lunedì 27 ottobre 2014

CREDO NELLA VITA ETERNA


CREDO LA VITA ETERNA

Noi la esprimiamo nel Credo in questa maniera: aspetto la resurrezione della carne e la vita del mondo che verrà

Cosa significa? Cosa crediamo? A cosa intendiamo aderire quando diciamo queste parole espresse anche in altra maniera, in simboli, cioè in formulazioni diverse del Credo

Come sempre scelgo la via induttiva, che è quella più efficace, cioè giungeremo alla verità annunciata dalla fede a partire dall’esperienza umana.

Ci sono tanti spiragli di eternità nella nostra vita; direi, soprattutto, quelli legati all’insoddisfazione. Guardiamo un po’ alle esperienze più belle, più alte, più significative della nostra vita – penso, per esempio, all’amore, penso all’amicizia, penso all’arte, penso all’essere famiglia – dove abbiamo grandi attese e puntualmente restiamo, non dico sconfitti, ma a dir poco insoddisfatti. 

Mi riferisco a quelli fra voi che sono sposati: quello che voi avete realizzato finora, era quello che avete sognato nel fidanzamento? 

Quello che ci aspettiamo da un incontro prima che avvenga e quello che realmente accade, da un bacio, da un abbraccio o da una cena con gli amici… L’attesa è più grande della realizzazione. Lo diceva già Leopardi, se avete ricordi scolastici, nel Sabato del villaggio, ma per altre motivazioni (non di fede):
Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 A dire, fuori metafora, per quelli che i versi non li ricordano più, perché queste cose non si imparano più a memoria: il sabato è più importante della domenica, l’attesa di un evento, di una festa, è più bello della festa stessa.

Cosa significa? Ci sono due letture a questo punto: una d’ordine pessimista, e cioè noi attendiamo delle cose e desideriamo delle cose irrealizzabili; ma c’è anche una lettura positiva: forse tu aspetti qualcosa di più grande che non si può realizzare qui.

Forse questo senso di insoddisfazione lo esprime di più la storia degli artisti. Un artista dipinge un quadro, pensiamo a Michelangelo Buonarroti alle prese con una delle sue tante Pietà oppure con il Mosè. Ha dato l’ultimo tocco di scalpello e la storia racconta che, guardandolo da lontano e vedendolo così perfetto, in un impeto di ira santa, l’artista disse: Perché non parli? Anche Michelangelo è rimasto deluso dalle sue opere. 

Noi le ammiriamo, ma un artista vero non dirà mai che la sua opera è bella. Dirà sempre: Volevo fare qualcosa di più bello, avevo in mente un verso, avevo in mente una sensazione… Sì, diciamo che questa è una prova, poi farò un’altra statua domani, poi tra dieci anni, poi tra vent’anni… 

Penso alla regista Cavani che, perlomeno per tre volte, si è cimentata sulla vita di San Francesco e ha dato tre versioni diverse di Francesco d’Assisi. Se noi andassimo a intervistarla – Liliana, in quale di queste tre ti sembra d’aver rappresentato al meglio Francesco? – ci risponderebbe: In nessuna. Sto pensando a un altro film (non so neanche se sia ancora viva…)!

Che significa che un artista non è mai soddisfatto della sua opera? – Lo stesso valga nell’amore, nell’amicizia, nella famiglia, nei figli, nella professione – Significa che in noi c’è un’attesa esorbitante di amore nelle relazioni, di perfezione, di bellezza nell’arte, di pienezza di vita nella realizzazione professionale, affettiva… 

E chi ce l’ha messo dentro questo desiderio così grande? La risposta è: Colui che ci ha creati. Sant’Agostino, sintetizzando quello che sto tentando di dirvi in una maniera molto pedante, dice: Signore, ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.

Domanda: Ma quando il nostro cuore riposerà in Dio? Risposta: nell’eternità.


Potrei continuare a lungo, facendo riferimento alla vita in questo ragionamento induttivo, per dire come ci sono attese esorbitanti nella nostra vita che un credente legge come voglia di Dio o voglia di eternità. Tutto questo noi, nella fede, lo indichiamo con “vita eterna”. E aspetto la resurrezione della carne e la vita del mondo che verrà

Perché la vita vuole vivere; anche l’anziano non vuole morire, anche se ha cento anni, anzi, succede l’esatto contrario: è più facile che un giovane si giochi la vita, magari sul motorino a velocità esorbitante, che non un anziano. 

L’anziano è più attaccato alla vita rispetto al giovane. Significa che la vita vuole vivere. In questo istinto di sopravvivenza c’è una stilla di eternità, significa che nessuno vuole morire, significa che la morte è un assurdo, anche a 110 anni. 

Tutto questo la fede lo assume e ce lo ripresenta in questo Tempo Pasquale che stiamo vivendo, come “credi” nella Resurrezione di Gesù. Tutti eravamo condannati a morte – e a una morte definitiva – ma il Figlio di Dio incarnato viene ad assumere la morte per farla scoppiare. 

Voi direte: Ma la morte ci sta ancora! Sì, ma è solo un’apparenza, è solo – a volte dico – la facciata di un palazzo dietro cui non c’è più nulla: una volta varcata la soglia della morte, uno si ritrova nella vita che ha sempre desiderato, cioè intensa, vera, bella, piena di bellezza, dove non esiste difficoltà.

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