giovedì 14 agosto 2014

DIMENTICO DEL PASSATO


Dimentico del passato


Nel seguito del testo autobiografico di Filippesi 3, Paolo ci suggerisce uno spunto pratico con cui concludere la nostra riflessione: 

“Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto [alla perfezione], questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, 12-14). “Dimentico del passato”. 

Quale “passato”? Quello di fariseo, di cui ha parlato prima? No, il passato di apostolo, nella Chiesa! Ora il “guadagno” da considerare “perdita” è un altro: è proprio l’aver già una volta considerato tutto una perdita per Cristo. 

Era naturale pensare: “Che coraggio, quel Paolo: abbandonare una carriera di rabbino così ben avviata per una oscura setta di galilei! E che lettere ha scritto! Quanti viaggi ha intrapreso, quante chiese fondato!” 

L’Apostolo ha avvertito confusamente il pericolo mortale di rimettere tra sé e il Cristo una “propria giustizia” derivante dalle opere – questa volta le opere compiute per Cristo -, e ha reagito energicamente. “Io non ritengo -dice- di essere arrivato alla perfezione”. San Francesco d’Assisi, verso la fine della vita, tagliava corto a ogni tentazione di autocompiacenza, dicendo: “Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o niente”.

Questa è la conversione più necessaria a coloro che hanno già seguito Cristo e sono vissuti al suo servizio nella Chiesa. Una conversione tutta speciale, che non consiste nell’abbandonare il male, ma, in certo senso, nell’abbandonare il bene! Cioè nel distaccarsi da tutto ciò che si è fatto, ripetendo a se stessi, secondo il suggerimento di Cristo: “Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo” (Lc 17,10). 

E neppure, forse, bene come dovevamo farlo! Una bella leggenda natalizia ci sprona a giungere a Natale così, con il cuore povero e vuoto di tutto. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce n’era uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. 

Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo tenere in braccio il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna e, su un altro piano, sarà anche la nostra. 

Un prefazio di Avvento ci ricorda continuamente, in questi giorni, che “la Vergine Madre accolse Gesù e lo portò in grembo con ineffabile amore”. Prepariamoci ad accoglierlo anche noi e a portarlo nel nostro cuore con tutta la fede e l’amore che Cristo merita da noi. 

Vi è oggi chi vorrebbe vedere nell’espressione “fede del Figlio di Dio”, o “fede di Cristo”, frequente negli scritti paolini (Rom 3,22.26; Gal 2, 16; 2,20; 3, 22; Fil 3,9), un genitivo soggettivo, come se si trattasse della fede propria di Cristo o della fedeltà di cui egli da prova sacrificandosi per noi. 

Io preferisco attenermi alla interpretazione tradizionale, seguita anche da autorevoli esegeti contemporanei che vede in Cristo l’oggetto, non il soggetto della fede; non dunque la fede di Cristo (supposto che si possa parlare di fede in lui), ma la fede in Cristo.

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