domenica 23 marzo 2014

SANTITA', SANTIFICAZIONE E GIUSTIFICAZIONE


Santità, santificazione e 

giustificazione in S. Paolo


Santità e santificazione sono considerate da Paolo con particolare attenzione e profondità. 

Egli sottolinea con forza che i cristiani sono santi e devono santificarsi, per il fatto che Dio è infinitamente santo ed esige la santità. 

Le motivazioni per santificarsi sono soteriologiche, escatologiche ed etiche. 

credenti devono condurre una condotta pura e santa perché, salvati da Cristo, devono farsi trovare irreprensibili al suo ritorno. 

Non vi sono invece accenni cultuali. Sono innumerevoli i testi in cui Paolo si rivolge alle comunità cristiane chiamando "santi" i loro membri. In certi casi "santo" è il popolo di Dio (1Co 3,17; Ef 2,21). 

La santità è, insieme, una condizione e un processo che coinvolge il credente, ad opera di una o più delle Persone divine (Rm 15,16; 1Co 1,2; 1Ts 5,23; Ef 5,26). Il verbo hagiazo, che indica il modo corretto di vivere, ha sempre una di loro come soggetto. 

Gli esegeti della Riforma  hanno molto enfatizzato il tema della giustificazione. 

La loro precomprensione ha condizionato il rapporto fra giustificazione e santificazione, dando luogo a due interpretazioni: 

a) la santificazione è la conseguenza della giustificazione; b) le due realtà e i due concetti vengono a sovrapporsi. Nel primo caso la santificazione non sarebbe altro che la conseguenza, lo sviluppo e l'attualizzazione della giustificazione.

A prova di ciò si adducono i testi in cui Paolo dice ai credenti di vivere in modo da piacere a Dio (1Ts 4,1-5,22), perché Egli vuole la loro santificazione (1Ts 4,3). 

Inoltre nella parenesi paolina la parte etica segue sempre quella dogmatica ed è motivata dalle esigenze escatologiche (essere irreprensibili per la venuta del Signore). 

I cristiani devono vivere in un'atmosfera permeata di santità. Viene pure sottolineata la diversità che intercorre fra i termini di hagiosyne e hagiasmos. 

Il primo designa lo stato di santità, il secondo il processo attivo che porta ad essa. 

Paolo usa il primo per spiegare ai cristiani in che stato si trovano, mentre usa il secondo per invitarli a progredire nella vita gradita a Dio. 

La seconda interpretazione vede la giustificazione e la santificazione come concetti sovrapposti, di cui il secondo avrebbe un valore più soteriologico che etico. 

Al di là di tali specificazioni, si sottolinea, tuttavia, che la concezione che Paolo ha della giustificazione e della santificazione è molto complessa, per cui la loro connessione diviene ancora più intricata e risente molto dei contesti in cui viene esposta o applicata. 

Rimane quindi plausibile l'idea complessiva che la santificazione comprenda sia il trovarsi in una condizione di santità che il dovere vivere in modo da crescere nella santità. 

Se si vuole ulteriormente specificare, si può dire che la giustificazione mette in evidenza la situazione iniziale del credente come "conversione", ma comporta e contiene pure la vita in Cristo Gesù nostro Signore (Rm 6,23). 

La santificazione contiene il momento iniziale della conversione, ma costituisce il fine cui il credente deve tendere, ossia la vita eterna (Rm 6,22-23). 

Si potrebbe pure dire che la santificazione rappresenta il livello più alto della giustificazione. 

Questa idea si accorda bene all'esegesi abituale dei capitoli 6-8 della lettera ai Romani, che parlano della vita del credente giustificato, in termini di santificazione. 

Il termine impurità, in questi casi, si oppone a giustizia ed equivale a iniquità. 

Parlando di santificazione, Paolo esorta a un comportamento corretto in vista del ritorno di Cristo e in Rm 6 e 1Ts 4 esprime la santificazione o perfezione dei credenti come processo in corso, operato da Dio mediante lo Spirito. 

Per questo esorta i singoli e le loro Chiese alla lotta incessante, per mantenersi saldi in Cristo. Inoltre, propone santificazione e perfezione come mete da perseguire sempre (Rm 6,2.12; 2Co 9,27; Fil 1,6; 2,12-18; 3,12-15), perché saranno complete solo al ritorno di Cristo (1Ts 3,13).


Quanto all'unione, in certi casi, del termine "Santo" a "Spirito", sembra che Paolo intenda dire che come lo Spirito, che realizza l'opera divina, è santo o al completo servizio di Dio, così il credente si santifica nella piena dedicazione di sé a Dio. 

L'aggettivo "Santo" indica che lo Spirito è la persona divina che realizza la santità divina del popolo della nuova alleanza. È lui che comunica la vita del Padre e del Figlio, effonde il loro amore nel cuore dei credenti, (Rm 5,5) conferendo loro la condizione di figli (Rm 8,14). 

La sua presenza è permanente, perché i redenti sono templi suoi e di Dio (1Co 6,11.20), in comunione con lui (2Co13,13). 

I credenti sono suoi testimoni e profeti (Lc 1,15; 7,28), abilitati a testimoniare la santità di Dio con la loro fede, speranza, carità e carismi, distribuiti per l'utilità comune (1Co 12,4-11). In questo modo la Chiesa si edifica nell'amore (Ef 4,15-16.30). 

Egli rende i credenti conformi a Cristo risorto (Rm 8,11) ed è garanzia e caparra della loro risurrezione futura, che completerà la loro dignità di figli di Dio (Rm 8, 23; Fil3,20-21; 1 Gv 3,1-2). 

Poiché lo Spirito compie tutto ciò nei credenti, coloro che si chiudono a lui e gli resistono rifiutano la salvezza che il Padre offre agli uomini (Eb 10,29). 

Questo è il peccato contro lo Spirito Santo di cui ha parlato Gesù (Mt 12,31). 

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