lunedì 3 novembre 2014

CATECHESI DEI PADRI



Catechesi dei Padri


Le istanze di Gnostici, Neoplatonici e Manichei obbligarono i Padri della Chiesa a difendere il dogma della risurrezione in base ai testi biblici citati. 

Gli Apologisti furono instancabili: la cultura platonizzante, col suo ostinato rifiuto della materia, diede filo da torcere fino a tutto il Medioevo... 

Il pubblico dei dotti poté leggere lucide e convincenti monografie di alcuni impegnati nella lotta (Giustino, De resurrectione, Atenagora, De resurrectione mortuorum, Tertulliano, De carnis resurrectione, S. Metodio, De resurrectione, Gregorio Nisseno, De anima et resurrectione, G. Crisostomo, De resurrectione homilia, Agostino, De cura pro mortuis gerenda...) 

Al riguardo, la professione di fede nel dogma era tanto più vigorosa ed intrepida quanto più gli assalti della cultura pagana tentavano di screditarlo, come ricorda anche Tertulliano: «Noi ridemmo di queste cose...» (Apolog., 18, PL 1, 378). «È più difficile credere nella risurrezione che nell'unità di Dio» (De resurrect., 2, PL 2, 797).

Per essa, i cristiani erano ritenuti «impostori e ciarlatani» (Taziano, Adv. Graec. oratio, 6, PG 6, 817). S. Agostino riconosce che la fede era bersagliata soprattutto a causa della risurrezione (Enarr. in Ps 88, 5, PL 37, 1134). 

Ai tempi di S. Gregorio M., alcuni dubitavano, come lui stesso: «...sicut et nos aliquando fuimus» (Hom. in Evang., II, 26, 12, PL 76, 1203). 

Gli attacchi più duri erano dei Neoplatonici, tra i quali si distinguevano Celso e Porfirio. Sembra che ad essi Atenagora risponda, dimostrando la possibilità della risurrezione: le ragioni addotte sono ancora convincentissime... 

Taziano, a sua volta, argomenta: «Se il fuoco annienta la mia povera carne, il mondo contiene ancora questa materia che è andata in fumo; e se andrò a disperdermi in fiumi o in mari o sarò fatto a brani dalle fiere, io sarò come riposto nei magazzini di un ricco Signore» (Adv. Graec. grat., 6, PG, 6, 819). 

«...I cadaveri dei martiri - si legge negli Atti dei Martiri di Lione - rimasero completamente esposti a cielo scoperto per sei giorni; indi furono bruciati e le ceneri furono da quegli empi gettate nel fiume Rodano che scorre qui vicino, affinché nessun resto ne rimanesse sulla terra. 

Ciò fecero credendo di poter vincere Dio e privare i morti di una novella nascita, e affinché, come essi andavano dicendo, "non avessero neppure la speranza di risurrezione, nella quale confidando, hanno introdotto tra noi un culto straniero e nuovo e, sprezzando ogni tormento, vanno volenterosi ed esultanti incontro alla morte. 

Vedremo ora se essi risorgeranno, e se il loro Dio potrà venire in loro soccorso e liberarli dalle nostre mani"» (iv., nn. 62-63, in Eusebio, Hist. eccl., V, 1, 1-63).

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