martedì 25 marzo 2014

SANTITA': DALLE ISTITUZIONI ALLE PERSONE


Santità: dalle istituzioni alle persone

Tutte queste realtà erano sante in proporzioni al rapporto più o meno stretto che avevano con Dio. 

La loro santità non era della stessa natura di quella di Dio, né qualcosa di spontaneo o automatico, ma il risultato di una libera scelta o decisione divina. 

Lo stesso Sommo Sacerdote non poteva entrare nel Santo dei Santi che una volta all'anno e solo dopo purificazioni molto minuziose (Lv 16,1-16). 

Vi era,  dunque, la santità infinita di Dio e la santità parziale, relativa delle realtà che dovevano manifestarla, pur velandola. 

Particolarmente importante era la condizione d'Israele, separato dalle nazioni per essere il popolo santo, sacerdotale, proprietà divina. 

Dio gli mostrava il suo incomprensibile amore, vivendo e camminando in mezzo ad esso (Es 33,12-17), manifestandosi a lui nella nube, nell'Arca, nel tempio o nella sua gloria, che lo accompagnava pure nell'esilio (Ez 1,1-28). 

Questa presenza attiva conferiva al popolo una dignità che lo obbligava a una santità morale. 

Per santificarlo, Dio gli comunicava la sua Legge (Lv 22,31) che doveva preservarlo dalle abominazioni e degradazioni pagane. 

Questa è la forza che gli dava sicurezza (Is 41,14-20; 54, 1-5), speranza e lo rendeva invincibile (Is 60,9-14).

A questa scelta gratuita e generosa di Dio che lo voleva santo, Israele doveva corrispondere santificandosi. 

Ciò comprendeva vari aspetti. 

Doveva purificarsi prima di assistere alle teofanie o partecipare agli atti di culto (Es 19,10-15). 

È Dio, comunque, che gli conferiva la purità, mediante i sacrifici (Lv 17,11) o purificandone il cuore (Sal 51). 

I profeti insistevano che ciò che purifica è l'obbedienza a Dio, l'amore, la giustizia (Dt 6,4-9; Is 1,4-20), ossia la santità vissuta, la vita santa in tutte le sue espressioni familiari, professionali, politiche, economiche, sociali ecc. (Lv 17-26), l'affrontare le difficoltà e sostenere le prove. 

In tutto l'Antico Testamento infatti, il termine "santo" in modo assoluto può essere detto soltanto di Dio. 

La sua estensione alle altre realtà: Israele, Sion, tempio, culto è frutto dell'amore divino e del mistero dell'alleanza, con cui Egli si comunica per la salvezza del suo popolo.

Quando Dio giura per la sua santità, giura per se stesso, perché la santità è il mistero più intimo della sua essenza (Am 4,2; Ab 3,3). 

Per Osea tale santità è il suo stesso amore, di padre tenerissimo che insegna a camminare al suo figlioletto (11,1-4), o di sposo che perdona e trasforma la sua sposa per vivere in comunione con lei (2,16. 21-25).

La santità coincide con l'amore e la perenne misericordia, che rinnova e trasforma continuamente l'amato, perché sia "verginalmente santo" come dirà, più tardi, il Terzo Isaia (Is 62,4-5.12).

Isaia presenta l'assoluta santità divina attraverso il triplice "santo" (6,3). La sua "gloria" si manifesta come potenza d'amore che opera la salvezza. 

Egli apre al suo popolo la strada che conduce alla comunione di vita con lui e a una partecipazione al suo essere. 

Dio si rivolge all'uomo peccatore come amore che salva, perdonandolo e chiamandolo a una missione di salvezza. 

Per ottenere ciò, la sua santità è fuoco che purifica da ogni impurità, giudizio che contesta ogni infedeltà (10,16), grazia che invita a fede, fiducia e speranza quanti si aprono a lui (30,15). 

Nel Secondo Isaia vengono accentuati questi aspetti di Dio: 

realizzatore del nuovo esodo (43,3-5. 16-21) nella gioia e nella pace ( 55,5-12); 

creatore del suo popolo; 

sposo tenero che ama di amore sponsale (54,4-10) e offre sempre misericordia e perdono. 

In Ezechiele, Dio mostra la sua santità riconducendo il suo popolo nella sua terra (36,23-24). 

Questi aspetti della santità divina sono egualmente rintracciabili nella tradizione orante e liturgica (Sal 99), in cui Dio è invocato ed esaltato perché perdona, purificando l'uomo dai suoi misfatti, dandogli un cuore e uno spirito nuovo e non privando il peccatore pentito del suo spirito di santità (Sal 51,13). Il peccato è una ribellione che contrista il santo spirito del Signore (Ez 36.27).


Il termine santo, che definisce il mistero ineffabile della trascendenza divina, viene poi applicato a Israele come "popolo del Signore": "Tu sei un popolo santo per il Signore Dio tuo" (Dt7,6; 14,2.21; 26,19; 28,9). 

Tale santità si esprime come partecipazione alla vita, amore, vita e santità divina. Ciò è frutto dell'elezione, che fa del popolo la "proprietà" di Dio. 

Essa è puro dono gratuito dell'amore e benevolenza (grazia) divina e della fedeltà alle sue promesse (Dt 7,6-7). 

Comporta, quindi, che Israele cammini sempre nelle vie del suo Dio, obbedendo a tutta la sua legge (Dt 26,17-19) di santità (Lv 19,2). 

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