venerdì 24 ottobre 2014

INFERNO VUOTO



INFERNO VUOTO


Uno dei teologi del Novecento ha avuto un’intuizione molto bella dicendo: L’inferno c’è, ma è vuoto. 

A dire: io ci credo, ci sta, ma è vuoto. 

Anche questa è un’ipotesi, ma cancellarlo significa dire ipso facto: ma perché state qui a sentire con sacrificio il Vescovo che sta argomentando e non ve ne andate in pizzeria, non andiamo a goderci la vita…

Invece siamo qui, in qualche maniera, a preparare il nostro futuro perché – e anche questo vorrei che vi restasse impresso – quello che facciamo qui nel tempo ha un’eco di eternità, in bene e in male. 

Quello che facciamo qui nel tempo ha un’eco di eternità. Allora anche le cose più piccole in bene che faccio, Dio le scrive nel Suo libro della Vita, e domani ritroverò la mia vita bella e dirò: 

È stato bello essere nel grembo della terra in gestazione per 10, 20, 50, 60, 80, 100, 110 anni e mi sono industriato con la vita della Chiesa, con l’aiuto della Parola, con l’aiuto dei Sacramenti, con l’aiuto della preghiera, mi sono industriato ad allenarmi per questo parto che adesso finalmente mi espelle non dalla vita, ma dalla morte.


Per cui che c’è oltre? C’è il paradiso e c’è l’inferno. L’inferno deve esserci, altrimenti non c’è più la libertà. 

Un Vescovo teologo, Monsignor Maggiolini, docente all’Università Cattolica, scrisse un libro molti anni fa, quando io ero giovane prete, dal titolo Apologia del peccato. Come titolo è un po’ provocatorio: perché un teologo difende il peccato? 

Perché se non c’è la possibilità di peccare, io non sono libero, e dunque non ha senso neanche il bene che io faccio, perché lo faccio per costrizione, non lo scelgo. 

Tra queste due realtà, inferno e paradiso, la Chiesa contempla uno stato per così dire intermedio – ma non pensate per favore all’inferno, purgatorio e paradiso dantesco, che è una fictio letteraria – dove è possibile essere purificati per quelle scorie che rimangono, dice la fede, anche dopo una confessione sacramentale. 

Questo stadio non è un luogo, può essere anche un istante, non è neanche un tempo (“cento giorni di indulgenza”, “cinquant’anni di purgatorio”, no, sono immagini nostre), può essere anche un istante il purgatorio, cioè l’istante in cui io guardo Dio – e sarà per tutti così – lo vedo così bello, mi ci lancio, ma poi mi sento anche impreparato, mi sento anche con gli abiti laceri e allora quell’istante in cui dico: è bello, vorrei abbracciarti, ma sento d’essere sporco, quell’istante può chiamarsi purgatorio. 

Noi interveniamo in questo istante, quando preghiamo per i nostri defunti. 

Interveniamo in questo istante quando celebriamo una messa, anche dopo 50’anni, perché per Dio non c’è tempo, Dio è fuori del tempo e quindi la messa che tu hai celebrato dopo 50’anni per una persona defunta ha già avuto effetto nell’attimo in cui era in questa situazione di imperfezione e aveva bisogno di un aiuto, aveva bisogno di una preghiera, aveva bisogno della preghiera per eccellenza che è il sacrificio eucaristico.

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