domenica 31 agosto 2014

I PECCATI CARNALI



I PECCATI CARNALI


È significativo che Paolo, parlando delle « opere della carne » (cf.Gal 5,11-21), menziona non soltanto 

« fornicazione, impurità, libertinaggio… ubriachezza, orge » – quindi, tutto ciò che, secondo un modo di comprendere oggettivo, riveste il carattere dei « peccati carnali » e del godimento sensuale collegato con la carne – 

ma nomina anche altri peccati, ai quali non saremmo portati ad attribuire un carattere anche « carnale » e « sensuale »: 

« idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie… » (Gal5,20-21). Secondo le nostre categorie antropologiche (ed etiche) noi saremmo propensi piuttosto a chiamare tutte le « opere » qui elencate« peccati dello spirito » umano, anziché peccati della « carne »

Non senza motivo avremmo potuto intravedere in esse piuttosto gli effetti della « concupiscenza degli occhi » o della « superbia della vita » che non gli effetti della « concupiscenza della carne ». 

Tuttavia, Paolo le qualifica tutte come « opere della carne ». 

Ciò s’intende esclusivamente sullo sfondo di quel significato più ampio (in certo senso metonimico), che nelle lettere paoline assume il termine « carne », contrapposto non soltanto e non tanto allo « spirito » umano quanto allo Spirito Santo che opera nell’anima (nello spirito) dell’uomo.

sabato 30 agosto 2014

ANALOGIA OPERE CARNE E PUREZZA



ANALOGIA OPERE CARNE E PUREZZA


Esiste, dunque, una significativa analogia tra ciò che Paolo definisce come « opere della carne » e le parole con cui Cristo spiega ai suoi discepoli ciò che prima aveva detto ai farisei circa la « purezza » e l’ »impurità » rituale (cf. Mt 15,2-20). 

Secondo le parole di Cristo, la vera « purezza » (come anche l’ »impurità ») in senso morale sta nel « cuore » e proviene « dal cuore » umano. 

Come « opere impure » nello stesso senso, sono definiti non soltanto gli « adulteri » e le « prostituzioni », quindi i « peccati della carne » in senso stretto, ma anche i « propositi malvagi… i furti, le false testimonianze, le bestemmie ». 

Cristo, come abbiamo già potuto costatare, si serve qui del significato tanto generale quanto specifico dell’ »impurità » (e quindi indirettamente anche della « purezza »). 

San Paolo si esprime in maniera analoga: le opere « della carne » sono intese nel testo paolino in senso tanto generale quanto specifico. Tutti i peccati sono espressione della « vita secondo la carne », che è in contrasto con la « vita secondo lo Spirito ». 

Quello che, conformemente alla nostra convenzione linguistica (del resto parzialmente giustificata), viene considerato come « peccato della carne », nell’elenco paolino è una delle tante manifestazioni (o specie) di ciò che egli denomina « opere della carne », e, in questo senso, uno dei sintomi, cioè delle attualizzazioni della vita « secondo la carne » e non « secondo lo Spirito ».

sabato 23 agosto 2014

LE PAROLE DI PAOLO AI ROMANI



Le parole di Paolo scritte ai Romani

 « Così dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 

poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete » (Rm 8,12-13), c’introducono nuovamente nella ricca e differenziata sfera dei significati, che i termini « corpo » e « spirito » hanno per lui. Tuttavia, il significato definitivo di quell’enunciato è parenetico, esortativo, quindi valido per l’ethos evangelico. 

Paolo, quando parla della necessità di far morire le opere del corpo con l’aiuto dello Spirito, esprime appunto ciò di cui Cristo ha parlato nel Discorso della Montagna, facendo richiamo al cuore umano ed esortandolo al dominio dei desideri, anche di quelli che si esprimono nello « sguardo » dell’uomo rivolto verso la donna al fine di appagare la concupiscenza della carne. 

Tale superamento, ossia, come scrive Paolo, il « far morire le opere del corpo con l’aiuto dello Spirito », è condizione indispensabile della « vita secondo lo Spirito », cioè della « vita » che è antitesi della « morte » di cui si parla nello stesso contesto. 

La vita « secondo la carne » fruttifica infatti la « morte », cioè comporta come effetto la « morte » dello Spirito.


Dunque, il termine « morte » non significa soltanto morte corporale, ma anche il peccato, che la teologia morale chiamerà mortale.

Nelle Lettere ai Romani e ai Galati l’Apostolo allarga continuamente l’orizzonte del « peccato-morte », sia verso il « principio » della storia dell’uomo, sia verso il suo termine. 

E perciò, dopo aver elencato le multiformi « opere della carne », afferma che « chi le compie non erediterà il regno di Dio » (Gal 5,21). 

Altrove scriverà con simile fermezza: 

« Sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolatri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio » (Ef 5,5). 

Anche in questo caso, le opere che escludono dall’aver « parte al regno di Cristo e di Dio » – cioè le « opere della carne » – vengono elencate come esempio e con valore generale, sebbene al primo posto stiano qui i peccati contro la « purezza » nel senso specifico (cf. Ef 5,3-7).

venerdì 22 agosto 2014

VITA E SPIRITO SANTO



VITA E SPIRITO SANTO

Per completare il quadro della contrapposizione tra il « corpo » e il « frutto dello Spirito » bisogna osservare che in tutto ciò che è manifestazione della vita e del comportamento secondo lo Spirito, Paolo vede ad un tempo la manifestazione di quella libertà, per la quale Cristo « ci ha liberati » (Gal 5,1). 

Così egli scrive appunto: « Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. 

Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 

Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso » (Gal 5,13-14). Come già in precedenza abbiamo rilevato, la contrapposizione « corpo-Spirito », vita « secondo la carne », vita « secondo lo Spirito », permea profondamente tutta la dottrina paolina sulla giustificazione. 

L’Apostolo delle Genti, con eccezionale forza di convinzione, proclama che la giustificazione dell’uomo si compie in Cristo e per Cristo. 

L’uomo consegue la giustificazione nella « fede che opera per mezzo della carità » (Gal 5,6), e non solo mediante l’osservanza delle singole prescrizioni della Legge anticotestamentaria (in particolare, della circoncisione). 

La giustificazione viene quindi « dallo Spirito » (di Dio) e non « dalla carne »

Egli esorta, perciò, i destinatari della sua lettera a liberarsi dalla erronea concezione « carnale » della giustificazione, per seguire quella vera, cioè, quella « spirituale », in questo senso li esorta a ritenersi liberi dalla Legge, e ancor più ad esser liberi della libertà, per la quale Cristo « ci ha liberati ».

Così, dunque, seguendo il pensiero dell’Apostolo, ci conviene considerare e soprattutto realizzare la purezza evangelica, cioè la purezza di cuore, secondo la misura di quella libertà per la quale Cristo « ci ha liberati ».


« La redenzione non viene dall’uomo, ma è data gratuitamente da Dio, che nella sua grazia misericordiosa  ha costituito Cristo « quale propiziatorio » (Rm 3,25) nel suo proprio sangue, in modo che egli fosse espiazione perfetta e totale dei peccati i tutti gli uomini alla sola condizione di credere in lui (Rm 3,21-31). 

Infatti come Abramo fu giustificato per la fede, così tutti gli uomini vengono giustificati non in virtù delle opere che compiono, ma solo in virtù della fede. Le parole: 

« Abramo credette e gli fu computato a giustizia » (Gen 15,6) non furono scritte soltanto per lui, ma anche per noi che crediamo in Colui che risuscitò dai morti Gesù Cristo Signore nostro, il quale fu dato alla morte per i nostri peccati e fu risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4,1-25). 

giovedì 21 agosto 2014

GIUSTIFICAZIONE SALVEZZA ETERNA



GIUSTIFICAZIONE SALVEZZA ETERNA

Tale giustificazione è pegno di salvezza eterna per tutti noi « perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5,5). 

Lo prova il fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). 

La sua morte ci ha procurato la giustizia e ci ha ristabilito nel piano salvifico di Dio, violato dalla disobbedienza di Adamo, a causa del quale è entrato nel mondo il peccato e la morte. 

Ma dove abbondò il peccato, lì sovrabbondò la grazia, per mezzo di Gesù Cristo che ci ha meritato giustizia e vita (Rm 5, 1-21). 

Morti con lui al peccato e risorti alla giustizia di Dio, dobbiamo camminare in novità di vita. 

Questo passaggio dalla morte alla vita è avvenuto nel battesimo, che ci ha immerso in uno stato permanente di grazia e di amore. 

È morto l’uomo vecchio, è nato l’uomo nuovo, vivente per Dio nella giustizia e santità e destinato nel Cristo Gesù alla vita eterna (Rm 6,1-23). 


La liberazione del cristiano dal peccato non potrà essere completa se non diviene anche liberazione dalla legge, che è lo strumento che attualizza il potere del peccato sull’uomo. 

Non la legge sia di per sé cattiva, essa è santa, giusta e buona, ma è il peccato che, per manifestarsi, l’ha trasformata in strumento di schiavitù e di morte. 

La legge è spirituale, ma il dramma di chi la segue sta nel fatto che essa non riesce a liberarlo dalla forza vincolante del peccato. 

Così l’uomo, a causa della legge, si trova diviso nel suo intimo: da una parte, per quanto riguarda la ragione, sente il precetto di Dio, ma dall’altra, per ciò che riguarda la carne, lo respinge e serve alla legge del peccato (Rm 7,1-25). 

Solo Cristo ci ha liberato da questo lacerante dramma interiore, perché ci ha donato lo Spirito della vita che è libertà dalla legge del peccato e della morte. 

Questo Spirito abita in noi, ci conduce verso la pienezza della vita, ci testimonia continuamente di essere figli di Dio: 

Lasciandosi guidare da lui, il cristiano non vive più da debitore della carne, ma da figlio di Dio, che attende insieme a tutta la creazione la redenzione del corpo e la rivelazione piena della gloria di Dio, per essere conforme all’immagine del Figlio suo e vivere nel suo amore, dal quale nessuna cosa ci può separare, perché la sua vita è divenuta la nostra vita (Rm 8, 1-39. » 

mercoledì 20 agosto 2014

GIUSTIFICATI PER LA FEDE IN CRISTO


Giustificati per la fede in Cristo


La volta scorsa abbiamo cercato di riscaldare la nostra fede in Cristo al contatto con quella dell’evangelista Giovanni; questa volta cerchiamo di fare la stessa cosa al contatto con la fede dell’apostolo Paolo. La fede in Cristo, per Paolo, è tutto.

“Questa vita che vivo nella carne -scrive a modo di testamento nella Lettera ai Galati- io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

Su di essa l’Apostolo fonda la propria vita e invita noi a fondare la nostra. Quando si parla di fede in san Paolo il pensiero corre subito al grande tema della giustificazione mediante la fede . 

Ed è su di esso che vogliamo concentrare l’attenzione, non per imbastirvi un’ennesima discussione, ma per accoglierne il consolante messaggio. Dicevo nella prima meditazione che oggi c’è bisogno di una predicazione kerigmatica, atta a suscitare la fede là dove essa non c’è ancora o è morta. 

La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore di una tale predicazione ed è un peccato che essa sia invece praticamente assente dalla predicazione ordinaria della Chiesa. A suo riguardo è successo una cosa strana. 

Alle obbiezioni mosse dai riformatori, il concilio di Trento aveva dato una risposta cattolica in cui c’era posto per la fede e per le buone opere, ognuna, s’intende, nel suo ordine. 

Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere. Di fatto però, dal momento che i protestanti insistevano unilateralmente sulla fede, la predicazione e la spiritualità cattolica finirono per accettare quasi solo l’ingrato compito di ricordare la necessità delle buone opere e dell’apporto personale alla salvezza. 

Il risultato è che la stragrande maggioranza dei cattolici giungeva alla fine della vita senza aver mai ascoltato un annuncio diretto della giustificazione gratuita mediante la fede, senza troppi “ma” e “però”. 

Dopo l’accordo su questo tema dell’ottobre 1999, tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, la situazione è mutata in linea di principio, ma stenta ancora a passare nella pratica. Nel testo di quell’accordo, viene espresso l’auspicio che la dottrina comune sulla giustificazione passi ora alla pratica, divenendo esperienza vissuta da parte di tutti i credenti e non più solo oggetto di dotte dispute tra teologi. 

È quello che ci proponiamo di ottenere, almeno in piccola parte, con la presente meditazione. Leggiamo anzitutto il testo: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 

Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (Rm 3, 23-26). 

Dopo avere, nei precedenti due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani, presentato l’umanità intera nel suo universale stato di peccato e di perdizione, l’Apostolo ha l’incredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per tutti, giudei e greci, “in virtù della redenzione realizzata da Cristo”, “per l’obbedienza di un solo uomo” (Rom 3, 24; 5, 19). 

Non si capisce nulla però di questa affermazione dell’Apostolo, e anzi essa finirebbe per incutere spavento più che consolazione (come avvenne di fatto per secoli), se non si interpreta correttamente l’espressione “giustizia di Dio”. 

martedì 19 agosto 2014

GIUSTIZIA DI DIO



Giustizia di DIO


Fu Lutero che riscoprì, che “giustizia di Dio” non indica qui il suo castigo, o peggio la sua vendetta, nei confronti dell’uomo, ma indica, al contrario, l’atto mediante il quale Dio “rende giusto” l’uomo. 

(Egli veramente diceva “dichiara”, non “rende”, giusto, perché pensava a una giustificazione estrinseca e forense, a una imputazione di giustizia, più che a un reale essere resi giusti). 

Ho detto “riscoprì”, perché ben prima di lui sant’Agostino aveva scritto: 

“La ‘giustizia di Dio’ è quella grazie alla quale, per sua grazia, egli fa di noi dei giusti (iustitia Dei, qua iusti eius munere efficimur), esattamente come la ‘salvezza del Signore’ (Sal 3,9) è quella per la quale Dio fa di noi dei salvati”. 

Il concetto di “giustizia di Dio” è spiegato così nella Lettera a Tito: “Quando si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia” (Tt 3, 4-5). 

Dire: “Si è manifestata la giustizia di Dio”, equivale dunque a dire: si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore, la sua misericordia. 

Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene; la novità è che Dio ha agito, ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore e la sua azione ha compiuto i tempi. Qui sta la novità del cristianesimo. 

Ogni altra religione traccia all’uomo una via di salvezza, mediante osservanze ascetiche o speculazioni intellettuali, promettendogli, come premio finale, la salvezza o la illuminazione, ma lasciandolo sostanzialmente solo nel realizzare tale compito. 

Il cristianesimo non comincia con quello che l’uomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. 

L’ordine è rovesciato. È vero che amare Dio con tutto il cuore è “il primo e il più grande dei comandamenti”; ma quello dei comandamenti non è il primo ordine, è il secondo. 

Prima dell’ordine dei comandamenti c’è l’ordine del dono. 

Il cristianesimo, dicono con stupenda espressione gli Atti degli apostoli, è “l’annuncio, o il vangelo, della grazia di Dio” (At 14,3;20,32).

lunedì 18 agosto 2014

GIUSTIFICAZIONE E CONVERSIONE



Giustificazione e conversione


Vorrei ora mostrare come la dottrina della giustificazione gratuita per fede non è un’invenzione di Paolo, ma il puro insegnamento di Gesù. 

All’inizio del suo ministero, Gesù andava proclamando:

“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Quello che Cristo racchiude nell’espressione “regno di Dio” – e cioè l’iniziativa salvifica di Dio, la sua offerta di salvezza all’umanità –, san Paolo lo chiama “giustizia di Dio”, ma si tratta della stessa fondamentale realtà. 

Regno di Dio” e “giustizia di Dio” sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6, 33). 

“Gesù, scriveva già san Cirillo di Alessandria, chiama ‘regno di Dio’ la giustificazione mediante la fede, la purificazione battesimale e la comunione dello Spirito”.

Quando Gesù diceva: “Convertitevi e credete al Vangelo”, insegnava dunque già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre “tornare indietro” (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per quest’azione e cioè il termine shub); 

significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. 

Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. 

La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. 

Sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. 

Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge; significa piuttosto fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi. Ed entrarvi mediante la fede. 

“Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! 

“Prima conversio ad Deum fit per fidem”, scrive san Tommaso d’Aquino: “La prima conversione a Dio consiste nel credere” .

Se ci fosse stato detto: la porta per entrare nella salvezza è l’innocenza, la porta è l’osservanza esatta dei comandamenti, la porta è la tale o la talaltra virtù, poveri noi! Chi avrebbe potuto sperare di salvarsi? 

Ma ci viene detto: la porta è la fede e questa possibilità non è troppo alta per te, né troppo lontana da te, non è “di là del mare”; è “sulla tua bocca e nel tuo cuore”, dice l’Apostolo Rm 10, 8). 

È alla portata di tutti; Dio ci ha creati liberi forse proprio perché potessimo produrre l’atto di fede.

domenica 17 agosto 2014

LA FEDE APPROPRIAZIONE



La fede-appropriazione


Tutto dunque dipende dalla fede. Ma sappiamo che ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9). 

Di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione “mediante la fede”? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione. 

Io non mi stanco di citare a questo proposito un testo di san Bernardo: “Io, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. 

Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. 

Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. 

Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. 

E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. 

Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio”. È scritto infatti: “Cristo Gesù è diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30). 

“Per noi”, non per se stesso! 

Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi, avendoci egli ricomprati a caro prezzo (1 Cor 6, 20), inversamente quello che è di Cristo ci appartiene più che se fosse nostro. 

Io chiamo questo il colpo di audacia, o il colpo d’ala, nella vita cristiana e non dovremmo rassegnarci a morire senza averlo realizzato. 

San Cirillo di Gerusalemme così esprimeva, in altre parole, la stessa convinzione: “O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! 

I giusti dell’Antico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; 

ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora. 

Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone”.

sabato 16 agosto 2014

GIUSTIFICAZIONE E CONFESSIONE


Giustificazione e confessione


Dicevo all’inizio che la giustificazione gratuita mediante la fede deve diventare esperienza vissuta dal credente. 

Noi cattolici abbiamo in ciò un vantaggio enorme: i sacramenti e, in particolare, il sacramento della riconciliazione. 

Esso ci offre un mezzo eccellente e infallibile per fare, ogni volta di nuovo, l’esperienza della giustificazione mediante la fede. 

In essa si rinnova quello che è avvenuto una volta nel battesimo in cui, dice Paolo, il cristiano è stato “lavato, santificato e giustificato” (cf 1 Cor 6, 11). 

Nella confessione avviene ogni volta il “mirabile scambio”, l’admirabile commercium. 

Cristo prende su di sé i miei peccati e io prendo su di me la sua giustizia! 

A Roma, come in ogni grande città, ci sono purtroppo tanti cosiddetti barboni, poveri fratelli vestiti di luridi stracci che dormono all’aperto si trascinano appresso tutte le loro poche cose. 

Immaginiamo cosa succederebbe se un giorno si diffondesse la voce che in Via Condotti c’è una boutique di lusso dove ognuno di loro può andare, deporre i propri stracci, prendere una bella doccia, scegliersi il vestito che più gli piace e portarselo via così, gratuitamente, “senza spesa né denaro”, perché per qualche ignoto motivo il proprietario è in vena di generosità. 

È quello che avviene in ogni confessione ben fatta. Gesú ce l’ha inculcato con la parabola del figliol prodigo: “Presto, portate qui il vestito più bello” (Lc 15, 22). 

Rialzandoci dopo ogni confessione possiamo esclamare con le parole di Isaia: “Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia“ (Is 61, 10). 

Si ripete ogni volta la storia del pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. “Vi dico: questi tornò a casa sua giustificato” (Lc 18, 13 s.).

venerdì 15 agosto 2014

PERCHÉ' IO POSSA CONOSCERE LUI


Perché io possa conoscere lui


Da dove ha attinto, san Paolo, il meraviglioso messaggio della giustificazione gratuita per mezzo della fede, così in sintonia, abbiamo visto, con quello di Gesù? 

Non lo ha attinto dai libri dei Vangeli che non erano ancora stati scritti, ma semmai dalle tradizioni orali sulla predicazione di Gesù e soprattutto dalla propria esperienza personale, cioè da come Dio aveva agito nella sua vita. 

Egli stesso lo afferma, dicendo che il Vangelo che predica (questo Vangelo della giustificazione per fede!) non lo ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e mette in rapporto tale rivelazione con l’avvenimento della propria conversione (cf Gal 1, 11 ss). 

A leggere la descrizione che san Paolo fa della sua conversione, in Filippesi 3, a me viene in mente l’immagine di un uomo che avanza, di notte, attraverso un bosco, al fioco lume di una candeletta. Egli fa bene attenzione a che non si spenga, perché è tutto ciò che ha per farsi strada. 

Ma poi, ecco che, continuando a camminare, viene l’alba; all’orizzonte sorge il sole, la sua lucetta impallidisce rapidamente, finché non si accorge nemmeno più di averla in mano e la getta via. 

La lucetta era per Paolo la sua giustizia, un misero lucignolo fumigante, anche se fondato su titoli tanto altisonanti: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, ebreo, fariseo, irreprensibile quanto all’osservanza della legge… (cf Fil 3, 5-6). 

Un bel giorno, anche all’orizzonte della sua vita apparve il sole: il “sole di giustizia” che egli chiama, in questo testo, con sconfinata devozione, “Cristo Gesù, mio Signore”, e allora la sua giustizia gli apparve “perdita”, “spazzatura”, e non volle più essere trovato con una sua giustizia, ma con quella che deriva dalla fede. 

Dio gli fece sperimentare prima, drammaticamente, quello che lo chiamava a rivelare alla Chiesa. 

In questo testo autobiografico appare chiaro che il centro focale di tutto non è, per Paolo, una dottrina, fosse pure quella della giustificazione mediante la fede, ma una persona, Cristo. 

Quello che desidera sopra ogni altra cosa è di “essere trovato in lui, di “conoscere lui”, dove quel semplice pronome personale dice infinite cose. Mostra che per l’Apostolo Cristo era una persona reale, viva, non un’astrazione, un insieme di titoli e di dottrine. 

L’unione mistica con Cristo, mediante la partecipazione al suo Spirito (il vivere “in Cristo”, o “nello Spirito”), è per lui il traguardo finale della vita cristiana; la giustificazione mediante la fede è solo l’inizio e un mezzo per raggiungerla.

Questo ci invita a superare le contingenti interpretazioni polemiche del messaggio paolino, centrate sul tema fede-opere, per ritrovare, al di sotto di esse, il genuino pensiero dell’Apostolo. Quello che al lui preme anzitutto affermare non è che siamo giustificati per la fede, ma che siamo giustificati per la fede in Cristo; non è tanto che siamo giustificati per la grazia, quanto che siamo giustificati per la grazia di Cristo. È Cristo il cuore del messaggio, prima ancora che la grazia e la fede. 

L’affermazione che questa salvezza si riceve per fede, e non per le opere, è presente nel testo ed era forse la cosa più urgente da mettere in luce al tempo della Riforma. Ma essa viene in secondo luogo, non in primo, specie nella lettera ai Romani dove la polemica contro i giudaizzanti è assai meno presente che nella Lettera ai Galati. 

Si è commesso l’errore di ridurre a un problema di scuole e di correnti, interno al cristianesimo, quello che era, per l’Apostolo, una affermazione di portata infinitamente più vasta e universale. Nella descrizione delle battaglie medievali c’è sempre un momento in cui, superati gli arcieri, la cavalleria e tutto il resto, la mischia si concentrava intorno al re. 

Lì si decideva l’esito finale della battaglia. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Come al tempo di Paolo la persona di Gesù Cristo è la vera posta in gioco, non questa o quella dottrina a suo riguardo, per quanto importante. Il cristianesimo “sta o cade” con Gesù Cristo, e con nient’altro.