domenica 19 gennaio 2014

CRISTO: CENTRO E FINE DELLA MISSIONE




CENTRO E FINE DELLA MISSIONE: CRISTO

 

Se l’uomo è la via fondamentale della Chiesa, Cristo che rivela l’uomo all’uomo, ne costituisce la chiave di volta, l’alfa e l’omega.
 
L’evangelizzazione culminerà nella rivelazione dei figli di Dio:
 
La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
 
Sappiamo bene infattiche tutta la creazione geme e soffre fino a oggi, nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del corpo” (Rm 8,19-23).
 
Il brano paolino ci insegna che la cristificazione del cosmo è attesa e lotta. Così commenta la LG 35: “Essi [i laici] si mostrano figli della promessa, se forti nella fede e nella speranza mettono a profitto il tempo presente (cfr. Ef 5,16; Col 4,5) e con pazienza aspettano la gloria futura (cfr. Rom 8,25).
 
E questa speranza non la nascondono nell’interno del loro animo, ma con una continua conversione e lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni” (Ef 6,12), la esprimono anche attraverso le strutture della vita secolare”.

I laici pronti ad affrontare con spirito nuovo il terzo millennio sono quelli che hanno trovato nel loro Signore e Maestro “la chiave, il centro e il fine dell’uomo nonché di tutta la storia umana” consapevoli che “al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli” (TMA., n. 59).

Si ripropone oggi, come nei secoli passati, il grande problema sdell’inculturazione della fede.
 
La cultura autentica è quella che si apre al trascendente.
 
Lungi dal blandire i maestri del “pensiero debole”, tuttoil magistero di papa Wojtyla ridona alla cultura il grande compito di ricercare il senso ultimo dell’esistenza umana.
 
Le varie culture non possono non aprirsi al trascendente, se vogliono essere veramente umane: e sono tutte rispettabili in quanto tentativi di risposta alla domanda di senso.
 
Pertanto non c’è spazio per il pessimismo o il nichilismo, frutti di una cultura cinica e utilitaristica che riducendo l’uomo a mezzo, distrugge alle fondamenta la dignità umana, si nutre di violenza e rende schiavo l’uomo della sua stessa paura.

La speranza invece, illuminata e rivelata dalla fede cristiana, ha un futuro: “Possiamo costruire nel secolo che sta per giungere e per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana, una vera cultura della libertà.
 
Possiamo e dobbiamo farlo! E, facendolo, potremo renderci conto che le lacrime di questo secolo hanno preparato il terreno ad una nuova primavera dello spirito umano” (Discorso di Giovanni Paolo II all’ONU, il 5 ottobre 1995, n. 18).

“Dove andiamo? – si chiedeva il poeta tedesco Novalis. Tutti a casa!”.
 
Tutta la più autentica cultura del Novecento, segnata profondamente dalla malattia del nichilismo, anela al ritorno del Padre.
 
Non sa più trovarlo, è vero; ma ha ricominciato a cercarlo. A tentoni, a fatica, ma lo cerca. Perché ha capito che senza un Padre il cielo è un buco nero che divora i valori e sulla terra c’è posto solo per gli idoli, si chiamino essi Politica, Stato, Profitto, Progresso, Nazione, Razza.
 
E gli idoli, si sa, esigono cruenti sacrifici umani.
 
I loro templi si trovano ad Auschwitz, Hiroshima, Sarajevo. Siamo stati delusi dalle ideologie, ingannati dalle menzogne che ci hanno propinate. Siamo orfani del Padre.
 
Ne sentiamo la mancanza. E’ tempo per riaprire le pratiche per l’adozione a figli. Siamo stanchi delle carrube rubate ai porci. Bisogna rialzarsi e riprendere la strada del ritorno a casa. Prima che il nulla ci divori. Per scoprire, con gioia inaudita, che il Padre sta già scendendo da lassù per venirci incontro.

Venite e vedrete (Gv 1, 39). Con questi due verbi, Gesù indica sinteticamente e lapidariamente il cammino ai discepoli che gli avevano chiesto: “Dove abiti?”.
 
Il brano evangelico non dice: “venite a vedere”, vi indico un punto preciso spaziale dove avrà fine il vostro cammino; e neanche: “venite e vedete”, come se il cammino sia di per sé già una risposta; ma: “venite e vedrete”: il vedere è futuro rispetto al venire; è una promessa, di cui fidarsi, mettendo a rischio la propria vita.
 
Per scoprire dove abita la speranza dell’uomo occorre certo “mettersi in cammino”, cioè progettare la vita sul campo, perché la vita la si impara vivendo, ma bisogna essere nel contempo capaci di “vedere”, cioè di trapassare con lo sguardo la superficie fenomenica delle cose.
 
Discepoli contemplativi, semplici come le colombe, con nel cuore un grande sogno, ma anche astuti come i serpenti, col realismo concreto di chi è itinerante sulle strade polverose del terzo millennio.
 
Andarono e videro dove stava e quel giorno stettero presso di lui”. L’evangelista non precisa il luogo. Se «il Figlio dell’uomo non ha dove reclinare il capo» (Mt8, 20), chi vuole trovare la Casa dove sta Dio deve rinunciare ad una casa.
 
È il paradosso evangelico del perdersi per ritrovarsi: Gesù ci insegna che se vuoi essere come Dio devi rinunciare ad esserlo.
 
E devi saper vedere Dio nella sua sconvolgente umanità. In tal modo ti liberi per sempre del peccato originale. È questa la buona notizia che i laici di AC, itineranti sulle strade del terzo millennio, devono saper portare agli uomini.

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