lunedì 24 febbraio 2014

DIVINIZZAZIONE:FINE E SIGNIFICATO



Divinizzazione: fine e significato

Quanto alle tre Persone divine, si ritiene che ciascuna agisca nel credente secondo il proprio specifico personale. 

Il Padre opera come principio e fonte della Divinità o colui che genera il Figlio e spira lo Spirito Santo. 

Il Figlio opera come "tu" generato dal Padre e unico principio, col Padre, della ispirazione e processione dello Spirito Santo. 

Lo Spirito Santo opera come "noi" del Padre e del Figlio, legame di amore che li unisce, loro dono scambievole e reciproco. 

Abitando nel cristiano lega e unisce al Padre e al Figlio e conferisce la grazia creata o santificante, che rende figli adottivi del Padre, fratelli di Cristo e partecipi della vita eterna. 

Mediante lo Spirito partecipiamo della natura divina (2Pt 1,4) che costituisce la nostra divinizzazione. 

Su come intendere questa si hanno, di nuovo, due diverse interpretazioni fra la tradizione orientale e occidentale. 

La prima la intende come assimilazione a Dio e partecipazione alla sua incorruttibilità e immortalità, pur senza divenire come Dio e il suo Verbo. 

S. Atanasio identifica la divinizzazione con la filiazione adottiva. 

Didimo il Cieco e S. Gregorio di Nissa la legano ai sacramenti, soprattutto l'Eucaristia. S. Giovanni Crisostomo era contrario a usare questo termine, che non si trova nella Scrittura. 

Cirillo di Alessandria sottolineò fortemente l'Eucaristia nel processo di divinizzazione progressiva del cristiano.  

S. Massimo il Confessore descrisse la divinizzazione come opera dell'Incarnazione, dono assolutamente gratuito e incommensurabile rispetto all'ordine della creazione. 

Per lui divinizzazionee Incarnazione sono solo due facce dell'identico mistero. 

Per S. Giovanni Damasceno la divinizzazione ha due tappe. 

La prima, più radicale, è l'Incarnazione o assunzione della natura umana da parte del Verbo, la seconda è l'attuazione di questa in noi, per mezzo del battesimo, l'Eucaristia e la vita virtuosa.

 La tradizione occidentale pose l'accento sulla santificazione come raggiungimento della santità, parlando assai meno di divinizzazione, intesa come somiglianza con Dio, e assai più di grazia santificante vista come causa di divinizzazione o deificazione. 

Queste differenze, che non indicano opposizione, ma complementarità, dipendono dal fatto che gli orientali hanno sottolineato maggiormente l'Incarnazione come restituzione della somiglianza con Dio, perduta per la colpa di Adamo. 

Gli occidentali, invece, hanno sottolineano maggiormente l'Incarnazione come redenzione dell'umanità peccatrice e sua santificazione mediante la grazia. 

I due termini deificatio e deificari, tuttavia, si trovano pure in S. Ilario di Poitiers e S. Agostino, che già scriveva: 

"Dio ti vuol fare dio, non per natura come è lui che ti ha generato, ma per dono e adozione".

A differenza degli orientali, egli mise al centro della grazia il dogma della redenzione, anziché dell'Incarnazione, sottolineando maggiormente la guarigione del peccatore, pur senza misconoscerne l'aspetto divinizzante. 

Nel Medioevo, S. Bernardo vide la divinizzazione come trasformazione dell'anima in Dio, mediante l'accordo perfetto, la conformità tra volontà della sostanza umana e volontà della sostanza divina, ad opera della carità. 

In particolare sottolineò che, essendo Dio carità, divenire ciò che è lui significa divenire carità. 

Nel secolo XIII i teologi occidentali guardarono soprattutto al mezzo col quale l'uomo è divinizzato o deificato. 

Per S. Tommaso la divinizzazione consisteva nella partecipazione per similitudine alla natura stessa di Dio, che sussiste nel mistero dell'unica sostanza in tre Persone. 

Essa ci deifica comunicandoci il consorzio della natura divina. La dottrina della divinizzazione raggiunse il suo vertice con S. Massimo il Confessore per l'Oriente e con S. Tommaso d'Aquino per l'Occidente. 

Al Concilio di Trento si discusse sulla giustificazione. Dopo il concilio l'attenzione si spostò sul rapporto fra grazia e libero arbitrio, nel secolo XVII sulla controversia irrisolta de auxiliis e poi sul rapporto fra natura e soprannaturale (Baio) e sul predestinazionismo (Giansenio).

La divinizzazione del cristiano, nel suo profondo, esprime la risposta a tutte le aspirazioni dell'uomo, espresse o inespresse e segna il vertice massimo della sua dignità e nobiltà: partecipare alla stessa natura, vita, opera, felicità eterna di Dio, essere suo figlio in senso reale e non metaforico. 

Il cristianesimo, quindi, pur essendo la religione e il progetto di vita che più esige dall'uomo, è pure quello che lo esalta maggiormente e gli conferisce la massima dignità.

Al riguardo occorre chiarire che gli uomini non sono tutti uguali in se stessi, ma solo di fronte alla legge.

Questa differenza è essenziale e decisiva. Solo l'invidia del bene altrui impedisce di capire e accettare questo punto.


Occorre, quindi, distinguere bene fra la distribuzione di doni di grazia diversi in questa vita e la valutazione della loro valorizzazione nel giudizio finale. 

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