mercoledì 26 marzo 2014

SANTITA' NELL'A.T.



Santità nell'A. T.: da Dio alle istituzioni

La nozione biblica di santità è molto più ricca di quelle delle altre religioni e culture semitiche, essendo definita a partire dall'autorivelazione di Dio, sorgente e fondamento di ogni santità. 

Nella Scrittura la santità è Dio stesso, quindi coinvolge il mistero di Dio e della sua comunicazione con l'uomo. Per questo la santità divina è inaccessibile all'uomo, a meno che Dio stesso non gli sveli la sua gloria, il cui splendore è insostenibile dall'uomo, fragile "carne". 

La Scrittura esprime il mostrarsi della gloria e santità divina, col termine "santificarsi" e con la descrizione di fatti ed eventi rivelativi: 

creazione, teofanie, protezioni miracolose, aiuti e liberazioni insperate, ma anche prove, castighi e calamità (Nm 20,1-13; Ez 28,25). 

Tutte queste manifestazioni indicano il senso in cui Dio è santo. 

Le maestose teofanie del Sinai (Es 28,25) mostrano la santità divina come una potenza terribile e misteriosa, che può annientare (1Sam 6,19) o benedire (2Sam 6,7-11) chi le si avvicina. 

Poiché esprime amore, misericordia e perdono (Os 11,9), non va confusa con la trascendenza o la collera divina. 

A Isaia, Dio appare re di maestà infinita, creatore la cui gloria riempie tutta la terra, centro di un culto che solo i serafini possono rendere, pur non osando contemplarne il volto. 

Per questo l'uomo non può guardarlo senza 
morire (Es 33,18-23; Is 6,1-5).

Benché inaccessibile, egli colma la distanza che lo separa dall'uomo mostrandosi come il Santo
d'Israele, che con l'alleanza diviene gioia, forza, speranza, sostegno, salvezza e redenzione del suo popolo (Is 10,20; 17,7; 41,14-20). 

La santità divina, quindi, non si trincera dietro la sua trascendenza e separazione, ma esprime tutta la ricchezza di vita, potenza, bontà, verità e amore che Dio è e possiede.

Non è un attributo divino, ma l'essenza stessa di Dio. Per questo il suo stesso Nome è santo (Sal 33,21; Am 2,7; Es 3,14) e può giurare per la sua santità (Am 4,2). 

La Scrittura, quindi, considera sinonimi perfetti Dio e "il Santo" (Sal 71,22; Is 5,24; Ab 3,3), che esige che la sua santità sia riconosciuta e manifesta a tutti gli uomini, mediante il culto e l'obbedienza che gli spettano come unico e vero Dio.
Lo si santifica (riconosce santo) con una liturgia ben celebrata di cui dà tutti i dettagli (Lv 1-7). Essa ne manifesta la gloria e maestà (Lv 9,6-23; 10,1; 1R 8,10; 1Sam 2,17; 3,11). 

Il culto, tuttavia, deve essere sincera espressione di piena obbedienza (Lv 22,31), fede profonda (Dt 20,12), lode personale (Sal 99,3-9) e giusto timore (Is 8,13). 

Le norme cultuali che mostrano la sua santità riguardano: a) luoghi, zone, aree, santuari, tempio; b) persone, sacerdoti, leviti, primogeniti, nazirei, profeti ecc.; c) oggetti, offerte, vestiti, strumenti cultuali; d) riti, offerte, sacrifici, aspersioni, dedicazioni, unzioni; e) tempi, sabato, feste, anni giubilari.

Queste realtà costituivano "segni permanenti" della santità divina.

I sacerdoti erano il segno del Signore che santifica il suo popolo chiamandolo al banchetto sacrificale di comunione (Lv 21,6-8). 

Il popolo invocava il perdono e il favore del Dio santo su di sé (Es 28,36-38). 

I nazirei s'impegnavano con voto a una vita rigorosa, che indicava la potenza della santità divina a favore del e in mezzo al suo popolo (Gn 49,26; Nm 6,5-8; Gdc 13, 5-7; 1Sam 1,11). Luoghi e oggetti destinati al culto divino divenivano segno e memoriale della santità di Dio. 

L'arca era il segno della presenza di Dio che parlava a Mosè e, per suo mezzo, a tutto il popolo (Es 25,10-22; 1Sam 6,20; Sal 99). 

Il tempio era il segno della stabile presenza salvifica del Signore (Es 25,8; Sal 11,4; Ab 2,20), che dava benedizione (Sal 118,26), parola (50,8), aiuto (20,3) esaudimento delle preghiere (1Re 8,30-40). Sante erano le offerte sacrificali (Lv 6; 8,31; 14,13), l'altare e le suppellettili (Es 29,36). 

Quanto ai tempi, erano segni per rivivere la comunione col Dio vivo, il suo esodo salvifico, l'esperienza del suo amore misericordioso (Is 61,10-11). 

Il sabato, in particolare, era il giorno del Signore, che santifica e fa partecipare al suo riposo (Is 58,13; Ez 20,12). 

Le feste rappresentavano l'oggi in cui il Signore convoca il popolo per rinnovare il memoriale dell'esodo e riattualizzarlo in una vita di fede in lui e di fedeltà all'alleanza (Dt 29,3).

 Il giubileo era il tempo della "liberazione" di tutti gli abitanti del paese (Lv 25,10). 

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