venerdì 10 ottobre 2014

LO STORPIO DELLA PORTA BELLA



Lo storpio della porta “Bella”

Lo storpio dalla nascita, che viene portato ogni giorno alla porta “Bella” del tempio per chiedere l’elemosina, rappresenta l’uomo che dipende totalmente dagli altri e manifesta questa dipendenza tendendo la mano. 

I due apostoli Pietro e Giovanni stanno per entrare nel tempio per la preghiera vespertina. La porta del tempio costituisce “un buon semaforo” per lo storpio: di lì passa tanta gente e, di solito, chi va a pregare ha il cuore ben disposto verso il povero. 

Pietro, quando vede il bisognoso, si ferma: è una scelta di condivisione della situazione di immobilità dello storpio che, a causa del suo handicap, non può muoversi. 

In quel momento l’incontro con il povero è più importante della preghiera. Poi si rivolge a lui dicendo: “Guarda verso di noi”. Per stabilire una relazione occorre guardarsi negli occhi, la situazione di bisogno non diminuisce la pari dignità di persone.

A questo punto lo storpio rimane deluso dalle parole di Pietro: “Non possiedo né argento né oro” /At 3,6). 

Le premesse sembravano poco allettanti; due persone gentili, purtroppo senza denaro. Ma Pietro continua: “quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6).

Gesù è un “nome” che salva; Pietro trasmette una Parola potente, che trasforma la vita e rinvigorisce le caviglie dello storpio, che può balzare in piedi e seguire gli apostoli nel tempio: saranno arrivati un po` dopo, ma con un fedele in più!

Nel comportamento di Pietro e di Giovanni è tratteggiata l’icona della Chiesa: disponibili a fermarsi, a condividere la situazione di bisogno, a guardare negli occhi lo storpio, a dialogare con lui, ad allungare la mano per aiutarlo ad alzarsi e a donargli la Parola che guarisce fisicamente e salva.

I poveri di oggi sono gli anziani soli, i malati mentali, gli immigrati, i poveri di pane ma anche di senso della vita e di amore. 

“Per superare la mentalità individualistica, oggi diffusa, si richiede un concreto impegno di solidarietà e di carità, il quale inizia all’interno della famiglia col mutuo sostegno degli sposi e poi, con la cura che le generazioni si prendono l’una verso l’altra” (CA 49: EV 13/233).

La comunità cristiana deve conoscere i poveri, entrare in rapporto con loro, donare tutto quello che ha perché la liberazione sia integrale; deve essere loro voce profetica, perché “il rispetto della persona umana va oltre l’esigenza di una morale individuale e si pone come criterio basilare, quasi pilastro fondamentale, per la ristrutturazione della società stessa, essendo la società finalizzata interamente alla persona (ChL 39: EV 11/1777).


Oltre a dare da mangiare e da bere occorre denunciare tutto ciò che provoca fame, sete e povertà. La solidarietà ha bisogno di carità e di giustizia.

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