martedì 15 ottobre 2013

LA CHIESA COMUNITA' DI CREDENTI



LA CHIESA COMUNITA' DI CREDENTI


 
Si tratta di vedere come, nella Chiesa, il logos, il discorso, il modo di guardare la realtà, che ha costituito gli "occhi di fede" della comunità credente, non è partito dall'idea del povero come rivelazione di Dio, della gloria Dei nella vita pauperis.

La Chiesa come comunità dei credenti è stata limitata nel suo essere Chiesa per i poveri e di poveri da alcune riserve. 

Una prima remora è l'escatologismo, quella concezione per cui la vita terrena dell'uomo è solo un breve passaggio, non ha peso autonomo, ma è funzionale alla vita ultraterrena. 

Do da mangiare a chi ha fame, da bere a chi ha sete, ma mi chiedo: a cosa serve, se tutto passa? 

Ecco la riserva, il limite intrinseco, la relativizzazione di quello che faccio. 

In fondo, se vale la pena dar da mangiare al povero, è perché questo è la piattaforma per evangelizzarlo, per parlargli di Dio. 

È una seconda intenzione che guasta, avvelena, corrompe finemente l'approccio al povero. 

Ci si dimentica della pagina di Matteo sul giudizio universale: ciò che il giudice chiede non è se, attraverso il pane, l'acqua, il vestito, la visita al carcerato si è puntato più in là, all'anima, ma se è stato dato pane, acqua, ecc. Punto e basta. 

Io non sono responsabile della salvezza dell'anima dell'altro; lo sono della salvezza della mia anima, che opero salvando il corpo del povero, cioè l'insieme dei suoi bisogni terreni, quelli che io posso soddisfare.

Il limite che ha intaccato la volontà di promozione del povero, anche da parte delle coscienze più pure della Chiesa, è dunque in questo non prendere sul serio l'assolutezza dell'atto del dare il pane. 

Una seconda riserva è di tipo ideologico, confessionale, ecclesiastico: 

la vita del povero è importante, ma più importante sono gli interessi, i diritti della Chiesa. 

Quando ci si trova in situazioni in cui un intervento deciso per i diritti dell'uomo scatena qualcosa che mette a repentaglio la vita della Chiesa, ecco la remora: poveri sì, ma il marxismo è ateo. 

La paura del comunismo, dell'ideologia marxista atea frena l'azione anche là dove il bisogno del povero è lampante.

Questa seconda riserva è legata e derivata dalla prima, c'è sempre stato un filo diretto tra escatologismo e ecclesiocentrismo: 

se ciò che unicamente conta è la salvezza dell'anima, sulla terra ciò che è più importante è preservare quei personaggi che sono gli strumenti scelti della salvezza dell'anima.

Una terza riserva è quella della theologia gloriae e riguarda la chiesa come gerarchia. 

Durante l'incoronazione del nuovo papa, un cardinale lo incensava dicendo: "Sic transit gloria mundi". 

Questa frase sta a significare che il papato è persino incoronazione, ma al tempo stesso l'individuo che diventa papa deve ricordare che la gloria mundi passa, deve restarne distaccato. 

È giusto che il papato sia espressione di gloria, di regalità, perché il papa è il Cristo in terra, è incarnazione della gloria di Dio e di Cristo risorto; ma l'individuo come tale è l'umile servo. 

C'è una separazione tra il ruolo, che sta nell'ordine della gloria e l'individuo, che è chiamato ad essere discepolo di Gesù. 

Secondo la Theologia gloriae, il positivo di Dio, entrando nella storia, assume e trova espressione nel positivo della storia (gloria, onore, prestigio, autorità). 

In questo senso, il papa è degno di questa gloria più di ogni altro. 

Ma l'incarnazione di Gesù non è stato questo: la Parola si è fatta carne, la gloria di Dio si è fatta schiavitù, la ricchezza si è fatta povertà. 

Solo il negativo dentro la storia può esprimere il positivo di Dio. 

Questo è il principio della Theologia crucis, Il papato, proprio perché è incarnazione della gloria di Dio nel mondo, deve essere sub contraria specie: non gloria, ma piccolezza, povertà, perché la legge dell'incarnazione è che la gloria di Dio può entrare nella storia solo svuotandosi o spogliandosi. 

Ecco, dunque, nella Theologia gloriae una riserva ad assumere la povertà fino in fondo.

Nel convegno "Evangelizzazione e promozione umana" si intese affrontare un nodo teorico: la Chiesa si definisce come organo di evangelizzazione o di promozione umana? C'è un primato di un momento sull'altro? Si tratta di due fini uguali?

Il bisogno fondamentale, elementare dell'uomo è il bisogno di pane: ad esso soddisfa la promozione umana, che fa sì che l'uomo, nell'insieme dei suoi bisogni, venga colmato, diventi uomo adempiuto. 

Ma c'è nell'uomo anche un bisogno di senso, di sapere che la sua vita è inserita in un quadro superiore, trascendente: 

ad esso soddisfa l'evangelizzazione, l'annuncio della salvezza, la buona novella che alla tua vita è dato o è restituito il suo senso proprio. 

Queste due esigenze possono saldarsi, convergere e diventare una nella prassi evangelica. 

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