giovedì 19 dicembre 2013

L'IDENTITA'




L' identità

I religiosi abbiano come suprema regola di vita la sequela di Cristo proposta dal vangelo ed espressa nelle costituzioni del proprio istituto (can. 602).

L'intendimento dei fondatori, sancito dalla competente autorità della Chiesa, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all'indole dell'istituto, così come le sane tradizioni, devono essere fedelmente custoditi da tutti (can. 578).

Per custodire più fedelmente la vocazione e l'identità dei singoli istituti, le costituzioni di ciascuno devono contenere - oltre a ciò che è stabilito da osservare al § III 14 - le norme fondamentali relative al governo dell'istituto e alla disciplina dei membri, alla loro incorporazione e formazione, e anche l'oggetto specifico dei voti (587 § 1)

Le costituzioni sono approvate dalla competente autorità ecclesiastica.
 
Per gli istituti diocesani, l'approvazione spetta all'Ordinario del luogo, per quelli pontifici alla Santa Sede.
 
Le successive modifiche e interpretazioni autentiche sono parimenti riservate alle stesse autorità (can. 576 e 787 § 2).

Mediante la professione religiosa, i membri di un istituto si impegnano a osservare le sue costituzioni con fedeltà e amore, perché vi riconoscono lo stile di vita approvato dalla Chiesa per il loro istituto, l'espressione autentica del suo spirito, della sua tradizione e della sua legge.

Il consiglio evangelico di castità, abbracciato per il Regno dei cieli, è segno della vita futura e fonte di una più copiosa fecondità nel cuore indiviso.
 
Esso comporta l'obbligo della perfetta continenza nel celibato (can. 599).

Si osservi la necessaria discrezione in tutto quanto possa nuocere alla castità della persona consacrata (cfr. PC 12; can. 666).

Il consiglio evangelico di povertà, a imitazione di Cristo, postula una vita povera di fatto e di spirito, operosa e frugale, distaccata dai beni terreni.
 
La sua professione mediante il voto, comporta per i religiosi la dipendenza e la limitazione nell'usare e nel disporre dei beni temporali, conformemente al diritto proprio dell'istituto (can. 600).

Mediante il voto di povertà i religiosi rinunciano all'uso libero e a disporre dei beni materiali.

Avanti la prima professione essi cedono l'amministrazione dei propri beni a chi preferiscono e, qualora le costituzioni non determinino diversamente, essi dispongono liberamente del loro uso e usufrutto (can. 668, § 1).

Qualunque cosa il religioso ottiene per la sua propria industria o per dono o a motivo dell'istituto, è acquisito per l'istituto stesso. Anche ciò che riceve come pensione, sussidio o assicurazione è a favore dell'istituto, a meno che il diritto proprio stabilisca altrimenti (can. 668 § 3).

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