venerdì 18 aprile 2014

ELEZIONE NEL POST-ESILIO



Elezione nel post-esilio

Il crollo generale prodotto dalla caduta di Gerusalemme, la distruzione del tempio, la deportazione e l'esilio, sembrarono pregiudicare e dissolvere la permanenza dell'elezione. 

Tuttavia, un raggio di speranza e un'apertura al futuro permasero. 

Il Deutero-Isaia introduce un nuovo concetto: parla d'Israele in termini di "mio servo". 

Tutto il popolo ora appare investito dell'elezione e missione che già era stata di Davide (Is 55,3). 

Israele/Giacobbe, servo/eletto è collegato ad Abramo/mio amico. Contro quelli che ora temono la perdita dell'elezione, viene invece confermato: 

"Tu sei il mio servo, ti ho eletto, non ti ho rigettato" (41,9). 

Il servo dovrà rispondere con totale obbedienza, fedeltà e sottomissione. 

Dovrà testimoniare tale elezione con la sua sofferenza, umiliazione e morte, che non consentono interpretazioni vanagloriose. 

Il ritorno nella terra promessa e la ripresa della vita vengono espressi con termini che ricordano gli inizi dell'elezione. 

Allora la nazione fu costituita dal potente intervento divino che liberò il popolo dall'Egitto. 

Ora il piccolo resto è costituito dal ritorno alla terra e la ricostruzione. 

Nell'un caso e nell'altro è sempre Dio che opera. 

Vi è tuttavia, una grande differenza, poiché ora i salmi postesilici sottolineano che ciò che viene dato a Israele deve essere partecipato pure agli altri (Sal 47,8. 10; 135,4; 105,6. 43; 106,5). 

Coloro che hanno veramente corrisposto all'elezione di Dio non sono gli israeliti in quanto tali, ma solo i "servi del Signore", ossia quanti hanno veramente corrisposto ai favori divini. 

L'elezione dell'antico Israele ha dato scarsi frutti. 

Vero popolo di Dio sono solo quanti cercano Dio (Is 65,10). 

Il tempio e Gerusalemme vedono allargarsi smisuratamente i loro confini: 

"La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli" (56,7). 

A Dio che elegge l'uomo, deve corrispondere l'uomo che cerca Dio, obbedendogli e osservando i suoi precetti. 

Per questo la tradizione sacerdotale si preoccupa seriamente della possibilità di veder rifiutata l'elezione. 

Sottolinea le continue infedeltà dell'intero popolo ed evidenzia, per contro, la fedeltà di Mosè e di Aronne. 

Sposta, quindi, la fede dall'elezione generale del popolo verso la buona tenuta di un solo eletto. 

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