lunedì 30 dicembre 2013

LA TESTIMONIANZA PUBBLICA




La testimonianza pubblica

 

Per la sua stessa natura, la vita religiosa è una testimonianza che deve manifestare chiaramente il primato dell'amore di Dio, con una forza che deriva dallo Spirito Santo (cfr. ET 1).
 
Gesù stesso ha vissuto questo nel modo più eminente: testimone del Padre «con la forza dello Spirito» (Lc 4, 14) nella vita, nella morte, nella risurrezione, rimanendo per sempre il testimone fedele.

A sua volta egli mandò i suoi apostoli, nella forza del medesimo Spirito, perché fossero suoi testimoni in Gerusalemme, attraverso la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1, 8).
 
Il soggetto della loro testimonianza era sempre lo stesso: a ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato, il Verbo della vita» (Gv 1, 1):
 
Gesù Cristo «il Figlio di Dio, costituito con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti» (Rm 1, 5).

Anche i religiosi sono chiamati a testimoniare nel loro tempo una simile, profonda esperienza personale di Cristo, a diffondere la fede, la speranza, l'amore e la gioia che questa esperienza continuamente infonde.

Il loro permanente rinnovamento personale di vita deve originare nuovo fermento nell'istituto a cui appartengono, rievocando in tal modo le parole del Santo Padre Giovanni Paolo II: «Ciò che più ha da: tutto indicherà con forza il posto che Cristo ha preso nell'esistenza.
 
La visibilità di questa testimonianza comporta la rinunzia ad agiatezze e comodità che, in situazioni diverse, sarebbero pure legittime; richiede anche la limitazione di certe forme di distensione e divertimento (cfr. ES I § 2; CD 33-35).

Per assicurare questa testimonianza pubblica, i religiosi accettano di buon grado una condotta non permissiva, ma determinata in larga misura nelle loro regole.
 
Essi indossano un abito religioso che li distingue in quanto persone consacrate; abitano in case stabilite dal loro istituto in conformità con il diritto comune e le costituzioni.
 
Così pure viaggi, contatti sociali e altre forme di comunicazione devono conformarsi allo spirito e all'indole del proprio istituto e all'obbedienza religiosa.

Queste disposizioni da sole non sono sufficienti ad assicurare la dovuta testimonianza pubblica della gioia, della speranza e dell'amore di Gesù Cristo.
 
Offrono, tuttavia, importanti mezzi per rendere questa testimonianza ed è certo che senza di essi non è possibile raggiungere l'autentica finalità della testimonianza religiosa.

Il modo di lavorare è altresì importante per la testimonianza pubblica.
 
Che cosa si faccia e come venga fatto devono riflettere Cristo attraverso un'essenziale povertà interiore di colui che non cerca la sua soddisfazione personale.

Ai nostri giorni una delle maggiori povertà è l'insufficienza. Il religioso accetta di condividerla intimamente con la generosità della sua obbedienza: si fa uno con il povero e il debole in un modo del tutto particolare, come Cristo nella sua passione.

Si comprende, allora, che cosa significhi trovarsi in necessità davanti a Dio, amare come Gesù amava, collaborare all'opera di Dio e alle condizioni di Dio.
 
Inoltre, fedele alla sua consacrazione, il religioso vive le disposizioni concrete offerte dall'istituto per ravvivare questi atteggiamenti.

La fedeltà all'apostolato affidato al proprio istituto è pure essenziale per una testimonianza autentica.
 
Dedicarsi individualmente e in modo arbitrario a degli impegni a scapito delle opere proprie dell'istituto può essere soltanto dannoso.
 
Vi sono, tuttavia, modi di vivere e di lavorare che nella situazione contemporanea offrono una chiara testimonianza a Cristo.
 
Una verifica costante dell'uso dei beni, dello stile di vita e dei rapporti, costituisce per i religiosi un mezzo efficace per promuovere la giustizia di Cristo nel mondo di oggi (cfr. RPU 4 e).

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