giovedì 27 febbraio 2014

MERITO E BUONE OPERE



Merito e buone opere


Per la Chiesa cattolica, le buone opere, frutto e segno della giustificazione, sono pure azioni con le quali l'uomo si guadagna la vita eterna. 

L'Antico Testamento riconosceva una retribuzione divina, che si è evoluta da punizione a premio (Dt 27,9-26; 28,1-14; 15-68), da collettiva a individuale (Ez 18,1-29), da terrena a spirituale ultraterrena (Sir 11,14-28). 

Nel Nuovo Testamento, i testi riguardanti le buone opere sono numerosi, fra cui, particolarmente importanti: Mt 16,27; Rm 2,6 e Ap 2,23. 

Le opere non portano alcun guadagno a Dio ma, per il cristiano, un premio che corrisponde ad esse, ma il cui valore è di gran lunga superiore. 

Nelle lettere ai Corinzi e ai Romani S. Paolo insiste sul fatto che le buone opere provengono dalla grazia. 

Ciò che la S. Scrittura chiamava "merces", il latino non cristiano chiamava "meritum". Tertulliano preferì il secondo termine, che si diffuse ampiamente. 

Il medioevo sviluppò il concetto distinguendo fra merito "de condigno" in base alla giustizia e "de congruo" in base all'equità.

Benché si trattasse solo di un'opinione di scuola, i protestanti la considerarono come dottrina cattolica, per cui il Concilio di Trento dovette chiarire pure questo punto. 

Disse, perciò, che l'uomo deve sempre fidarsi di Dio e di Cristo che, apprezzando l'uomo, vogliono che la vita eterna sia un risultato della sua azione. 

Nel Concilio Vaticano II, invece, la dottrina del merito è appena accennata (LG 41, 49). 

La dottrina cattolica sottolinea, quindi, che: 

1) alla fine di una vita buona, Dio dona a ciascun cristiano la vita eterna e l'incontro con Lui; 

2) in questa vita, Dio può comunicare grazie diverse agli uomini; 

3) nella vita eterna Dio retribuisce ciascuno secondo la misura della sua collaborazione; 

4) nella vita eterna il rapporto fra le differenti grazie e la differente collaborazione ad esse sulla terra determina la diversa profondità e intensità del rapporto con Dio. 

Il tema del merito, per non essere frainteso, deve rimanere strettamente collegato agli altri temi della grazia e, in particolare, alla giustificazione, santità e santificazione.


La giustificazione cristiana rinnova radicalmente l'uomo, ma segue le leggi di ogni vita, esigendo di essere non solo conservata (Mt 7,21; 10,22; 19,17; Gv 14,15; Gc 1,22) ma anche sviluppata e accresciuta fino alla sua pienezza o perfezione. 

Questo processo o cammino è detto santificazione e consiste nel fare vivere il Cristo in noi (Fil 1,21) o, ancor meglio lasciarsi vivere da lui (Gal 2,10) come sue membra vive e vitali, testimoni credibili e sua piena immagine e somiglianza. 

In questo cammino verso la perfezione, la grazia che accompagna il cristiano lo rende sempre più libero, della libertà dei figli di Dio (Gv 8,36; Rm 8,21) e sempre più fecondo nel realizzare i compiti che il Signore gli affida nel mondo. 

Ciò avviene mediante i mezzi abitualmente offerti a ogni battezzato: 

docile ascolto della Parola, preghiera personale e comunitaria, sacramenti (in particolare penitenza ed eucaristia), opere buone fatte per amore (Mt 6,1; 1Co 13,3). 

Questa è l'esistenza vissuta per Cristo, con Cristo e in Cristo. 

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