giovedì 30 gennaio 2014

IL NUOVO DIRITTO CANONICO



IL NUOVO DIRITTO CANONICO


Nel vecchio Codice di diritto canonico del 1917, nel can. 118 si affermava che «solo i chierici possono ottenere la potestà di ordine e di giurisdizione», e nel can. 108 lo stesso codice definiva come chierici «coloro che sono stati inseriti dalla prima tonsura fra i ministri divini», chi ha la tonsura però rimaneva nella condizione laicale. 

Il nuovo Codice del 1983 definisce chierico invece chi è ordinato: siamo di fronte a un mutamento terminologico fondamentale, con conseguenze giuridico-dottrinali.

Questo spostamento terminologico e giurisdizionale si avvertiva già nei decenni precedenti il Vaticano II. Pio XI nel 1939, in un’udienza speciale per il 50° anniversario del Collegio canadese, ebbe a dire: 

«Voglio che portiate con voi questo messaggio. 

La Chiesa, il corpo mistico di Cristo – scrisse Mons. Alex Carter, presente all’udienza, poi vescovo di Sault-Ste.-Marie, Ontario – Canadà (riportato in un articolo di Ladislas Örsy, gesuita, docente di Scienza del diritto e Diritto canonico al Georgetown University Law Center a Washington, apparso su “il Regno” n. 14 del 2009, dal titolo “Il popolo di Dio”), – è diventata mostruosa. 

La testa è enorme, ma il corpo è rattrappito. 

Voi, sacerdoti, dovete ricostruire il corpo della Chiesa e l’unico modo che avete per farlo è mobilitare i laici. 

Dovete chiedere ai laici di diventare, insieme a voi, testimoni di Cristo. Dovete chiedere soprattutto a loro di riportare Cristo nel posto di lavoro, nel mercato».

Si fa strada il percorso di concezione di chiesa che partiva da un pensiero diffuso da S. Roberto Bellarmino: Chiesa come “società perfetta”, fino ad arrivare al Concilio Vaticano II, in cui la chiesa è definita “Popolo di Dio”e si presenta in modo diverso: si rafforza il cammino, da un “già” a un “non ancora”. La salvezza s’incarna nella storia e la Chiesa ne è il fermento. 

Dalla fine del Concilio l’evangelizzazione diventa presupposto della promozione umana.

Se da una parte, però, siamo di fronte a notevoli affermazioni di promozione dei laici, dall’altra essi si vedono esclusi da ogni processo decisionale, ribaltando secoli di tradizione che ha origini remote.

L’identità dei laici ruota attorno a tre bipolarità.

Vocazione – Missione

Il primo termine rimanda al fondamento, all’identità del laico, visto da una prospettiva ad intra (essere); 

il secondo suggerisce piuttosto la proiezione ed estrinsecazione dell’identità laicale ad extra (agire).

Chiesa – Mondo

Dal primo binomio, scaturisce il secondo. “Chiesa” è difatti la comunità dei “vocati da” (dal greco ek-kaléo). 

Il “mondo” è il luogo della missio, per la quale sì è stati chiamati. 

La duplice cittadinanza dei fedeli laici può essere ben rappresentata dai due movimenti del ciclo cardiaco: diastole (chiamati) e sistole (mandati). 

È qui che pulsa il cuore della Chiesa!


Ecclesialità – Laicità

Anche in questo caso bisogna evitare di disgiungere i due poli: si tratta di Christifideles laici

Quale ecclesialità? Quale laicità? 

La dignità dei fedeli laici ci si rivela in pienezza se consideriamo la prima e fondamentale vocazione: 

la vocazione alla santità (cfr. Christifideles Laici, 16).

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