mercoledì 16 ottobre 2013

LA CHIESA DEI POVERI



La Chiesa dei poveri


Alle Beatitudini sono state date diverse interpretazioni. Forse nessuna convince totalmente. 

D'altra parte, Gesù ha parlato in seconda persona: Beati voi poveri: lo capiscono quelli a cui Gesù si rivolge, non siamo noi i destinatari. 

Le beatitudini sono piene di contraddizioni sul piano intellettuale. Fondamentalmente la contraddizione è: beati i poveri. 

I poveri sono i non beati: mancando di beni, di averi appartenenti al mondo dell'essere, non sono integrati nella creazione, non ne fruiscono appieno. 

In che modo Gesù può dire al cieco, al sordo, allo storpio, al prigioniero: siete beati? Luca risolve il problema con i due tempi. Beati voi che oggi siete poveri perché allora il Regno dei cieli vi apparterrà. I poveri avranno l'altro mondo, il mondo che viene oltre la storia. Probabilmente Gesù non pensava a questo dopo.

Matteo rilegge le beatitudini in modo diverso. 

Dice: Beati adesso, già oggi, perché i poveri sono ricchi su di un altro piano, sul piano dello spirito. Forse Matteo spiritualizza eccessivamente la categoria del povero.
Cosa intendeva dire Gesù? 

Seguendo la linea di Sofonia, povero è colui che nella sua carenza scopre la presenza di Dio, possibilità negata a chi non è povero, a chi ha. 

La carenza del povero diventa luogo, occasione di un'altra ricchezza: la pienezza di esperienza della presenza di Dio. Gesù voleva dire: voi poveri siete dentro il disegno di Dio. 

Solo voi lo porterete avanti; diversamente non si realizzerà, resterà inadempiuto.

Paolo riprenderà questi concetti più tardi, nella 1Corinzi 1,27-28: "Ma Dio ha scelto ciò che è stoltezza nel mondo per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che è debolezza del mondo per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che è ignobile nel mondo e ciò che è disprezzato e ciò che è nulla per annientare le cose che sono". 

La negatività del povero, la sua esperienza di emarginazione sono il luogo della manifestazione piena della positività di Dio. Là dove la povertà radicale, che è di tutti, è povertà attuale, qui è il luogo disponibile per l'accendersi della gloria di Dio, della sua manifestazione. 

Il modo giusto per leggere evangelicamente questa pagina di Paolo consiste nel ricondurla alle beatitudini.

La vita del povero è quasi organicamente intrisa di spiritualità. 

La spiritualità, la religiosità, l'esperienza di Dio sono l'unica ricchezza di umanità di cui i poveri-poveri possono fruire, ciò che permette loro di sopravvivere, di non cadere nel vortice del non senso.

Questa spiritualità di base del povero può essere sintetizzata in tre voci: assumere, lottare, fruire.
Assumere
Accettare la vita, dire di sì alla vita. E per chi la vita non è altro che miseria, solo un peso opprimente, accettarla è l'atto fondamentale della santità. 

È ciò che Gesù ha fatto nell'incarnazione: è entrato nella condizione umana di carne (Giovanni), di schiavo (Filippesi), di povero, (1 Corinzi), ha assunto l'esistenza umana in quanto fallita e lì dentro ha detto sì a Dio. 

Il povero ha più ragioni per suicidarsi che campare. 

Di fronte alla realtà nella sua durezza può avere la tentazione o di ribellarsi (nel senso di pestare i piedi, di rompere tutto, come nel senso di fare male a se stesso) o di scappare (evadendo con l'alcool o con la droga). 

Accettare di esistere, non scappare, non ribellarsi per il povero non è un atto casuale, ma è l'atto fondamentale dell'obbedienza alla creazione, del fare la volontà di Dio. 

Vivere in un mondo facile quale il nostro può diventare un'evasione dall'incarnarsi nel fondo dell'esistenza, un vivere in superficie, uno sfiorare la realtà, senza guardare mai in faccia la propria radicale povertà.

Il povero non può fare questo: vive a confronto con la sua radicale povertà, perché questa da radicale è sempre attuale. 

Egli o è eroe o è traditore, non può essere una persona mediamente per bene perché a questo livello già accettare la vita è una forma di eroismo, la cui alternativa è il rifiuto della vita stessa o sopprimendosi o evadendo.
Lottare
Percepire che nel disegno di Dio questa situazione di miseria non è ciò che egli vuole e, di conseguenza, sposare il disegno di liberazione di Dio; 

percependo che nella creazione c'è una dimensione di promessa ancora inadempiuta, dire di sì ad essa. 

Lottare è un atto di promozione nella solidarietà. 

Lottare per i beni essenziali ha in sé, quasi fisiologicamente, quella dimensione di giustizia, di obbedienza al disegno di Dio che invece manca di mano in mano che la lotta diventa ricerca del superfluo e quindi, automaticamente, lotta corporativa e individualistica.
Fruire
Il povero, dentro quel deserto che è la sua vita, sa trovare occasioni di fruizione, di gioia, di festa.


Nell'umanità povera la donna ha avuto sempre una posizione di privilegio: la capacità di assumere, di lottare, di fruire è sempre stata più delle donne che degli uomini.

Il problema ora consiste nel togliere le carenze, nel reintegrare i poveri nelle strutture oggettive della creazione senza togliere la soggettività propria del povero. 

La strada su cui l'occidente è incamminato è sbagliata: noi, che abbiamo raggiunto i beni della creazione, siamo soggetti inetti a viverli secondo lo spirito della creazione; i poveri, che sono più dentro di noi nell'orizzonte della creazione, non hanno ancora quei beni. 

Non ancora: cioè un qualcosa può ancora venire, e se verrà, verrà da qui. 

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