sabato 11 ottobre 2014

GESU' SOLIDALE CON GLI ULTIMI



Gesù solidale con gli ultimi

Il criterio di distinzione fra pecore e capri, fra il grano e la zizzania, fra pesci buoni e cattivi, fra chi ha speso bene i talenti della propria vita e chi li ha sciupati, è l’essere stati solidali con i bisognosi. 

Il loro elenco, presentato dal re-giudice, comprende gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati, che esemplificano tutte quelle situazioni di povertà, emarginazione, e oppressione che devono essere assunte da chi vuole avere parte al Regno eterno. 

Significativo lo stupore di chi, avendo servito o meno i bisognosi, viene chiamato o allontanato come se lo avesse fatto a Cristo: il suo legame col povero è così profondo da essere un’unica persona. 

Accogliendo o rifiutando i più indigeni, nella quotidianità della vita, si accoglie o si rifiuta Cristo stesso. Soccorrere i poveri è aiutare Dio stesso. Gesù è l’identificazione di Dio e del povero.

Le opere di misericordia indicate, già presenti anche nell’antico testamento, come ad esempio in Giobbe (22,6-7) e Tobia (4,16), sono cose semplici, che si possono compiere tutti i giorni, che si avvicinano a quello che ha fatto Gesù e indicano il comportamento di solidarietà che la comunità cristiana deve avere verso i piccoli e gli ultimi.

La sofferenza dell’uomo e i bisogni del povero non lasciano mai indifferente Gesù, che indica anche al discepolo lo stesso atteggiamento di attenzione e vicinanza solidale. 

Se Gesù sfama moltiplicando i pani, a chi crede in lui chiede di condividere quello che ha; se il Maestro guarisce limando la malattia, al discepolo chiede di condividere la sua compassione andando a visitare chi è solo e sta male, per stargli accanto e servirlo, sapendo che Cristo se identifica con lui.

Nell’epoca delle grandi potenzialità di comunicazione, mentre si disegnano sofisticati progetti finanziari, c’è il rischio che la vecchietta della porta accanto muoia lentamente di solitudine; mentre negli ambienti riscaldali delle strutture parrocchiali si discute di nuove strategie pastorali, nel parco vicino gli immigrati dormono all’aperto riparati dai rami del boschetto e dai cartoni del supermercato.

Occorre fissare lo sguardo su Gesù non per un giudizio estetico o per riflessioni mistiche tranquillizzanti, ma per copiarlo.

La strada teologica più sicura è quella cristologia: bisogna guardare Gesù per conoscere Dio e capire la sua natura divina, ma ciò è possibile solo sintonizzandosi sulla lunghezza d’onda dell’amore, perché Dio è Amore e solo chi sperimenta l’amore nella concretezza della vita può entrare dentro il mistero di Dio.
La Bibbia individua nel peccato di idolatria la causa di molte emarginazioni: rifiutando Dio, il suo posto viene occupato da cose ritenute più utili e più importanti. 

Questi nuovi idoli diventano causa di disgregazione morale e di emarginazione sociale: l’uomo prende il posto di Dio e il possesso delle cose viene prima della dignità delle persone.

L’amore di Cristo verso i peccatori, i poveri e gli emarginati è l’affermazione della dignità dell’uomo creato a immagine di Dio ed è segno dell’amore di Dio, annunciato con le parabole (cfr Lc 15) e reso visibile dal comportamento di Gesù. 

L’accoglienza di Gesù verso i peccatori arriva fino all’amicizia, a condividere la mensa e a far festa con loro: “ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,34). 

La scelta dei poveri deve portare alla condivisione della loro situazione e non può essere una scelta di tornaconto: “quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,13).

Il discepolo e la Chiesa devono vivere la solidarietà e il servizio per affermare la propria fede in un Dio che è amore, per esprimere la consapevolezza della dignità dell’uomo e per vivere la sequela di Gesù che ha amato i poveri e i peccatori.


Senza condivisione con i bisogni dei poveri anche la fede può ridursi a un paravento e la religione può trasformarsi in magia o autogiustificazione (Gc 1,27-2,13)

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