venerdì 31 ottobre 2014

CORPO ANIMALE E SPIRITUALE



CORPO ANIMALE E SPIRITUALE

 "Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale" (1Cor 15,44). "Corpo spirituale" non è una contraddizione in termini! 

Significa: corpo totalmente al servizio dello Spirito, liberato dallo spazio, dal tempo, dalla fatica, dal cibo, dall’invecchiamento, ecc., stupendo strumento di comunione e d’amore totale; il cui principio vitale non è più biologico, ma è costituito dallo stesso Spirito Santo. 

Quando avverrà questa risurrezione? Per tutti alla fine del mondo o per ciascuno, subito dopo la morte? Gesù colloca la risurrezione "nell’ultimo giorno" (Gv 6,39- 40.45.54). A chi pensa che la risurrezione è immediata si potrebbe obiettare che il "privilegio" di Maria assunta al cielo in anima e corpo, non può consistere nell’essere stata trattata come tutti! 

Non possiamo saltare a piè pari il Credo: "Aspetto la risurrezione della carne". Aspetteremo gli altri, tutti gli altri, perché la salvezza è collettiva (cfr 1Ts 4,13-18). S. Paolo afferma che colui che è unito a Cristo è già risorto con lui e assiso con lui nei cieli: 

"Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti" (Col 2,12). "Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli in Cristo Gesù" (Ef 2,8). 

Ma questa vita si manifesterà solo alla venuta finale di Cristo: "Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria" (Col 3,3-4). 

La nostra partecipazione alla risurrezione di Cristo passa attraverso tre tappe: iniziata nel battesimo, compie un grande passo al momento della morte, ma sarà pienamente manifestata solo alla fine: "Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna" (Gv 5,28-29). 

In attesa che la realtà della risurrezione finale risolva gli enigmi biblici e teologici, premuriamoci di vivere in modo degno per trovarci collocati "alla sua destra" (Mt 25,33) "per una risurrezione di vita" (Gv 5,29).

Io credo nella risurrezione della carne. 

Tra i tanti articoli del credo, dimenticati da certo cristianesimo adulto e da certa laicità emancipata, c’è senz’altro questo. Lo dimostrano le recentissime polemiche suscitate dall’esposizione del corpo incorrotto di san Pio da Pietrelcina. 

L’evento ha infastidito: si è parlato di feticismo, di esposizione macabra, di ostentata religiosità e forse d’altro ancora. Non crediamo che queste, come altre polemiche, possano minimamente scoraggiare il numerosissimo gruppo di fedeli affascinati dalla figura di questo grande santo dei tempi moderni, né ci sembra il caso di controbattere punto per punto certe evidenti e rozze e basse insinuazioni. 

Quello che ci sembra giusto dire è questo: il disprezzo del corpo così evidente in tanta pornografia, nella diffusa mercificazione della persona umana di ogni sesso ed età, così evidente nella cultura di morte che pervade moltissimi ambiti, anche sanitari, trova nell’oblio del dogma della risurrezione della carne una conferma evidentissima.

giovedì 30 ottobre 2014

DESIDERIO D'IMMORTALITA'



DESIDERIO D'IMMORTALITA'

Siamo nati per morire, ma alberga nel nostro cuore il desiderio dell’immortalità. 

Dio stesso ha messo nel nostro cuore un tale desiderio e Cristo, che più di noi è nato per morire, l’ha portato a compimento aprendoci con la morte il valico dell’eternità. 

La Chiesa crede profondamente in questa verità e il rispetto del corpo ad ogni tappa della sua esistenza: dalla nascita a dopo la morte, è sempre stato al centro delle sue preoccupazioni educative.

Il segno più evidente che questa verità rimane è proprio nei santi. Dalla Vergine Madre, di cui non si conosce la tomba perché fu assunta in Cielo e gode già della resurrezione del suo corpo, a innumerevoli santi di ieri e di oggi il cui corpo è rimasto incorrotto, una lunga tradizione di segni e di fede attesta la dimensione eterna che ci attende.

Non è una novità assoluta nella plurimillenaria storia della Chiesa trovare il corpo di un santo perfettamente integro senza odore, le città d’Italia ne offrono innumerevoli casi e testimonianza, né è una novità presentare alla pubblica venerazioni tali spoglie incorrotte. 

Non è una novità e non è segno di attaccamento a pratiche obsolete e medioevali, è piuttosto un potente richiamo alla speranza e all’etica. Alla certezza che vale proprio la pena di vivere e di vivere bene, perché nulla di ciò che accade qua giù è indifferente all’eternità.

La nostra carne è tempio dello Spirito Santo e con più si nutrirà in vita di tale consapevolezza con più godrà della bellezza riservata alla condizione celeste. Da uno scienziato è stato, di recente, affermato che Dio non gioca a dadi con l’universo, ma tutto è preordinato da una misteriosa provvidenza. 

Dio non gioca a dadi neppure con ciascuno di noi.

Il nostro corpo è destinato alla comunione con lui, al pieno e perfetto godimento del proprio stato del quale i godimenti terreni non sono che un pallido segno. 

Ben vengano allora tali e straordinari conferme da parte dei santi. Come a santa Bernardette e a Gemma Galgani si è aggiunto Padre Pio, si possano veramente aggiungere innumerevoli santi: da Giovanni Paolo II a Madre Teresa di Calcutta. 

A forse tanti e sconosciuti santi di cui chi scrive ha notizia certa, che anche dopo morte hanno avuto la grazia di testimoniare al mondo che il nostro corpo è prezioso per Dio. Questa mia carne risorgerà, cantava già il beato Giobbe, e i miei occhi vedranno dal vivo il Salvatore.


Quando una persona ha il coraggio di accettare il martirio e la morte per un ideale grande, per la sua fedeltà al Signore, per non perdere la sua anima, ma per salvarla per la vita che durerà sempre per l'eternità, vuol dire che ha la forza di credere davvero nel Signore, di credere davvero nella vita eterna; 

vuol dire che è consapevole che la vita terrena è solo una parte, una piccola parte, che è una preparazione alla vita piena e definitiva che il Signore ha preparato per l'eternità. 

mercoledì 29 ottobre 2014

TESTIMONI DI OGGI



TESTIMONI DI OGGI


Così è stato per quei sette fratelli di cui ci parla il libro dei Maccabei, così è stato per i tanti martiri della fede, lungo la storia; così è dei martiri e dei testimoni di oggi. 

Occorrerebbe essere pronti al martirio, sapere che è una possibilità che ci potrebbe capitare. Se io sarò chiamato a una testimonianza forte, ad una persecuzione, a subire sofferenze per la mia fede, addirittura la minaccia della morte, cosa farò, cosa penserò, da che parte starò; cederò per una salvezza terrena oppure sarò disposto a tutto per il "Tutto della mia esistenza"? 

Certo sono le ipotesi più gravi, che ci fanno estremamente paura, e sappiamo che solo il Signore ci può dare la forza di testimonianze così grandi; noi non possiamo presumere di noi stessi, sappiamo che da soli non siamo certo capaci di affrontare la sofferenza, la morte, tanto più la persecuzione e il martirio. Ma a Dio è tutto è possibile. 

E all'uomo può essere data la forza di Dio; scrive S. Paolo: "Tutto posso in Colui che mi dà forza". Ora il problema è la fede. "Credo in un solo Dio". Credo davvero al Signore? Lui è il Creatore e colui che sostiene e dà vita a tutte le cose. 

Lui è il Padre: mi ha voluto e mi ama, come figlio carissimo. Lui mi ha donato il Figlio Suo Gesù Cristo che con la sua vita, morte e resurrezione mi ha salvato e tutti abbiamo salvezza e senso pieno della vita in Lui. Lui ci ha donato e ci dona continuamente il suo Spirito, che è amore, pace, gioia, forza, potenza per la mia debolezza. "Credo la risurrezione della carne e la vita eterna". 

Credo davvero alla Vita eterna? Porto nel cuore la certezza che con la morte sono chiamato a passare da questa vita terrena, pur bella e importante, a quella Vita Eterna, che sarà di tale pienezza che neanche so immaginare? 

Per quella Vita Eterna, riesco a fare le scelte più grandi: l'impostazione della mia vita, il senso del lavoro e della famiglia, la povertà di spirito "non accumulate tesori sulla terra, ma per il cielo"? "Che cosa serve all'uomo guadagnare anche il mondo intero se poi perde la sua anima"? 

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima". Per rendere viva e solida la nostra fede nella Vita Eterna possiamo ripensare ai tanti passi del vangelo e di tutta la Parola di Dio, come quando Gesù sulla croce dice al ladrone pentito: "Oggi sarai con me in paradiso". 

"Come Cristo è morto e risorto, così sarà di quanti sono di Cristo". Comprendiamo allora la fermezza dei fratelli Maccabei che dicono al persecutore: "Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per la fedeltà a lui, ci risusciterà ad una vita nuova ed eterna". 

E' bello morire a causa degli uomini per attendere da Dio l'adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati. 

martedì 28 ottobre 2014

DIO DEI VIVI


DIO DEI VIVI


Questo avviene perché, come dice il vangelo, "Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi; 

perché tutti vivono per lui".

Comprendiamo allora la fermezza della fede e il coraggio di tanti santi, di tanti martiri, come ad es. Ignazio di Antiochia, il quale va incontro al martirio a Roma e afferma con piena consapevolezza:

"Quando sarò giunto là (nella vita eterna), allora sarò pienamente uomo". 

Oggi non siamo aiutati a "credere alla vita terna"; 

si va dietro all'immediato, al superficiale, si vuole evitare il pensiero salutare della morte, quando addirittura non la si banalizza. 

Si finisce poi tante volte per essere disperati di fronte alla morte delle persone care o alla propria morte; si finisce per essere anche causa di morte senza farsene troppi problemi. 

E pensare a queste cose non è per renderci tristi, ma per camminare sulla strada della gioia vera; uno che non ci pensa, non è più felice, è più sciocco (il vangelo dice stolto).

E chi crede di andare chissà dove impostando la vita solo in senso materiale, non va da nessuna parte; si troverà con le mani vuote. 

La dottrina cristiana ci insegna che il pensiero della morte ci aiuta a costruire bene la vita e che l'attesa e la preparazione alla vita eterna, non solo non indebolisce ma addirittura intensifica l'impegno umano e cristiano nelle realtà terrene: 

basta pensare alle parabole della vigilanza, dei talenti, del giudizio finale. 

"Vieni servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; 

entra nella gioia del tuo Signore, perché ho avuto fame e mi hai dato da mangiare". 

"Entra nella gioia del tuo Signore" è la grazia che chiediamo per i nostri defunti e anche per tutti noi, quando saremo chiamati ad essere sempre con il Signore. 

E allora capiremo che le "sofferenze della vita presente non sono paragonabili alla gloria della vita futura", "perché grande è la ricompensa nei cieli".

lunedì 27 ottobre 2014

CREDO NELLA VITA ETERNA


CREDO LA VITA ETERNA

Noi la esprimiamo nel Credo in questa maniera: aspetto la resurrezione della carne e la vita del mondo che verrà

Cosa significa? Cosa crediamo? A cosa intendiamo aderire quando diciamo queste parole espresse anche in altra maniera, in simboli, cioè in formulazioni diverse del Credo

Come sempre scelgo la via induttiva, che è quella più efficace, cioè giungeremo alla verità annunciata dalla fede a partire dall’esperienza umana.

Ci sono tanti spiragli di eternità nella nostra vita; direi, soprattutto, quelli legati all’insoddisfazione. Guardiamo un po’ alle esperienze più belle, più alte, più significative della nostra vita – penso, per esempio, all’amore, penso all’amicizia, penso all’arte, penso all’essere famiglia – dove abbiamo grandi attese e puntualmente restiamo, non dico sconfitti, ma a dir poco insoddisfatti. 

Mi riferisco a quelli fra voi che sono sposati: quello che voi avete realizzato finora, era quello che avete sognato nel fidanzamento? 

Quello che ci aspettiamo da un incontro prima che avvenga e quello che realmente accade, da un bacio, da un abbraccio o da una cena con gli amici… L’attesa è più grande della realizzazione. Lo diceva già Leopardi, se avete ricordi scolastici, nel Sabato del villaggio, ma per altre motivazioni (non di fede):
Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 A dire, fuori metafora, per quelli che i versi non li ricordano più, perché queste cose non si imparano più a memoria: il sabato è più importante della domenica, l’attesa di un evento, di una festa, è più bello della festa stessa.

Cosa significa? Ci sono due letture a questo punto: una d’ordine pessimista, e cioè noi attendiamo delle cose e desideriamo delle cose irrealizzabili; ma c’è anche una lettura positiva: forse tu aspetti qualcosa di più grande che non si può realizzare qui.

Forse questo senso di insoddisfazione lo esprime di più la storia degli artisti. Un artista dipinge un quadro, pensiamo a Michelangelo Buonarroti alle prese con una delle sue tante Pietà oppure con il Mosè. Ha dato l’ultimo tocco di scalpello e la storia racconta che, guardandolo da lontano e vedendolo così perfetto, in un impeto di ira santa, l’artista disse: Perché non parli? Anche Michelangelo è rimasto deluso dalle sue opere. 

Noi le ammiriamo, ma un artista vero non dirà mai che la sua opera è bella. Dirà sempre: Volevo fare qualcosa di più bello, avevo in mente un verso, avevo in mente una sensazione… Sì, diciamo che questa è una prova, poi farò un’altra statua domani, poi tra dieci anni, poi tra vent’anni… 

Penso alla regista Cavani che, perlomeno per tre volte, si è cimentata sulla vita di San Francesco e ha dato tre versioni diverse di Francesco d’Assisi. Se noi andassimo a intervistarla – Liliana, in quale di queste tre ti sembra d’aver rappresentato al meglio Francesco? – ci risponderebbe: In nessuna. Sto pensando a un altro film (non so neanche se sia ancora viva…)!

Che significa che un artista non è mai soddisfatto della sua opera? – Lo stesso valga nell’amore, nell’amicizia, nella famiglia, nei figli, nella professione – Significa che in noi c’è un’attesa esorbitante di amore nelle relazioni, di perfezione, di bellezza nell’arte, di pienezza di vita nella realizzazione professionale, affettiva… 

E chi ce l’ha messo dentro questo desiderio così grande? La risposta è: Colui che ci ha creati. Sant’Agostino, sintetizzando quello che sto tentando di dirvi in una maniera molto pedante, dice: Signore, ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.

Domanda: Ma quando il nostro cuore riposerà in Dio? Risposta: nell’eternità.


Potrei continuare a lungo, facendo riferimento alla vita in questo ragionamento induttivo, per dire come ci sono attese esorbitanti nella nostra vita che un credente legge come voglia di Dio o voglia di eternità. Tutto questo noi, nella fede, lo indichiamo con “vita eterna”. E aspetto la resurrezione della carne e la vita del mondo che verrà

Perché la vita vuole vivere; anche l’anziano non vuole morire, anche se ha cento anni, anzi, succede l’esatto contrario: è più facile che un giovane si giochi la vita, magari sul motorino a velocità esorbitante, che non un anziano. 

L’anziano è più attaccato alla vita rispetto al giovane. Significa che la vita vuole vivere. In questo istinto di sopravvivenza c’è una stilla di eternità, significa che nessuno vuole morire, significa che la morte è un assurdo, anche a 110 anni. 

Tutto questo la fede lo assume e ce lo ripresenta in questo Tempo Pasquale che stiamo vivendo, come “credi” nella Resurrezione di Gesù. Tutti eravamo condannati a morte – e a una morte definitiva – ma il Figlio di Dio incarnato viene ad assumere la morte per farla scoppiare. 

Voi direte: Ma la morte ci sta ancora! Sì, ma è solo un’apparenza, è solo – a volte dico – la facciata di un palazzo dietro cui non c’è più nulla: una volta varcata la soglia della morte, uno si ritrova nella vita che ha sempre desiderato, cioè intensa, vera, bella, piena di bellezza, dove non esiste difficoltà.

domenica 26 ottobre 2014

GLI ELETTI



GLI ELETTI

Dice l’autore dell’Apocalisse, nel testo che abbiamo letto e che chi fra voi ha il vizio di pregare la Compieta trova, credo, la domenica sera: 

Gli eletti vedranno la faccia del Signore, porteranno il Suo nome sulla fronte; non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole.

Cosa significa questo simbolo, questa espressione simbolica (non vi sarà più notte)? Significa: non vi sarà più morte. 

Tutti noi moriremo – io prima di voi probabilmente, state tranquilli – ma andiamo verso la morte con, certamente, la tristezza – nessuno ama la morte – di dover chiudere questa vita, ma sapendo che quello che ci aspetta è più bello ed è quello che abbiamo sempre desiderato.

Un’altra immagine che può aiutarci è quella della gestazione. 

Intervista ad un bambino che ancora deve nascere (chiamiamolo Vitaliano, visto che qui stiamo nella chiesa a lui dedicata). Vitaliano è un bambino di 7 mesi in gestazione.
-          Vitaliano, tu vuoi nascere?
E Vitaliano dice:
-          Ma no… Io sto così bene qui: sto al caldo, nuoto… (E se sono in due gemelli) Ci teniamo per mano, facciamo i giochi, le capriole…
-          Guarda, Vitaliano, che fuori  c’è la tua mamma che ti custodisce e di cui senti il calore, ma di cui ora non vedi il volto!

-          No, io voglio restare qui.

-          Vitaliano, guarda che fuori ci sono i fiori! È scoppiata la primavera, finalmente! – una primavera svogliata quella di quest’anno, che non voleva venire – Ci sono colori meravigliosi nella terra della nostra Diocesi!
-          No… Lasciatemi qui, perché io qui sto bene: io qui ho da mangiare, sto al caldo…

Vitaliano, piccolo, che non è ancora nato, non sa quello che lo aspetta fuori, cioè tutte le cose belle che noi vediamo.

Pensate la vita terrena come una vita in gestazione. Nessuno di noi vuole morire, come Vitaliano non vuole nascere. 

Dunque nascita e morte hanno lo stesso attraversamento stretto, sono una porta stretta. 

Per nascere veramente si passa attraverso una porta stretta e dolorosa, ma poi si apre uno spettacolo meraviglioso: Ecco quello che io ho sempre desiderato!

Anche quelli fra noi che non sono artisti, anche quelli fra noi che non hanno qualche senso del bello, quelli che non sono poeti e che non hanno mai scritto un verso in vita loro, il giorno della morte diranno: Finalmente! Ecco quello che cercavo! Eureka! Ho trovato!


La Chiesa annuncia questo. 

Il cero pasquale, che vedete qui alla mia sinistra, che è il segno sacramentale del Cristo Risorto, esprime poveramente, ma in una maniera potente nelle nostre chiese questa verità, e cioè c’è una luce che attraversa anche la notte della morte. 

Domanda: e dopo che sarà? Ovviamente, la teologia,  che è la strutturazione ordinata, concettuale, della fede, ricorre, come ho fatto d’altra parte io finora, a dei simboli, a delle immagini, ma quello che è certo è che staremo bene, così come non siamo mai stati: pienezza di vita. 

sabato 25 ottobre 2014

PARADISO:VITA ETERNA



PARADISO - VITA ETERNA


Ovviamente questa pienezza di vita che noi chiamiamo “Paradiso”, “vita eterna”, “comunione dei santi”, ha qualche collegamento con il presente, qui in gestazione, qui sulla terra? Sì, sì! 

Perché Dio ti vuole far nascere alla vita eterna, ma vuole che tu in qualche maniera partecipi, pur nel tuo piccolo, a edificare questo corpo risorto. 

E qui entrano tutte le difficoltà della nostra vita, i sacrifici che facciamo, il lavoro, la vita morale, il superare questo o quel vizio, la preghiera, cioè tutto in qualche maniera concorre, perché quello che ci aspetta e che Dio vuole darci, noi in qualche maniera possiamo sceglierlo e volerlo, sia pure nel nostro piccolo. 

Il piccolo Vitaliano, nel grembo di sua mamma, non fa nulla, fa tutto la natura; non così per noi, per noi c’è bisogno anche di uno sforzo, di un cammino, di maturare e questa è la vita cristiana, perché se l’uscita fosse a senso unico, allora Dio ci imporrebbe una felicità e la felicità – ricordatevi – non si può imporre: la felicità bisogna sceglierla. 

I sacerdoti qui presenti lo sanno meglio, lo sanno anche gli psicologi, come le persone non scelgano la felicità, come le persone fanno sacrifici immani per rendersi infelici, per complicarsi la vita.

Se Dio avesse posto come unica uscita, attraverso la morte, la felicità, senza che noi potessimo esprimere un “sì, lo voglio”, un “sì, mi piace”, “mi fai questo dono, ma in qualche maniera me lo sono guadagnato”, allora non sarebbe stata felicità, perché una felicità – ricordatevelo e sappiatelo per i vostri figli ai quali vorrete imporre la vostra, quella che ritenete essere tale – non si può imporre, bisogna sceglierla. 

C’è una facoltà nella nostra vita, che si chiama “libero arbitrio”, dove noi possiamo operare il bene o il male. Il libero arbitrio è la possibilità da parte nostra di dire sì o no a Dio, per cui un’uscita dice felicità, e noi diciamo “Paradiso”. 

Adesso starete pensando: Ma esiste anche l’Inferno? E la risposta è sì, perché se l’inferno non esiste, allora qui ci stiamo impegnando inutilmente facendo percorsi sempre sul taglio del coltello. 

Non solo, ma l’inferno – e vorrei che questo vi fosse chiaro stasera – è il rispetto che Dio ha nei confronti di un uomo, fosse anche uno solo, che dice: no, io di te non ne voglio sapere! Voglio essere infelice! 

Un autore che si chiama Boros, e che ha studiato queste cose, dice che forse in vita noi non siamo tanto in grado di scegliere, per cui ipotizza (ci sono le ipotesi certe e poi le ipotesi teologiche, questa è un’ipotesi teologica) un tempo tra la morte e la vita eterna di piena libertà (immaginate noi sul letto di morte, intubati, con tutto l’armamentario: potremmo mai esprimere un atto di fede e un’adesione piena a Dio? 

No, non ne avremmo il tempo probabilmente, anche se siamo chiamati a farlo adesso che stiamo bene o presumiamo di stare bene). 

Lui ipotizza che fuori del tempo, ma non ancora nell’eternità, la persona, libera da ogni passionalità, si trovi davanti Dio e la via dell’infelicità e lì emetta la sua scelta: Sì, voglio essere di Dio! Voi starete pensando: allora tutto quello che facciamo qui non serve? Sì! 

Serve a preparare quel momento, serve come una palestra, tutte le nostre piccole o grandi scelte morali sono una palestra per essere allenati a quel momento, a dire:

sì, io voglio scegliere Dio, che è la mia felicità, e voglio vivere sempre con Lui e con tutti gli altri defunti che prima di me hanno varcato la soglia dell’eternità e quelli che dopo di me arriveranno e che io aspetterò con ansia. 

Allora dobbiamo credere all’inferno senza sapere se ci sia anche una persona. 

venerdì 24 ottobre 2014

INFERNO VUOTO



INFERNO VUOTO


Uno dei teologi del Novecento ha avuto un’intuizione molto bella dicendo: L’inferno c’è, ma è vuoto. 

A dire: io ci credo, ci sta, ma è vuoto. 

Anche questa è un’ipotesi, ma cancellarlo significa dire ipso facto: ma perché state qui a sentire con sacrificio il Vescovo che sta argomentando e non ve ne andate in pizzeria, non andiamo a goderci la vita…

Invece siamo qui, in qualche maniera, a preparare il nostro futuro perché – e anche questo vorrei che vi restasse impresso – quello che facciamo qui nel tempo ha un’eco di eternità, in bene e in male. 

Quello che facciamo qui nel tempo ha un’eco di eternità. Allora anche le cose più piccole in bene che faccio, Dio le scrive nel Suo libro della Vita, e domani ritroverò la mia vita bella e dirò: 

È stato bello essere nel grembo della terra in gestazione per 10, 20, 50, 60, 80, 100, 110 anni e mi sono industriato con la vita della Chiesa, con l’aiuto della Parola, con l’aiuto dei Sacramenti, con l’aiuto della preghiera, mi sono industriato ad allenarmi per questo parto che adesso finalmente mi espelle non dalla vita, ma dalla morte.


Per cui che c’è oltre? C’è il paradiso e c’è l’inferno. L’inferno deve esserci, altrimenti non c’è più la libertà. 

Un Vescovo teologo, Monsignor Maggiolini, docente all’Università Cattolica, scrisse un libro molti anni fa, quando io ero giovane prete, dal titolo Apologia del peccato. Come titolo è un po’ provocatorio: perché un teologo difende il peccato? 

Perché se non c’è la possibilità di peccare, io non sono libero, e dunque non ha senso neanche il bene che io faccio, perché lo faccio per costrizione, non lo scelgo. 

Tra queste due realtà, inferno e paradiso, la Chiesa contempla uno stato per così dire intermedio – ma non pensate per favore all’inferno, purgatorio e paradiso dantesco, che è una fictio letteraria – dove è possibile essere purificati per quelle scorie che rimangono, dice la fede, anche dopo una confessione sacramentale. 

Questo stadio non è un luogo, può essere anche un istante, non è neanche un tempo (“cento giorni di indulgenza”, “cinquant’anni di purgatorio”, no, sono immagini nostre), può essere anche un istante il purgatorio, cioè l’istante in cui io guardo Dio – e sarà per tutti così – lo vedo così bello, mi ci lancio, ma poi mi sento anche impreparato, mi sento anche con gli abiti laceri e allora quell’istante in cui dico: è bello, vorrei abbracciarti, ma sento d’essere sporco, quell’istante può chiamarsi purgatorio. 

Noi interveniamo in questo istante, quando preghiamo per i nostri defunti. 

Interveniamo in questo istante quando celebriamo una messa, anche dopo 50’anni, perché per Dio non c’è tempo, Dio è fuori del tempo e quindi la messa che tu hai celebrato dopo 50’anni per una persona defunta ha già avuto effetto nell’attimo in cui era in questa situazione di imperfezione e aveva bisogno di un aiuto, aveva bisogno di una preghiera, aveva bisogno della preghiera per eccellenza che è il sacrificio eucaristico.

giovedì 23 ottobre 2014

RESURREZIONE DELLA CARNE



RESURREZIONE DELLA CARNE

Noi diciamo anche: Credo nella resurrezione della carne. Che significa? E qui tutto il culto dei defunti, i cimiteri, il culto delle reliquie dei santi…

Significa che c’è un rapporto di continuità, non sappiamo però dire come, tra la mia vita, che oggi si esprime attraverso il corpo, e il corpo glorioso che io sarò, più che “avrò”. 

Ne abbiamo alcuni sintomi, alcuni ammiccamenti nei vangeli della Resurrezione dove Gesù passa a porte chiuse, entra nel Cenacolo senza bussare: questo è il corpo glorioso. 

È lo stesso, Gesù dice: Guardatemi, vedete le piaghe? 

Sono lo stesso di prima, non sono un altro, non sono un fantasma, sono lo stesso ma sono risorto, sono glorioso, e la gloria implica la fine di tutti i bisogni e l’accentuazione, la realizzazione di tutti i sogni.

Questo è il corpo glorioso, per cui oggi abbiamo rispetto anche per quelli fra voi che vanno in palestra (essere in forma, non esser obesi), del nostro corpo, perché tra questo mio corpo e il corpo glorioso c’è un elemento di continuità che la Chiesa indica con “resurrezione della carne”. 

Non significa che resusciteremo con le rughe – dramma per le donne! – non significa che resusciteremo con gli acciacchi, con il colpo della strega, con l’artrosi, no! 

Via tutti i limiti, quindi anche i bisogni, e invece sì e pienezza a tutti i sogni. 

Questo articolo della fede è molto bello: noi crediamo che avremo futuro non solo nell’elemento spirituale, perché se fosse così, noi avremmo un disprezzo del corpo e la Chiesa non ha un disprezzo del corpo, anzi, lo custodisce. 

La castità stessa, in qualche maniera, è un modo per custodire il corpo, per non violentarlo, perché questo corpo è per la gloria, perché questo corpo è per la liturgia celeste.


Su ciascuna di queste cose che vi ho detto ci sarebbe bisogno di restare una settimana, però può bastare questo piccolo assaggio. 

Magari se qualcuno di voi vuole approfondire, può leggersi per esempio Esistenza redenta (Edizioni Queriniana) di Boros di cui vi ho parlato, sono delle edizioni teologiche molto accessibili, come altri testi di approfondimento sulle realtà eterne.