo dell’umanità: se c’è lui, c’è vino e c’è gioia.
 
Lui, infatti, inizia qui una relazione filiale – di Figlio del Padre – e sponsale.
 
È l’inizio della sua ‘rivelazione’ ai discepoli che ora credono in lui;
 
ma è Maria – "mediatrice di tutte le grazie"– a ottenere da Gesù questo miracolo che lo rivela ai discepoli e al mondo.

domenica 26 maggio 2013

L'ANNUNCIO DEL REGNO DI DIO


 
 
L’annuncio del Regno di Dio e l’invito di Gesù alla conversione



Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva:
 
"Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,14-15).
 
Gesù annuncia il Vangelo del regno di Dio, invitando al suo ascolto, premessa e invito alla conversione.
 
La ‘buona notizia’ che egli comunica è semplice: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino"(Mc 1, 15); che è come dire: "Questo è il tempo (l’ultimo, il definitivo) in cui Dio interviene nella storia dell’uomo".
 
"Perciò – prosegue – convertiti e credete al Vangelo"; che è come dire: "Fate spazio nella vostra vita a questa bella notizia".
 
L’intervento di Dio nella storia degli uomini si presenta solo con gesti di benevolenza: guarigioni, perdono dei peccati, liberazione degli ossessi.
 
Dobbiamo ben credere che Gesù, l’inviato del Padre, è sempre l’incarnazione vivente della misericordia di Dio, "dives in misericordia"(Ef 2, 4), come ci ricorda Giovanni Paolo II nella Lettera enciclica del 30 novembre 1980.
 
Il cristiano annuncia l’avvento del regno di Dio in questo mondo tutte le volte che rende testimonianza alla sua fede con la vita e, soprattutto, con le opere di carità fraterna. E non solo limitandosi a pregare: "Venga il tuo regno".
 
Il Regno di Dio, predicato da Gesù, era stato sì preannunciato dai profeti; ma differisce dal loro. Persino il Battista – il più grande dei profeti, il precursore, il più vicino a Gesù – annuncia un Regno di Dio che è ancora quello del VT.
 
Il Dio – di cui il Battista annuncia la venuta – viene a purificare l’aia: è un Dio che giudica e condanna.
 
Il Dio di Gesù è il padre che così ha amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito in riscatto.
 
È l’Abbà, il papà cui il bambino si rivolge con piena fiducia.
 
È il Dio-Amore di cui parla S. Giovanni nella sua prima lettera. È, in una parola, Dio-Trinità: un Padre che genera il Figlio nell’amore; che ha altri figli – che siamo noi – smarriti, che egli vuole ricondurre a sé.
 
È il Papà del figliol prodigo: dà ad ognuno di noi la dignità di figli.
 
Il Regno di Dio – annunciato da Gesù – ha un codice, una legge suprema.
 
Questa è la legge dell’amore reciproco; quella è la legge delle Beatitudini.

sabato 25 maggio 2013

LA TRASFIGURAZIONE DI GESU'


 
 
La Trasfigurazione di Gesù sul Tabor



Gesù fu trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
 
E dalla nube uscì una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!" (Mt 17, 1.2.5).
 
La Trasfigurazione, anticipo momentaneo della gloria del Risorto, è come una sosta nel cammino di Gesù verso la Passione e la Croce:
 
il cristiano si dispone "a vivere con Lui il momento doloroso della Passione, per giungere con Lui alla gioia della Risurrezione e a una vita trasfigurata dallo Spirito Santo" (cfr. RVM, 21)."
 
La Trasfigurazione non è solo rivelazione della gloria di Cristo, ma anche preparazione ad affrontarne la Croce.
 
Essa implica un ‘ascendere al monte’ e un ‘discendere dal monte’:
 
i discepoli, dopo avere goduto dell’intimità del Maestro, sono subito riportati alla realtà quotidiana, dove non vedono che "Gesù solo" nell’umiltà della natura umana" (cfr. VC, 14).
 
Possiamo sperimentare questo ‘mistero della luce’ tutte le volte che troviamo – nella preghiera e nella riflessione – momenti o spazi di ‘contemplazione’ tra le occupazioni e preoccupazioni della vita quotidiana.   

 

L'episodio evangelico della Trasfigurazione rivela cose profonde sulla natura di Gesù, senza il quale non potremmo vivere.

 

In fondo cosa chiede Gesù da noi? Che corrispondiamo al suo amore, che diventiamo come Lui Amore, cioè “divinizzati”.

 

Si è “trasfigurato” davanti a tre discepoli su un monte, insieme a Mosé ed Elia.

 

Questo per aiutare la nostra scarsa fede, in quanto non sappiamo vederlo “trasfigurato” nella situazione che riteniamo normale.

 

In quell’uomo c’é Dio e Dio è quell’uomo.

 

Noi, diventando simili a Dio in Cristo, assimiliamo gradualmente la sua natura.

 

L’ordinario, se il nostro cuore è aperto, diventa straordinario in ogni momento se riferiamo tutto a Lui.

L’amore in sé è straordinario perché ci rivela la natura di Dio, che é amore.


venerdì 24 maggio 2013

IL VANGELO DI MARCO


 
 
IL VANGELO DI MARCO

 

Il Vangelo di Marco riassume la predicazione di Gesù di Nazareth con queste parole:
 
«Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si avvicina; ritornate e credete nel Vangelo».
 
Al di là delle difficoltà e delle sfumature della traduzione, una cosa è comunque chiara:
 
la fede ha come suo oggetto il Vangelo, l’annuncio gioioso che Dio sta per istaurare il suo Regno nella vita degli uomini e delle donne: credete nel Vangelo.
 
E Gesù invia i discepoli, che hanno accolto il suo annuncio e lo hanno seguito, a predicare anch’essi il Vangelo con gli stessi poteri suoi: guarire dalle malattie e schiacciare i demoni.
 
Tratto e stile essenziale della predicazione del Vangelo, sia per Gesù che per i discepoli, fu la povertà, come ci ricorda la Lumen gentium (8, 3), ma come ancor prima ci ricordano le parole della missione dei discepoli:
 
«E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio:
 
né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (Mc 6,8-9) .
 
Eppure nella congiuntura storica attuale sembra dominare il silenzio su questo Vangelo.
 
Non parlo soltanto dell’oscuramento del Vangelo del Regno a vantaggio della predicazione della legge morale, che caratterizza le espressioni pubbliche dei vertici della Chiesa, anche se risulta più difficile sapere quale sia il tratto dominante della predicazione dei singoli vescovi nelle loro diocesi.
 
Il Regno che si avvicina è praticamente assente inoltre nei tanti discorsi che si fanno sull’evangelizzazione. Del resto, l’oscuramento del Vangelo del Regno è di lunga data nella storia della Chiesa e soltanto in alcune epoche si ridesta l’attenzione dei cristiani verso la predicazione del Vangelo del Gesù storico.
 
Certamente sono stati i secoli XII e XIII quelli nei quali, nella Chiesa latina, si è levato forte il richiamo al Vangelo.
 
È facile ricordare per tutti il nome di Francesco, ma non bisogna dimenticare tali movimenti e figure che segnarono, spesso in maniera traumatica, la vita della Chiesa in quei secoli.
 
In tempi più vicini a noi, negli anni attorno alla II Guerra mondiale, anche se l’incubazione è di lunga data e parte dall’Ottocento, il richiamo del lieto annuncio del Regno ai poveri si è risentito forte nella nostra Chiesa e ha trovato un’eco, fievole e tuttavia decisiva, nel Vaticano II.
 
Ma a quel richiamo è subentrata la normalizzazione ecclesiastica e istituzionale, soprattutto in America Latina, dove sono stati messi a tacere i fermenti evangelici che sembravano rinnovare il volto di quelle Chiese.

giovedì 23 maggio 2013

RIFLESSIONE DEL CARD. MARTINI


 
 
RIFLESSIONE DEL CARD. MARTINI

 

Suona veramente amara la confessione del card. Martini nel suo libro di confidenze e confessioni Conversazioni notturne a Gerusalemme:
 
«Un tempo avevo sogni sulla Chiesa.
 
Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo.
 
Sognavo che la diffidenza venisse estirpata.
 
Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto.
 
Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori.
 
Sognavo una Chiesa giovane.
 
Oggi non ho più di questi sogni».
 
Penso che tutti soffriamo molto per il ritardo dei 200 anni, come ha detto sempre il card. Martini, di questa Chiesa rispetto alle istanze della storia dove si fa presente il Regno che noi dovremmo annunciare.
 
Ma la soluzione non è il rimprovero o la lamentela verso la Chiesa gerarchica, ma la riscoperta in primo luogo per noi stessi della forza del Vangelo che abbiamo ricevuto.
 
Un Vangelo che è più grande della Chiesa e la trascende e non è legato a nessuna istanza umana.
 
Esso patisce continuamente violenza, come è accaduto nel destino di Giovanni Battista e di Gesù.
 
Ma noi non possiamo partecipare a questo atto di violenza nel confronti del Vangelo e dobbiamo invece accoglierne la forza dirompente.
 
La causa del silenzio sul Vangelo è data anche dal fatto che la Chiesa è troppo preoccupata di se stessa, del suo riconoscimento da parte degli esseri umani, del suo ruolo nella società.
 
Ma il Vangelo, il lieto annuncio della presenza di Dio nella vita delle persone, trascende la Chiesa, è dimostrazione dello Spirito e della sua potenza (1Cor 2,4), non mezzuccio per l’autoaffermazione del proprio ruolo, fosse quello dell’istituzione ecclesiale.
 
Quando, invece del Vangelo del Regno e della grazia sovrana di Dio che ci ama mentre siamo ancora peccatori, i cristiani e la Chiesa tutta si rifugiano nelle strategie intelligenti, nell’attivismo furbo volto alla conquista del consenso.
 
Quando vogliono aggiungere qualcosa alla conoscenza del Crocifisso, allora abbiamo quella che don Dossetti chiamava «mancanza di fede operante».

mercoledì 22 maggio 2013

IL VANGELO DEL REGNO


 
 
IL VANGELO DEL REGNO

 

Il Vangelo del Regno non ha quindi un orizzonte perimetrato dai muri della credenza o della non credenza, dalle Chiese o dalle religioni, ma dall’uomo e dalla donna che soffrono.
 
Non è un caso che nel discorso della montagna Gesù dica che il Regno di Dio è dei poveri e che otto Beatitudini su nove siano rivolte non ai discepoli e a quelli che patiscono per causa sua, ma ai poveri, agli afflitti, ai miti, a coloro che hanno fame e sete di giustizia, ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati per causa della giustizia.
 
La Chiesa non si può appropriare delle Beatitudini, ma solo accoglierle come via d’accesso per collocarsi nel cuore di Dio.
 
Ma non se ne possono appropriare nemmeno gli uomini religiosi o coloro che si ritengono giusti.
 
Il padre Dupont, nel suo grande commento alle Beatitudini, ha sottolineato con forza come esse non configurino un insegnamento morale.
 
Essere poveri non è una virtù, come non lo è quella di essere afflitti o di patire ingiustizia.
 
Si tratta piuttosto di affermazioni teologiche, di affermazioni cioè che cercano di cogliere i sentimenti di Dio nei confronti dell’umanità, nella quale egli ha i suoi prediletti.
 
Credere al Vangelo del Regno, significa accogliere come propri questi sentimenti di Dio, essere figli del Padre celeste che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, ma riserva la sua predilezione ai poveri.
 
Il card. Lercaro chiese ai vescovi del Vaticano II, di fare dell’annuncio ai poveri l’asse degli insegnamenti conciliari.
 
Nonostante l’applauso che accolse il suo invito, questo lasciò poche tracce nei documenti finali, tranne che nello splendido testo della Lumen gentium.

martedì 21 maggio 2013

LA CHIESA FEDELE ALL'INCARNAZIONE


 
 
LA CHIESA FEDELE ALL'INCARNAZIONE

 

La Chiesa che oggi tanto parla di una nuova evangelizzazione non può ignorare questo nodo centrale ed evadere verso letture sociologizzanti o pseudoculturali o intimistiche, ma deve ancora, dopo venti secoli, semplicemente fare i conti con Gesù, interrogarsi su di sé, chiedersi se è disposta a bere il calice che Gesù ha bevuto e ad essere battezzata nel battesimo nel quale lui è stato battezzato.
 
Da quanto ho detto, appare come anche l’annuncio del Vangelo sia soggetto alla legge della storicità, che poi vuol dire fedeltà all’economia dell’incarnazione.
 
La Parola del Signore è sempre consegnata alla parola dell’essere umano.
 
La stessa categoria di Regno di Dio è legata alla cultura di Israele, dell’Oriente antico, delle ideologie regali del mondo circostante.
 
E così gli esseri umani che hanno accolto il Vangelo, lo hanno anche accolto e vissuto sempre secondo figure diverse.
 
I “minori”, gli umili del tempo di Francesco, che vivevano del loro lavoro nei campi, determinarono la concreta forma evangelii che Francesco dettò ai suoi frati e che ancora ribadì nel Testamento del 1226.
 
La forma evangelii nella quale Charles De Foucauld incarnò la sua proposta è inseparabile dal suo incontro con il mondo musulmano dell’Algeria francese tra ‘800 e ‘900, ma anche dall’esperienza di un ufficiale francese, fiducioso nel ruolo della potenza civilizzatrice della sua patria.
 
E così, anche la forma evangelii che i preti operai francesi cercarono d’incarnare dopo la II Guerra mondiale, all’interno della Mission de France del card. Suhard, era determinata dalla condizione operaia del tempo.
 
Se noi vogliamo testimoniare e annunciare l’evangelo che abbiamo ricevuto nel nostro tempo, occorre quindi che sappiamo individuare, con una lettura sapienziale della nostra storia, quella forma concreta nella quale la testimonianza e l’annuncio del Vangelo vanno incarnati.