sabato 29 marzo 2014

GIUSTIZIA E GIUSTIFICAZIONE



Giustizia e giustificazione

Come si è accennato, l'Antico Testamento non parla di giustificazione, ma di giustizia di Dio e dell'uomo. 

Il suo fondamento è la fedeltà a una relazione di comunione. 

Dio è fedele al suo patto. 

Non così Israele, la cui osservanza della legge doveva consistere nel vivere personalmente e comunitariamente la fede nella volontà di Dio. 

Per questo il Nuovo Testamento sottolinea l'errore fondamentale commesso da farisei e dottori della Legge nell'interpretare il significato e il ruolo dell'antica Legge. 

Essi credevano che bastasse osservarla minuziosamente e integralmente, nella sua lettera, per ritenersi "giustificati" davanti a Dio. 

Ritenevano, quindi, che l'uomo potesse attingere alle proprie risorse per raggiungere Dio e presentarsi a Lui come esige e si attende da noi. 

Questo atteggiamento e dottrina sono denunciati anche da Paolo come suprema perversione del "diritto di gloriarsi davanti a Dio" (Rm 3,27). 

Essi nascevano dall'errore di dissociare la Legge dalle promesse divine e dal dimenticare che l'osservanza, obbedienza e fedeltà alla Legge è pure essa opera di Dio e attuazione della sua Parola. 

Vero e unico giusto davanti a Dio, quindi, è soltanto Gesù Cristo (At 3,14). 

Egli è l'unico ad essere, davanti al Padre, quello che Egli esattamente si attende: il Servo obbediente nel quale Egli può compiacersi (Is 42,1; Mt 3,17). 

Egli solo compì fino in fondo ogni giustizia (Mt 3,15), soffrì e morì perché Dio fosse pienamente glorificato (Gv 17,1-4).

Egli mostrò davanti a tutto il mondo che Dio, con tutta la sua grandezza, è degno di ogni sacrificio e merita di essere amato sopra ogni cosa (Gv 14,30). 

Nella sua morte, che alcuni videro come riprovazione (Is 53,4; Mt 27,43-46), Gesù trova, invece, la sua giustificazione. 

L'opera da lui compiuta (Gv 16,10) è riconosciuta dal Padre, che lo risuscita e "giustifica" nel pieno possesso dello Spirito Santo (1Tm 3,16). 

La sua risurrezione ha per fine la nostra giustificazione (Rm 4,25). 

Ciò che la Legge non poteva assolutamente attuare, anzi escludeva categoricamente, ci è stato dato dalla grazia del Padre che, nella Redenzione di Cristo, ce ne ha fatto dono (Rm 3,23). 

Nel Figlio, che per la sua obbedienza e giustizia ha meritato la giustificazione per tutti gli uomini, anche noi siamo divenuti figli. 

In Gesù Cristo Dio ci ha resi capaci: 

di avere l'atteggiamento giusto che Egli si attende da noi; di trattarlo come merita; di rendergli la giustizia e gloria alla quale ha diritto. 

Questo significa essere giustificati al suo cospetto. 

Dio, dunque, per pura gratuità, dona all'uomo la grazia di trovare, nel più profondo del suo essere, l'atteggiamento giusto da assumere verso di lui, come si addice realmente ai suoi figli (Rm 8,14-17; 1Gv 3,1). 

Questa trasformazione interiore non è qualcosa di magico, ma è l'opera divina nel profondo del nostro essere (pensieri, parole, opere), che ci libera dall'orgoglio e amor proprio (Gv 7,18) e ci unisce a Cristo nella fede (Rm 3,28). 

Credendo in Cristo si diviene giusti e si entra nel mistero di Dio. 

Credere significa riconoscere in lui l'inviato del Padre, accogliere le sue parole, accettare di perdere tutto per il suo Regno. 

Guadagnare Cristo significa: 

ricevere da Lui la giustizia che viene da Dio e si fonda nella fede (Fil 3,8); 

riconoscere l'amore di Dio per noi; testimoniare che Egli è il vero e unico amore (1Gv 4,16)

Nessun commento:

Posta un commento