giovedì 22 maggio 2014

LA NUOVA PROSPETTIVA



LA NUOVA PROSPETTIVA

Questa visione delle cose sulla giustificazione per fede (sola) e non per mezzo delle opere, cavallo di battaglia di Lutero e della Riforma, su cui si è ormai raggiunto questo largo consenso tra cattolici e luterani, da una quarantina d‟anni è oggetto di forti obiezioni, almeno a partire dal saggio del vescovo luterano svedese Krister Stendahl (1921-2008).

 Altre forti critiche verso la concezione luterana della giustificazione sono venute poi da parte di E.P. Sanders (alle cui idee fondamentali si è adeguato J.D.G. Dunn), e da un numero crescente di studiosi.

 Ma prima di procedere oltre ricordiamo la scoperta esegetica ed esistenziale generalmente considerata come la svolta che fece di Lutero un riformatore; si trattava dell‟espressione “giustizia di Dio”, finora interpretata da Lutero come “giustizia punitiva” (o “vendicativa”) di Dio, a partire dal versetto di Rm 1,18: “l‟ira di Dio si manifesta dal cielo sull‟empietà e sull'ingiustizia degli uomini...”. 

A tal proposito Lutero scrive: «Ero certo stato preso da un grande desiderio di comprendere quanto Paolo dice nella lettera ai Romani; ma un'espressione ricorrente nel capitolo 1 ... me lo impediva: “In esso si rivela la giustizia di Dio”.

Odiavo infatti questa espressione „giustizia di Dio‟, che secondo l'uso e la consuetudine di tutti i dottori avevo imparato a interpretare filosoficamente come riferita alla cosiddetta giustizia formale o attiva, mediante la quale Dio è giusto e punisce i peccatori e gli ingiusti.

Io però... non amavo, anzi odiavo il Dio che è giusto e che castiga i peccatori e, pur non bestemmiando, ero molto indignato contro di lui e tacitamente mormorando mi dicevo: 

“come se non bastasse che i poveri peccatori, già eternamente perduti per il peccato originale, fossero oppressi da ogni genere di calamità per la legge del decalogo! Bisognava anche che Dio aggiungesse dolore a dolore con il vangelo e anche per mezzo del vangelo rivolgesse contro di noi la sua giustizia e la sua ira!.

Smaniavo perciò per questa mia coscienza terribilmente turbata, ma bussavo ugualmente senza stancarmi a quel passo di Paolo, bramando ardentissimamente sapere che cosa egli volesse dire.

Finché Dio ebbe pietà di me, che andavo rimuginando giorno e notte, e la mia attenzione cadde sul contesto delle parole, cioè: la giustizia di Dio si rivela in esso, come sta scritto: il giusto vive mediante la fede. 

Allora cominciai a capire che la giustizia di Dio è quella giustizia mediante cui il giusto vive per un dono di Dio, cioè mediante la fede, e che il significato di quella proposizione sarebbe pertanto il seguente: 

per mezzo del vangelo la giustizia di Dio si rivela come giustizia passiva, mediante la quale il Dio misericordioso ci giustifica per mezzo della fede, come sta scritto: il giusto vive mediante la fede.

Allora mi sentii come completamente rinato e come se fossi addirittura entrato a porte spalancate in paradiso. 

Allora tutta la Scrittura mi si mostrò subito con un altro volto. Mi misi quindi a scorrere le Scritture, così come le ricordavo, e colsi un'analogia anche in altre espressioni come opus Dei, cioè l'opera che Dio compie in noi;

virtus Dei, la forza con cui egli ci rende forti (potentes); sapientia Dei, la sapienza con cui egli ci rende sapienti; ortezza di Dio; 'salvezza di Dio'; 'gloria di Dio'.


Come grande era quindi stato l'odio, con cui avevo prima odiato l'espressione giustizia di Dio, così altrettanto grande fu allora l'amore con cui esaltai questa espressione per me dolcissima, tanto che questo passo di Paolo fu per me veramente la porta del paradiso».

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