martedì 30 settembre 2014

SERVIRE IL CRISTO



SERVIRE IL CRISTO



Se si vuole servire il Cristo, c'è un'altra strada da percorrere, diversa da quella del servizio degli uomini? 

Se si vuole amare il Cristo, c'è una strada diversa da quella che consiste nell'amare gli uomini, nel lottare contro tutto ciò che degrada la vita e gli uomini, nel diminuire la sofferenza presente nel mondo? 

Quando si crede in Cristo, allora non si sopporta più che i volti degli uomini e delle donne siano sfigurati: 

ci si impegna assieme a tutti quelli che tentano di cambiare il mondo. 

Agire per la giustizia, per una ripartizione più giusta della felicità: 

è anche questo un modo per mostrare la propria fedeltà a Cristo.

lunedì 29 settembre 2014

GRAZIA E GIUSTIFICAZIONE



GRAZIA E GIUSTIFICAZIONE
Nel prologo di Giovanni



«Della sua pienezza infatti noi tutti ricevemmo e grazia su grazia; poiché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità divennero realtà per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,16-17). 

Troviamo qui una prima contrapposizione. 

A Mosè viene riconosciuta la mediazione nel dono della legge. 

Ma questa viene considerata come qualcosa di inferiore alla grazia, con l’aggiunta della verità, dono ottenuto per mezzo di Cristo. 

C’è dunque un passaggio, un superamento da Mosè a Cristo ed è determinato dal binomio grazia-verità. 

E’ sintetizzato qui l’ampio dibattito che accompagnerà tutta l’esistenza apostolica di san Paolo proprio in ordine alla giustificazione, cioè al rinnovamento interiore soprattutto, dell’uomo peccatore. 

domenica 28 settembre 2014

OPPOSIZIONE LEGGE-GRAZIA



Opposizione legge-grazia

Che cosa leggiamo nel termine ‘legge’, almeno così come lo si percepiva al tempo di Paolo e delle dispute successive, almeno fino a sant’Agostino, nel secolo V?

La convinzione che l’osservanza fedele della legge di Dio costituisse titolo di merito, di giustificazione dinanzi a Dio. 

In altri termini, la convinzione che la giustizia umana avesse titolo per conquistare la giustizia di Dio. 

Posta così, la questione è risolta immediatamente. 

Ma non sempre le cose sono state presentate in questa semplicità, per cui le polemiche si sono sprecate. 

Con Gesù Cristo invece, l’umanità ha raggiunto, per dono di Dio, la possibilità di ottenere ciò a cui da sempre aspira: la riabilitazione presso Dio. 

Così si può tradurre il termine ‘giustificazione’. Solo Dio ne può essere l’artefice, perché la giustificazione è il rapporto di amicizia con Dio.


Come si ricordava, colui cha maggiormente ha segnato la svolta teologica in questa prospettiva è stato san Paolo. 

Egli ha affrontato la questione in due scritti fondamentali: la lettera ai Galati e successivamente quella ai Romani. 

Queste due lettere costituiscono la ‘magna charta’ dell’identità cristiana e della comprensione teologica dell’opera di Gesù Cristo, soprattutto in riferimento alla sua pasqua. 

In primo luogo ribadisce l’opposizione teologica fra legge e grazia in vista della giustificazione. 

«La vita che ora io vivo nella carne , la vivo nella fede, quella nel Figlio di Dio, che mi amò e diede se stesso per me. 

Non rendo vana la grazia di Dio; se infatti la giustizia proviene dalla legge, allora Cristo è morto per nulla» (Gal 2,20-21).

sabato 27 settembre 2014

IL RUOLO DELLA FEDE



Il ruolo della fede



Qui viene introdotto un terzo termine, la fede, del tutto omogeneo ai due che già conosciamo: 

tra fede, grazia e giustificazione l’accordo è perfetto perché costituiscono l’edificio compiuto della salvezza offerta agli uomini.

La fede è l’accoglienza del dono di Dio, grazia, che ci riabilita dinanzi a lui. 

Ora la fede è il segno che la giustizia viene da Dio, gratuitamente, perché è un dono che si riceve ed accetta e non un merito che si guadagna. 

Tutto questo mette chiaramente in luce qual è il giusto rapporto tra Dio e l’uomo: 

egli è l’infinito e questi è il limitato a cui Dio si rivolge perché abbia la vita. 

Tutto ciò è avvenuto nella dono della vita fatta dal Figlio di Dio, nella sua morte e resto stabile e definitivo nella resurrezione.

Nel testo citato non c’è questo riferimento, ma dalle lettere di san Paolo risulta chiaro che egli non parla mai della morte di Cristo a prescindere dalla sua resurrezione. 

Si legga tutto il capitolo di 1Cor 15. 

Da notare, di passaggio, che la morte di Gesù, viene presentata come dono della vita, come una esistenza donata da colui che è il Figlio di Dio, da colui cioè che è il vivente per definizione. 

venerdì 26 settembre 2014

IL CONTRIBUTO DELLA LETTERA AI ROMANI



Il contributo della lettera ai Romani

Nella lettera ai Romani san Paolo rielabora ulteriormente il tema, arricchendolo con una lunga serie di affermazioni ed argomentazioni, che possono essere richiamate da questo passaggio: 

«Avendo dunque ricevuto la giustificazione per mezzo della fede, abbiamo pace con Dio in virtù del Signore nostro Gesù Cristo; 

in virtù di lui abbiamo anche l’accesso, mediante la fede, a questa grazia nella quale siamo stati stabiliti e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio…

E non solo questo, ma ci gloriamo pure in Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, in virtù del quale adesso abbiamo ricevuto la riconciliazione» (5,1-2.11).


E’ importante questo passaggio, perché mette in luce un’altra dimensione della grazia, su cui la teologia successiva ha sviluppato grandi riflessioni. 

Siamo stati stabiliti in questa grazia. 

In altri termini, l’azione di Dio non è una meteora che non lascia segno; è piuttosto un’azione che trasforma la persona, rinnovandola totalmente.

Ritorneremo in seguito sull’argomento, ma è necessario fin d’ora metterlo in luce. 

L’uomo giustificato è un uomo rinnovato, doppiamente. Da una parte perché è liberato dai peccati, dall’altra perché è chiamato ad una comunione con Dio, quale non gli spetta per essere creatura di Dio. 

E’ chiamato ad essere figlio adottivo di Dio, ma non per una norma giuridica, ma perché interiormente rinnovato dalla grazia di Dio in Cristo.

giovedì 25 settembre 2014

DISPUTE DA AGOSTINO AL CONCILIO DI TRENTO



Dispute da Agostino al concilio di Trento

Su questo punto, nel corso dei secoli si sono accese diverse polemiche, una al tempo di Agostino contro Pelagio, ed una seconda al tempo di Lutero, con esiti molto infausti per la Chiesa.


La posta in gioco nella disputa antipelagiana – inizio del V secolo - era della massima importanza e riprendeva, in altro contesto culturale, quella già avviata da san Paolo contro i giudeocristiani, che insistevano sul valore dell’osservanza della legge per ottenere meriti dinanzi a Dio.

Con sant’Agostino si riproponeva lo scontro in questi termini: 

l’uomo con le sue forze è in grado di essere giusto dinanzi a Dio ed in particolare di conquistare la libertà. 

Agostino si oppose con tutte le sue energie, la sua intelligenza, ma soprattutto con l’esperienza della sua conversione: frutto della grazia, non della sua buona volontà. 

Il discorso verteva sulla concezione dell’uomo in termini non solo cristiani, ma universali. 

La risposta che offrì sant’Agostino, straordinaria, ma non sempre ben evidenziata fu questa: 

l’uomo raggiunge la sua libertà solo nel rapporto con Dio, mediante la fede. 

Questo non è una particolarità cristiana, ma è la verità sull’uomo, in quanto tale e vivente in questa storia.

mercoledì 24 settembre 2014

GRAZIA E LIBERTA'


Grazia e libertà

La libertà dell’uomo è Dio, questo è il grande tema della teologia della grazia. 

La libertà è dunque relazione, rapporto, incontro e dialogo con Dio e di riflesso con gli altri uomini. 

La riflessione successiva ad Agostino ed anche il grande scontro e le drammatiche conseguenze che si ebbero con la protesta di Lutero, non misero in luce con la dovuta energia questa posta in gioco, pur avendo affrontato gli stessi argomenti della disputa pelagiana. 

Lutero aveva visto bene che la giustificazione è dono della grazia, ma aveva considerato male la realtà umana anche dopo la grazia di Dio, non riuscendo a superare quel pessimismo radicale sulla corruzione umana causata dal peccato. 

In realtà resta troppo occupato dal peccato, per poter gioire pienamente della grazia di Dio.

Il concilio di Trento (1545-1563) nel dare la risposta ai quesiti di Lutero, individuò in modo perfetto il cuore del problema ed offrì alla teologia cattolica uno strumento di straordinario valore, quando disse che la grazia di Dio non solo non toglie la libertà, ma la realizza in modo pieno.


E’ in questa linea che va cercata ed affermata la difesa pressoché costante della teologia cattolica sul primato della fede come dialogo con Dio ed ancora sul primato della grazia come alleanza ed amicizia con Dio. 

Dunque un dialogo, un rapporto non a senso unico, non deprimente per l’uomo, ma totalmente liberante. 

Con ciò abbiamo ribadito ancora una volta il principio ed il criterio di verità nell’esistenza umana: 

il primato indubbio di Dio è a sostegno del primato relativo dell’uomo. 

In ciò inizia la sua felicità che si apre all’infinito ed in esso trova realizzazione piena.

martedì 23 settembre 2014

GIUSTIFICATI PER LAFEDE


Giustificati per la fede


Quando si sente il termine giustificazione la prima cosa che viene in mente a molti è quel foglietto, firmato dai genitori, che ciascuno di noi doveva riportare alla maestra una volta tornato a scuola dopo un’assenza. 

Non potevamo redigere o firmare da soli la nostra giustificazione, anche se a volte, con l’astuzia innocente dei bambini, abbiamo sognato di farlo per evitare un’interrogazione incombente. 

Non è inutile partire da questa comune e semplice esperienza, apparentemente insignificante, per cercare di illuminare una parola che segna l’originalità della fede cristiana, ma è anche stata causa di incomprensioni e profonde separazioni tra le chiese in Occidente. 

Giustificazione, nell’esperienza dello scolaro e in quella del peccatore perdonato, è un essere giustificati, un esser riammessi nel consesso da cui la malattia (e analogamente il peccato) li aveva allontanati. 

Il mistero della giustificazione è contemplare l’azione misericordiosa di Dio che in Cristo riscatta i peccatori per costituirli figli, fino a renderli «partecipi della natura divina» (2Pt 1,4).

Diceva il teologo A. Birmelé, in un intervento alla XXXVII Sessione del Segretariato attività ecumeniche: «La grazia guarda e sceglie; è parziale, vive di un partito preso. Dio non è imparziale: ha preso partito per gli esseri umani». 

La dottrina della giustificazione lo afferma: Dio non è imparziale, anzi rende giusti gli ingiusti, figli i nemici. Davanti a questa affermazione non si può fare a meno di chiedersi perché mai Dio faccia una cosa del genere. 

Rispondeva Agostino: «Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio. 

Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia» (Disc. 185). 

Riflettere ancora sulla giustificazione non è quindi facoltativo per i cristiani, soprattutto per quanti sono immersi nella cultura del commercio, dello scambio a pagamento, in cui lo spazio per la gratuità e per il dono immeritato si va riducendo a un mero ricordo.

La cultura occidentale è stata e sarà sempre tentata di pelagianesimo: salvarsi da soli, mettersi davanti a Dio con una giustizia propria, ecco il «mito» anticristiano di chi non vuole riconoscere l’extra nos della salvezza. 

La reazione luterana a ogni forma di pelagianesimo portò a interpretare le opere buone che l’uomo compie come «pagamento» per meritarsi la salvezza, finendo per insistere unicamente sulla passività ricettiva degli esseri umani in ordine all’azione di Dio. 

lunedì 22 settembre 2014

I TEOLOGI DELLA CONTRORIFORMA



I TEOLOGI DELLA CONTRORIFORMA


Questa presa di posizione condusse poi i teologi della Controriforma a sospettare che i luterani non credessero al reale cambiamento dell’uomo giustificato e alla necessità della libera collaborazione all’opera della grazia. 

Secoli di condanne e di reciproci fraintendimenti, alimentati da un’apologetica aggressiva, hanno scavato tra le confessioni cristiane d’Occidente un fossato. 

Ci aiuta a risalire alle origini della frattura fra le chiese l’articolo di Jos Vercruysse, che presenta la posizione delle varie comunità riformate (luterani, calvinisti e anglicani) a confronto con le prese si posizione del concilio di Trento e le reciproche condanne dottrinali. 

Il 1999 segna una tappa fondamentale nel superamento della divisione. In quell’anno è stata firmata dalla Chiesa cattolica e dalla Federazione luterana mondiale la prima Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. 

La novità di questo testo sta nel fatto che l’accordo raggiunto, pur parziale, non è rimasto al livello del dialogo fra teologi, come nel caso di tanti documenti che hanno preceduto la Dichiarazione, ma è stato ufficialmente sottoscritto dalle chiese. 

L’iter della stesura e della ricezione del documento, che segna una decisiva acquisizione nel progresso dell’ecumenismo, ci viene presentato nell’articolo affidato a PawelHolc. 

Un’espressione centrale descrive sinteticamente i risultati raggiunti: «Consenso differenziato». 

Il treno del dialogo viaggia su una coppia di binari che corrono paralleli, senza convergere in una monorotaia né divergere a rischio di tragici deragliamenti. 

Pur differenziato e parziale il consenso guadagnato è irrevocabile. 

Le chiese coinvolte nel dialogo si sono sentite chiamate dalla Dichiarazione congiunta a trovare un nuovo linguaggio, capace di rendere comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo l’essenziale verità della giustificazione. 

A questo proposito l’articolo di Andrea Toniolo cerca di approfondire il ruolo e le conseguenze della dottrina della giustificazione nella società postmoderna. 

Egli mette in rilievo il «buon annuncio» della giustificazione per grazia, che libera l’uomo dall’impossibile compito moralistico di salvarsi da solo, e afferma invece il primato della persona al di sopra di ogni conquista o insuccesso individuale. Affinché le chiese possano però confessare insieme la

 verità da comunicare al mondo assetato di salvezza, è necessario che esse arrivino prima a un consenso più ampio e a una comune espressione delle verità fondamentali. 

domenica 21 settembre 2014

IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO



IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO


Si apre a questo punto il vasto problema del linguaggio, vera chiave di volta del dialogo ecumenico. 

Ciò comporta una paziente ermeneutica delle affermazioni del partner di dialogo, per giungere non a sopprimere ogni differenza linguistica, di sottolineature o di formulazione teologica, ma piuttosto a cogliere, nell’espressione dell’altro, i riflessi di una «diversità riconciliata».

A questo livello si situa il contributo di BasilioPetrà, che sintetizza i risultati del dialogo tra ortodossi e luterani sul tema della giustificazione. 

Tale colloquio ha prodotto un’intesa che precede quella cattolico-luterana e ne apre la via, componendo il dissidio sui reciproci malintesi della giustizia imputata e della divinizzazione. 

Ortodossi e luterani riconoscono adesso che le differenze che permangono nelle loro teologie sono date dalle peculiarità dei loro rispettivi linguaggi, entrambi comunque biblicamente fondati. 

Anche LucianoBordignon, partendo da una analisi dei limiti dell’espressione scolastica della giustificazione, si sofferma sulle categorie linguistiche che descrivono l’offerta divina della giustizia. 

L’articolo propone un interessante studio delle metafore di salvezza contenute nei testi biblici. Quindi, rilevata una certa «estraneità» della mentalità cristiana attuale, sia cattolica che luterana, riguardo al tema della giustificazione, afferma l’urgenza di trovare una metafora-chiave che permetta di rimettere in contatto i cristiani di oggi con questo tema centrale per la vita di fede.

L’immagine del dono, con i suoi corollari della gratuità e della gratitudine, viene colta come una possibile via per ridare senso esistenziale alla sopita coscienza della giustificazione. 

Se davvero il cammino dell’ecumenismo teologico, come mostra in modo paradigmatico la vicenda della Dichiarazione congiunta, è avviato verso un sempre più ampio consenso nella fede che rispetti la pluralità dei modi di esprimerla, è anche indispensabile approfondire le basi comuni su cui poggia il consenso. 

In particolare, il recupero della dimensione biblica della giustificazione. 

Antonio Pitta, riflette sulla radice della giustificazione rappresentata dall’offerta gratuita dell’alleanza veterotestamentaria. 

Essa fiorisce nel Nuovo Testamento nella letteratura paolina, tanto valorizzata dai fratelli luterani;  questo però non deve condurre a trascurare la prospettiva complementare che sottolinea la lettera di Giacomo. Solo così si arriva a una visione completa del rapporto fede e opere in ordine al nostro tema. 

Il percorso compiuto nel chiarire la questione della giustificazione mostra, tuttavia, che si è solo agli inizi. 

Certo, si è riusciti ad accordarsi su un articolo di fede assolutamente centrale, ma sono comunque rimaste aperte varie domande e soprattutto non è stato adeguatamente sciolto il nodo che riguarda la posizione di questo articolo di fede nell’ambito delle teologie cattolica e protestante. 

sabato 20 settembre 2014

TEOLOGIA CATTOLICA E PROTESTANTE



TEOLOGIA CATTOLICA E PROTESTANTE


Se infatti per i luterani esso è il criterio unico attraverso il quale si può giudicare tutto il complesso dottrinale cristiano, per i cattolici, pur rimanendo centrale, deve essere armonicamente collegato alle altre verità gerarchicamente ordinate. 

Ci espone questi problemi l’articolo di Angelo Maffeis, che in modo equilibrato sottolinea i risultati raggiunti, senza timore di puntualizzare i motivi che non rendono ancora possibile la piena unità visibile. 

In particolare si riconosce che non è ancora stata raggiunta un’intesa circa le implicazioni ecclesiali della giustificazione.

Giampiero Bof ci fa riflettere sul contributo che può fornire oggi la teologia nell’aiutare le chiese a farsi promotrici di giustizia a ogni livello.

L’articolo di congedo è affidato a Gianni Colzani che rilegge il tema della giustificazione seguendo il pensiero di Karl Barth. 

La sua proposta, pur confessionalmente qualificata, è un tentativo sinceramente cristiano di porre con forza la centralità di Gesù Cristo. 

La giustizia di Cristo, che diviene nostra in virtù della fede, ha per Barth una vera azione trasformatrice dell’uomo, è una ri-creazione. 

Nel cogliere gli aspetti positivi della teologia barthiana, Colzani ne rileva anche le fragilità. 

In particolare la debolezza antropologica: il sola fide, sempre fortemente ribadito, mette l’uomo in una condizione di quasi-estraneità all’opera che Dio compie in lui:  è solo spettatore, mai collaboratore attivo. 

Un grande merito del dibattito tra autori cattolici e protestanti, a partire dalle posizioni di Barth, è stato quello di chiarire definitivamente il rapporto «motivazione-effetto» tra fede e opere, su cui non sussiste più alcuna disputa. 

Nella documentazione non abbiamo voluto far mancare almeno la parte centrale della Dichiarazione (il capitolo 4). 

L’invito alla lettura, curato da Aldo Moda,  fa il punto bibliografico sui commenti alla Dichiarazione e aiuta il lettore ad orientarsi nell’approfondimento delle questioni trattate.

venerdì 19 settembre 2014

LA GRAZIA E LE BUONE OPERE



LA GRAZIA E LE BUONE OPERE


Contestualizzando la dottrina paolina: 

la grazia giustificante e le ‘buone opere’

La dottrina paolina sulla grazia si situa soprattutto all’interno del tentativo dell’Apostolo di evitare e superare l’umana tendenza — frutto del peccato — verso l’auto-giustificazione. 

Secondo gli scritti paolini, l’uomo è peccatore e creatura, e per questa ragione le sue opere sono in qualche modo disordinate in partenza. 

Perciò soltanto la divina misericordia, gratuitamente comunicata, può salvare l’uomo e dare valore alle sue opere. 

La grazia, in altre parole, si oppone alle buone opere quando queste vengono considerate e vissute come mezzo necessario per la salvezza, con cui l’uomo può presentarsi davanti a Dio ed esigere riconoscenza. 

Paolo adopera il termine ‘grazia’ (cháris) un centinaio di volte. 

Lo fa sempre al singolare, per designare in genere il favore divino, e in modo specifico l’evento escatologico che ha avuto luogo in Gesù Cristo e che produce il rinnovamento interiore dell’uomo credente. 

La vita cristiana parte e si incentra sulla donazione di Dio agli uomini e solo secondariamente — come conseguenza, pur necessaria — sull’etica. 

Gli uomini sono peccatori e hanno bisogno di essere redenti da Gesù Cristo: 

“perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3,23s.).