mercoledì 15 ottobre 2014

DIO E L'INFERNO


DIO E L'INFERNO

 Molti rifiutano Dio a causa dell’inferno e pongono un dilemma apparentemente insolubile: o un Dio-Amore che esclude l’inferno o un inferno che esclude Dio. E ancora: se Dio è amore, l’inferno è impensabile, assurdo. 

Che significato potrebbe avere, nel regno di un siffatto Dio, la permanenza eterna di una infelicità assoluta di uomini risorti? La chiave per la soluzione di questo problema, come di tutti i problemi della fede, è il dogma principale: "Dio e amore". Esiste l’inferno solo in questa luce.

    I testi della Scrittura non possono contraddire l’affermazione dell’amore assoluto, universale e perpetuo di Dio per ogni uomo, senza mandare in pezzi il vangelo, Cristo e lo stesso Dio.

    Dio non vuole l’inferno. Ma Dio è talmente signore dell’amore che può dare agli angeli e agli uomini una vera libertà, anche quella di rifiutarlo. L’uomo può ostinarsi a non amare. L’idea dell’inferno mette in evidenza esattamente questa possibilità. 

"Il dogma dell’inferno significa che la vita dell’uomo è sotto la minaccia della possibilità reale d’un fallimento eterno, giacché l’uomo può disporre liberamente di sé e può quindi rifiutarsi in piena libertà a Dio. 

Questa possibilità per l’uomo si concretizza realmente e in quali proporzioni? Per rispondere a questi interrogativi, non possiamo appellarci alla rivelazione né alla decisione del magistero della Chiesa" (Karl Rahner).

    Da una parte, la realtà indiscutibile dell’amore di Dio e della libertà dell’uomo non ci permette di affermare che non ci sono dei dannati. 

Dall’altra, l’esistenza anche di un solo dannato ci appare come uno scandalo, e per Dio più ancora che per noi. In realtà, fra l’inferno possibile e quello effettivo, Dio s’interpone con tutta la potenza del suo amore, con la potenza della morte e della risurrezione di Cristo.
    Rileggiamo, più col cuore che con gli occhi, questi testi del Nuovo Testamento: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,17); "Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo" (Gv 12,47); "Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13); "Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi" (Rm 5,6); "Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8).

    Dio ci comanda di perdonare "settanta volte sette" ossia all’infinito (Mt 18,22), di porgere l’altra guancia (Lc 6,29) perché egli per primo ha fatto così. Un uomo diventa ateo quando gli viene presentato un Dio meno buono di lui. E ne ha tutte le ragioni. Dio non cessa di essere Amore perché, per una inaudita aberrazione, alcune creature rifiutano che egli sia tale.

Dio è amore che infinitamente si dona anche se l’uomo fa di lui l’amore rinnegato per sempre. Il rifiuto di essere amati non intacca in Dio il potere di amare; può minare l’amore nei suoi effetti, ma non nella sua sorgente.

    L’inferno, come rifiuto assoluto d’amare, esiste sempre da una sola parte: dalla parte di chi lo crea continuamente per se stesso. 

È divinamente impossibile che Dio possa minimamente cooperare a questa aberrazione. 

Se quindi ci può essere un contraccolpo in Dio dall’esistenza dell’inferno, tale contraccolpo può essere solo di dolore e di sofferenza infinita e non di compiacimento o di vendetta e di rivalsa per il suo amore rifiutato e tradito. Il dolore di Dio è qui insondabile quanto il suo amore.


    Il nostro dolore di fronte all’inferno, non è che un’eco del suo stesso dolore; il nostro scandalo non è che una pallidissima immagine del suo. L’inferno è in Dio l’inguaribile ferita che autentica per sempre l’amore infinito.

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