domenica 30 novembre 2014

I TRE STATI DELLA CHIESA


I tre stati dell'unica e indivisibile Chiesa


Questo Corpo Mistico, tuttavia, non è costituito soltanto dalla Chiesa visibile, pellegrina sulla Terra.

Come ci spiega padre Monsabré, essa "non è che una porzione della vasta assemblea nella quale si applicano diversamente gli effetti della Redenzione; 

essa ingloba anche la Chiesa Trionfante e la Chiesa Sofferente".

La Chiesa Trionfante è la porzione del Corpo Mistico che già si trova nell'eterna beatitudine, termine finale del nostro cammino. 

Poiché sta presso il trono di Dio, quest'assemblea di Eletti prega costantemente per i suoi fratelli che ancora peregrinano nel mondo.

Si denomina Chiesa Sofferente l'insieme di fedeli che soffrono nel Purgatorio, espiando le loro colpe e purificando le loro viste spirituali per incontrarsi con Dio.

E noi che, in questa valle di lacrime, lottiamo per conquistare, con i meriti infiniti di Nostro Signore, la corona di gloria, costituiamo la Chiesa Militante (Ecclesia Militans), secondo il termine classico, che mette in risalto la necessità di combattere in questa vita il peccato e le cattive inclinazioni.


Questi tre stati dell'unica e indivisibile Chiesa Cattolica sono strettamente uniti tra loro, come ben sottolinea il Concilio Vaticano II: 

"Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt 25, 31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (cfr. 1 Cor 15, 26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla Terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria contemplando ‘chiaramente Dio uno e trino, qual è'; 

tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. 

Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4, 16)".3

sabato 29 novembre 2014

LA BEATITUDINE CELESTE SCENDE A NOI



La beatitudine celeste scende fino a noi

Per spiegare il rapporto tra i membri della Chiesa Militante e quelli della Trionfante, padre Monsabré ricorre a un'espressiva allegoria:

"In relazione alla Chiesa Trionfante, la Chiesa Militante è in condizioni analoghe a quelle di un esercito che combatte lontano dal suo Paese, nel quale tutto è ordine, riposo e prosperità. 

Come potrebbe non mantenere questo esercito gli occhi rivolti alla Patria, da dove attende i mezzi e rinforzi necessari per portare a buon fine la sua ardua campagna? 

E, d'altra parte, potrebbe la Patria, per usufruire di una felicità egoista, disinteressarsi delle fatiche e sofferenze di questi valenti figli che si battono per l'onore nazionale? 

Sarebbe possibile che non ci fosse tra l'esercito e la nazione, un'intima solidarietà, espressa da un fiducioso e generoso scambio di preghiere e di premure, di voti e di benefici, fino al giorno in cui i soldati vittoriosi sfilano in trionfo tra la moltitudine dei loro concittadini i cui cuori stavano con loro nella terra straniera?"

Così, la Chiesa pellegrina sulla Terra implora e spera dalla Patria Celeste una sua efficace assistenza, affnché un giorno possa anche lei trionfare. 

Grave errore sarebbe pensare che, nell'eterna gloria, i Beati si siano dimenticati dei loro fratelli sulla Terra. Del tutto al contrario, "essi conoscono più di noi le nostre necessità e, ancor prima che arrivi loro la nostra preghiera, sono stati preparati da Dio ad ascoltarla ed esaudirla".

Questa certezza di un ausilio continuo deve incoraggiarci e, più ancora, farci esultare di gioia. Poiché sappiamo che, in mezzo alle difficoltà quotidiane, abbiamo intercessori che vegliano in ogni istante su di noi. 

"La nostra debolezza è così grandemente aiutata dalla loro sollecitudine di fratelli" - insegna il Concilio Vaticano II.

Tuttavia, se la Chiesa pellegrina trae beneficio dall'intercessione dei beati, anch'essa ha una responsabilità e un obbligo: 

dobbiamo pregare per coloro che si sono addormentati nella pace del Signore, ma ancora non godono della visione beatifica, le anime dei fedeli defunti che si trovano nel Purgatorio.


"Relitti salvati dal furore di un mare fecondo in naufragi, reclute dell'esercito celeste, che portano nel loro volto profondamente triste e tranquillo il marchio della Chiesa da cui sono usciti e di quella nella quale entreranno, i membri della Chiesa Sofferente sono oggetto delle tenerezze della Terra e del Cielo. 

Come l'infelice Giobbe, essi ci chiamano: ‘Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici!' (Gb 19, 21). 

Noi preghiamo per loro. Unendo la loro potente voce alla nostra, gli Eletti ci offrono - del tesoro della misericordia divina che essi hanno arricchito con i loro meriti - la consolazione, la rappacificazione, la liberazione".

venerdì 28 novembre 2014

LEGGI CHE REGOLANO IL RAPPORTO



Leggi che regolano questo rapporto

Questa sinfonia prodotta dallo scambio di beni e intercessioni tra la Chiesa Trionfante, Militante e Sofferente è retta da due leggi strettamente vincolate alla natura del Corpo Mistico.

 La prima è la legge dell'unità: "Quanto più perfetta è l'unità, più facile, pronta e abbondante sarà la comunicazione di beni", spiega Monsabré. 

Questo principio così ovvio dell'ordine naturale si applica con proprietà ancora maggiore nell'ordine soprannaturale. 

In questo modo, quanto più staremo uniti con Cristo e con la Chiesa, più ci beneficeremo della Comunione dei Santi.

La seconda è così formulata dal teologo domenicano:

 "Gesù Cristo, principio dell'unità, mantiene sotto la sua dipendenza, la circolazione  dei beni spirituali comunicati a ognuno dei membri del suo Corpo Mistico".

Perché la Chiesa, come insegna il Catechismo, "non è solamente congregata intorno a Lui; è unificata in Lui, nel suo Corpo".

Stando così le cose, spetta a noi un unico atteggiamento: 

cercare di star sempre più uniti al Divino Salvatore e alla sua Chiesa attraverso l'orazione, sforzandoci di vivere secondo i Comandamenti e ricorrendo con frequenza ai Sacramenti, principalmente a quello dell'Eucaristia, nella quale riceviamo Gesù Cristo stesso, fonte di tutte le grazie.

La Chiesa è l'assemblea di tutti i Santi: quelli del Cielo, quelli del Purgatorio e quelli della Terra. 

"La Comunione dei Santi è precisamente la Chiesa", afferma il Catechismo. 

E spiega che "il termine Comunione dei Santi ha due significati intimamente connessi: ‘comunione tra le cose sante' (sancta) e ‘comunione tra le persone sante (sancti)".

E subito dopo aggiunge: "‘Sancta sanctis! (Tutto è santo per i santi)': 

così proclama il celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell'elevazione dei Santi Doni prima del servizio della Comunione. 

I fedeli (sancti) sono alimentati dal Corpo e Sangue di Cristo (sancta), per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo".


Quali sono queste "cose sante" messe in movimento nella vita del Corpo Mistico? 

Il Catechismo ci indica la comunione nella Fede, dei Sacramenti, dei carismi, dei beni terreni e della carità. E padre Monsabré le riassume in tre categorie di beni: 

le buone opere, le grazie e i meriti.

giovedì 27 novembre 2014

RICORRIAMO ALLE ORAZIONI DEI SANTI


Ricorriamo alle orazioni dei Santi

Le grazie - intese come l'insieme di favori e benefici che ci sono offerti dalla vita soprannaturale - circolano per via dell'intercessione, spiega il dotto domenicano.

Infatti, insegna il Concilio Vaticano II: 

"È quindi sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo, che sono anche nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio, "rivolgiamo loro supplici invocazioni e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale è il nostro solo Redentore e Salvatore". 

Infatti ogni nostra vera attestazione di amore fatta ai tanti, per sua natura tende e termina a Cristo, che è "la corona di tutti i santi" e per lui a Dio, che è mirabile nei suoi santi e in essi è  glorificato".


La circolazione delle grazie per tutta la Chiesa è in certo modo completata da un altro insieme di beni: 

i meriti. È vero che, in quanto ordinato alla beatitudine, il merito è strettamente personale.

Tuttavia, i meriti provenienti dalla pratica di buone opere sono sempre accompagnati da una virtù espiatoria destinata a diminuire il debito delle pene imposte dalla giustizia divina.

Quanto più penose sono le nostre buone opere, più sono imbevute della virtù espiatoria. E quanto più progrediamo nelle vie del bene, più diventa comunicabile agli altri questa forza espiatoria proveniente dai nostri atti, di cui ormai non abbiamo bisogno.

Padre Monsabré illustra questa dottrina con un suggestivo esempio: "Due uomini sono ugualmente sprovvisti di beni, ma uno di loro è pieno di debiti, l'altro invece ne è completamente libero. 

Entrambi si lanciano al lavoro con lo stesso ardore, in esso spendono i loro giorni, le loro energie, le loro vite. E sono ricompensati dallo stesso sorriso della fortuna. Giunti al termine dei loro sforzi, sono i due ugualmente ricchi? No. Il primo si è liberato appena dei suoi debiti; il secondo possiede tutto il frutto dei suoi lavori e può beneficiare generosamente i bisognosi".


Questi due uomini rappresentano il peccatore e il santo. 

Non avendo bisogno di espiare se non piccole colpe, il santo accumula meriti che possono esser applicati a beneficio di quelli che ancora si trovano indebitati.

L'insieme di questi meriti è denominato il Tesoro della Chiesa.

In questo tesoro sono messi a nostra disposizione i meriti infiniti di Nostro Signore che, "da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (II Cor 8, 9).

mercoledì 26 novembre 2014

L'OBBLIGO DI DARE BUONI ESEMPI


L'obbligo di dare buoni esempi

Grazie e meriti vengono seguiti da un terzo gruppo di beni: le buone opere, che sono messe in circolazione nella Comunione dei Santi con la via dell'esempio e dell'imitazione.

Abbiamo, in primo luogo, il supremo esempio di Cristo, il quale Si è fatto uomo e ha percorso il cammino che ci ha indicato. 

Sotto di Lui, ma incomparabilmente al di sopra di tutti i Beati, quello della Madonna. E quello dei Santi, vere stelle che ci indicano la strada da seguire per arrivare alla gloria celeste.

Tuttavia, quest'ultimo gruppo di doni della Comunione dei Santi implica un impegno di tutti noi, membri del Corpo Mistico: 

abbiamo anche noi l'obbligo di dare buoni esempi. 

La nostra vita intera deve essere un riflesso di quello in cui crediamo. 

Pertanto, i nostri atti sono molto più importanti di quanto possano sembrarci. 

Infatti, oltre a incrementare il Tesoro della Chiesa, devono servire da potente stimolo perché gli altri pratichino il bene.

"Oh! Che mondo meraviglioso quello della Comunione dei Santi!". 

Ben può essere nostra questa esclamazione di Papa Paolo VI, poiché la considerazione di questa verità di Fede apre davanti a noi un grandioso panorama: il più insignificante dei nostri atti, realizzato nella carità, si trasforma in profitto di tutti i fedeli, vivi o defunti; e, in senso contrario, ogni peccato pesa negativamente su questa comunione.

Ci insegna l'Apostolo: "Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso" (Rm 14, 7). E specifica: 

"Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui" (I Cor 12, 26).

Non siamo, pertanto, soli nella strada verso il Cielo: i Santi ci accompagnano nelle nostre difficoltà. 

Cerchiamo di beneficiarci sempre più con questo magnifico tesoro, senza dimenticarci che abbiamo anche un dovere verso la Chiesa. 

Potremo così proclamare non solo con le labbra ma, soprattutto, con la vita: "Credo nella Comunione dei Santi!" (Rivista Araldi del Vangelo, Agosto/2013, n. 124, p. 18 a 23).

Il Simbolo degli Apostoli lega la fede nel perdono dei peccati alla fede nello Spirito Santo, ma anche alla fede nella Chiesa e nella comunione dei santi. Proprio donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, Cristo risorto ha loro conferito il suo potere divino di perdonare i peccati: 

« Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23).


(La seconda parte del Catechismo tratterà esplicitamente del perdono dei peccati per mezzo del Battesimo, del sacramento della Penitenza e degli altri sacramenti, specialmente dell'Eucaristia. 

martedì 25 novembre 2014

UN SOLO BATTESIMO X IL PERDONO



Nostro Signore ha legato il perdono dei peccati alla fede e al Battesimo: 

« Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo » (Mc 16,15-16). 

Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati perché ci unisce a Cristo messo a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione, affinché « anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,4).

« La remissione dei peccati nella Chiesa avviene innanzi tutto quando l'anima professa per la prima volta la fede. 

Con l'acqua battesimale, infatti, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa — né originale né ogni altra contratta posteriormente — e viene rimessa ogni pena da scontare. 

La grazia del Battesimo, peraltro, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è quasi nessuno » che non debba lottare « contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato ».

In tale combattimento contro l'inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita del peccato? 

« Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. 

Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all'ultimo giorno della vita ».

È per mezzo del sacramento della Penitenza che il battezzato può essere riconciliato con Dio e con la Chiesa:


« I Padri hanno giustamente chiamato la Penitenza "un Battesimo laborioso". 

Per coloro che sono caduti dopo il Battesimo questo sacramento della Penitenza è necessario alla salvezza come lo stesso Battesimo per quelli che non sono stati ancora rigenerati ».

lunedì 24 novembre 2014

IL POTERE DELLE CHIAVI



Il potere delle chiavi

Cristo dopo la sua risurrezione ha inviato i suoi Apostoli a predicare « nel suo nome [...] a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati » (Lc 24,47). 

Tale « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18) non viene compiuto dagli Apostoli e dai loro successori solamente annunziando agli uomini il perdono di Dio meritato per noi da Cristo e chiamandoli alla conversione e alla fede, ma anche comunicando loro la remissione dei peccati per mezzo del Battesimo e riconciliandoli con Dio e con la Chiesa grazie al potere delle chiavi ricevuto da Cristo:

La Chiesa « ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati ». 

Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. « Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono ».

Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato.

La catechesi si sforzerà di risvegliare e coltivare nei fedeli la fede nella incomparabile grandezza del dono che Cristo risorto ha fatto alla sua Chiesa: la missione e il potere di perdonare veramente i peccati, mediante il ministero degli Apostoli e dei loro successori.

« Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano i più ampi poteri; vuole che i suoi servi facciano in suo nome ciò che faceva egli stesso, quando era sulla terra ».

I sacerdoti « hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. [...] Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù ».

Se nella Chiesa non ci fosse la remissione dei peccati, « non ci sarebbe nessuna speranza: nessuna speranza di una vita eterna e di una liberazione eterna. Rendiamo grazie a Dio che ha fatto alla sua Chiesa un tale dono ».

Proprio su questo aspetto della fede cristiana riguardante “la remissione dei peccati” c’è, oggi, una grande difficoltà. L’uomo moderno, a cui è rivolto il vangelo della remissione dei peccati, ha grandi difficoltà ad ascoltare questo vangelo. Partire da qui ce lo impone la svolta antropologica che caratterizza da anni la nostra catechesi e tutto il discorso cristiano.


L’uomo moderno fa difficoltà ad accogliere il discorso cristiano sulla remissione dei peccati perché l’idea di peccato gli pare sostituire il diritto di un altro, il diritto di Dio sulla sua coscienza; e  l’idea di perdono gli sembra lo mantenga in una posizione di dipendenza, di non autonomia. 

L’uomo moderno non riconosce debiti: questa è la radice culturale che gli rende difficile riconoscere sia la grazia, sia il peccato. 

Questa sensibilità è il frutto di tutta la storia moderna, caratterizzata dalla ricerca dell’autonomia: dalla rivoluzione scientifica partita nel ‘600 che definisce l’uomo per la sua appartenenza all’universo, al cosmo e alle sue regole (Galileo) e al mondo dei viventi (Darwin); 

alla rivendicazione della sua età adulta e al ragionare da sé (Kant e illuminismo nel ‘700); alla liberazione dalla tutela religiosa fatta oggetto di sospetto (Marx, Nieztsche, Freud nell’’800); 

alla terribile esperienza del ‘900 in cui lo spettacolo di violenze e carneficine inimmaginabili fa crollare l’idea di un ordine stabilito da Dio e suscita l’obiezione del male (Camus). Questo è il clima culturale nel quale i cristiani oggi devono parlare del peccato e della remissione dei peccati. 

domenica 23 novembre 2014

PECCATO CENTRO DEL PROBLEMA RELIGIOSO


PECCATO CENTRO DEL PROBLEMA RELIGIOSO

Siamo, con il peccato, al centro del problema religioso del nostro tempo, dell’interpretazione del cristianesimo dopo l’era della secolarizzazione e del secolarismo. 

E’ una situazione di crisi profonda che riguarda, insieme, la nostra civiltà e la nostra Chiesa. 

E’ questa difficoltà dell’uomo moderno a riconoscere il peccato e il perdono che spiega, alla radice, anche le difficoltà della pratica cristiana della confessione o riconciliazione.

Ma cos’è che rifiuta la coscienza moderna? 

Il peso di un senso di colpa che sottomette l’uomo al dominio e alla paura di Dio e gli impedisce di essere padrone di se stesso e del suo mondo. 

L’uomo moderno sente istintivamente una contrapposizione tra le pretese religiose e la difesa della dignità dell’uomo. Ma è questa l’idea cristiana? O non è piuttosto la concezione religiosa ancestrale?

L’idea corrente del peccato è legata spesso al senso religioso primitivo del sacro e del divino. 

Essa traduce la coscienza di aver violato l’ordine e gli interdetti posti dagli dei sulla natura e sui viventi. 

Fin tanto che la divinità è sentita come legata alle forze della natura, l’uomo è continuamente esposto al pericolo di invadere il “campo” degli dei. 

Di infrangere le loro leggi, di offendere il loro onore; egli vive con il timore di essere sempre in una situazione di trasgressione,di disobbedienza, di debito nei confronti degli dei; 

porta in sé un senso di angoscia e di colpa, di paura della maledizione e della condanna. 

Quest’idea di peccato veicola l’immagine di un Dio dominatore, collerico, vendicatore, preoccupato anzitutto di far rispettare l’ordine che lui ha messo in ogni cosa, geloso del fatto che l’uomo entri nel suo campo. 

E’ un Dio concepito a immagine del padre di famiglia dispotico,tipico delle società patriarcali…


La mentalità di noi cristiani di oggi – e soprattutto del nostro cattolicesimo debitore di una religiosità tradizionale – è segnato profondamente da questo sottofondo religioso arcaico, che si mescola confusamente con la cultura “moderna”. 

E’ importante discernere questi elementi della coscienza anche cristiana, e soprattutto è urgente recuperare, nel nostro discorso sul peccato e sul perdono, la logica e la dinamica della rivelazione cristiana.

sabato 22 novembre 2014

REMISSIONE DEI PECCATI E DINAMICA RIVELAZIONE


Remissione dei peccati e dinamica della rivelazione


L’uomo biblico non è indenne da questa religiosità arcaica, che viene però rielaborata all’interno dello sviluppo dello yahvismo mosaico che introduce la fede in un Dio unico e creatore. 

L’idea o la rivelazione di Dio ha una storia: la Bibbia è il più bel racconto su Dio; è il racconto del volto di Dio e dei suoi rapporti con l’uomo; 

e quindi del peccato e del perdono. Tutto ciò che la Bibbia assume dalla religiosità arcaica viene reinterpretato e ritrascritto nel quadro di una “Legge” e di una Alleanza che trasforma in profondità il senso del peccato e più in generale delle relazioni tra Dio e l’uomo. 

La Legge che Dio dona all’uomo determina il peccato attraverso delle proibizioni precise, di cui si mostra la natura e la gravità, e che vengono accompagnate da pene proporzionate; il peccato viene liberato dalla confusione di un sacro informe e viene riferito alla responsabilità degli atti individuali. 

E inoltre; accanto alle molte prescrizioni di ordine cultuale e religioso, ci sono – con un rilievo centrale – i comandamenti morali riguardanti le relazioni fondamentali tra le persone (Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare…); 

e riletture successive metteranno sempre più l’accento sul diritto dell’altro e soprattutto del più debole, sul rispetto della persona come tale, sulla responsabilità di ciascuno. 

Inquadrato nella Legge e nei rapporti interpersonali, il peccato è visto sullo sfondo dell’Alleanza, è posto nell’ordine trascendente dei rapporti tra l’uomo e Dio. 

Il peccato costituisce una rottura della comunione di vita tra Dio e il suo popolo, stabilita dall’alleanza.

Il peccatore prende sempre più coscienza del carattere morale del peccato (come rifiuto della fraternità e della giustizia) e del suo carattere teologale insieme:come infedeltà a Dio, come rifiuto della sua alleanza e della sua promessa, come ingratitudine alla sua grazia e alla via che egli ci pare verso  la libertà. 

La legge non ricopre più l’immagine di un Dio dominatore; essa fa entrare in un processo di liberazione e di gratitudine. 

Israele viene così introdotto nell’esperienza di nuove relazioni con il suo Dio: un Dio preveniente che conduce il suo popolo alla libertà, un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia (Es 34,6). 

Anche se si sente sempre minacciato dalla vendetta divina, egli scopre che il perdono prevarrà sempre in Dio sulla collera. Nel regime dell’alleanza si fa luce una nuova immagine di Dio, nell’esperienza alternata del peccato e del perdono.


S. Paolo paragonerà la condizione dell’uomo sotto la Legge a quella di un bambino sotto tutela, che attende la sua emancipazione per entrare nella condizione di “libero”, di figlio (Gal 4,1-3). 

E’ vero che Israele, nel corso di una lunga storia di disastri politici e militari ha avuto continuamente il sentimento di essere castigato a causa delle sue infedeltà all’alleanza; 

ma, istruito dai profeti, esso ha compreso che questi castighi non sono dovuti alla collera e alla vendetta di Dio, ma alla bontà di un padre che corregge i suoi figli; e, pentendosi dei suoi errori di gioventù, si sente consolato dall’amore debordante del suo Dio: “Ti mi hai castigato e io ho subito il castigo come un giovenco non domato” dice a Yahvé; e questi risponde: 

“Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? 

Infatti dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,18-20). 

Così vissuta l’esperienza del peccato, del pentimento e del perdono diventa una scuola di libertà e l’uomo vi impara a scoprire un po’ alla volta la figura del Padre che Dio rivelerà pienamente in Gesù. 

L’uomo accede alla sua più profonda umanità e alla sua vera libertà accogliendo la rivelazione che Dio è amore e grazia.