lunedì 20 gennaio 2014

LA VIA DELL'INTERIORITA'



La via dell’interiorità

Lo spazio dove abita la speranza è l’anima. 

L’anima è difatti incrocio tra passato che permane e futuro che viene anticipato, è il luogo dove anche il presente trova il suo senso (S. Agostino). 

“Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas: et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum” (S. Agostino, De vera religione, 39, 72). [Non andare fuori, ritorna in te stesso, la verità abita dentro l'uomo: ma se vi avrai trovato la tua natura mutabile, supera anche te stesso].

L’interiorità ci consente di fare sintesi e di non disperderci nei mille rivoli di un attivismo frenetico ma in fondo autoreferenziale ed autocompiaciuto. 

Tuttavia, per il Santo d’Ippona, c’è un altro rischio: la ricerca dell’assoluto, può essere un vicolo cieco se l’uomo non è capace di trascendere sé stesso, andando dal “dentro” all’”oltre”. 

Il ripiegamento su sé stessi, limite di tante esperienze spiritualistiche, nasconde il pericolo dell’avvitamento “paranoico”, dell’autocompiacimento: occorre andare oltre, superando la dimensione “religiosa” per fare il salto della fede. 

Il pericolo è quello di trincerarsi dentro una religione intimistica o  legalistica in cui si è smarrito l’autentico volto del Dio cristiano. 

Un’interiorità aggrappata alle proprie certezze religiose è uno spazio esistenziale dove non abita il Dio di Gesù Cristo. 

Il quale, semmai spariglia le nostre solide convinzioni. E se Dio non c’è, l’uomo non va da nessuna parte. Perché l’uomo non possiede la verità, ma da essa è posseduto. 

Secondo Kant due sono le scoperte fondamentali dell’uomo: il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. 

Senza il cielo stellato sopra di noi, anche la coscienza si oscura. E produce mostri. 

E la libertà umana si avvita su sé stessa in un giro a vuoto. Perché l’uomo non ha più domande da porsi. 

Perché sa già le risposte o perché, al contrario, ha rinunciato a cercarle. 

Le domande hanno senso, se non si hanno le risposte ma da qualche parte sappiamo che c’è una possibile risposta. 

Difficile, forse impossibile da raggiungere, ma c’è. Altrimenti la ricerca dell’uomo diviene un vacuo esercizio retorico. 

Invece essa è un cammino continuo di conversione, fatto di progressi e battute di arresto, ma non di inversioni, di un ritornare semmai sui propri passi per ripartire col piede giusto.

Due sono le parole chiave che caratterizzano la nuova evangelizzazione: dialogo e annuncio. 

Possiamo collocarle all’incrocio di due assi cartesiani: 

il dialogo sta su quello orizzontale, che implica il rapporto con il mondo degli uomini, con le molteplici sue ansie e speranze: 

è l’asse dell’incontro cordiale con le culture, i problemi, i dubbi, le illusioni e le delusioni dell’uomo “qui ed ora”; 

l’annuncio sta invece su quello verticale, che dice trascendenza e rimanda ad una realtà più alta che supera l’oggi storico: è l’asse dell’incontro con Dio, con le esigenze di una vita “altra”, con la dimensione dell’infinito.


Ora, non è possibile separare i due assi, se non vogliamo che il dialogo si appiattisca e si svuoti, divenendo “chiacchiera” o, peggio, acquiescente accettazione del mondo così come è. 

Un dialogo di questo tipo perde mordente, non è capace di suscitare alcuna trasformazione e rinnovamento, non provoca la conversione. 

Viceversa, l’annuncio che non accolga anche la dimensione orizzontale, e faccia a meno del dialogo, non riesce più a comunicare con gli uomini, e si riduce a propaganda intollerante o a proselitismo settario.


Deve essere invece possibile coniugare insieme Dio e uomo, eternità e storia, annuncio e dialogo. 

Tale inconcepibile possibilità ci è data nella e dalla croce di Cristo, in cui si incontrano i due assi, e Dio abbraccia l’uomo, inchiodandosi per sempre alla sua storia di peccato, che in tal modo viene redenta e si apre alla prospettiva verticale. 

Non è forse un caso che i Testimoni di Geova, che riducono l’annuncio ad un verticalismo senza storia e non accettano il dialogo, abbiano immaginato il Cristo morente non sulla croce, ma… su di un palo!

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