martedì 11 novembre 2014

VITA ETERNA E COMUNIONE CON DIO


La vita eterna nella comunione intima con Dio



Nel creare e redimere l’uomo, Dio lo ha destinato all’eterna comunione con Lui, a quella che san Giovanni chiama la “vita eterna” o a quello che si suole chiamare “il paradiso”. 

Così Gesù comunica ai suoi la promessa del Padre: «Bene, servo buono e fedele […], sei stato fedele nel poco […], prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25, 21). 

La vita eterna non è «un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. 

Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia». 

La vita eterna è ciò che dà un senso alla vita umana, all’impegno etico, alla donazione generosa, al servizio abnegato, allo sforzo per comunicare la dottrina e l’amore di Cristo a tutte le anime. 

La speranza cristiana nel cielo non è individualistica, ma si riferisce a tutti. In base a questa promessa il cristiano può essere fermamente convinto che “vale la pena” vivere pienamente la vita cristiana. «Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva» (Catechismo, 1024); così ne parla sant’Agostino nelle Confessioni: «Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te». 

La vita eterna, in definitiva, è l’oggetto principale della speranza cristiana. «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come Egli è” (1 Gv 3, 2), “faccia a faccia” (1 Cor 13, 12)» (Catechismo, 1023). La teologia ha denominato questo stato “visione beatifica”. «A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando Egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità» (Catechismo, 1028). 

Il paradiso è la massima espressione della grazia divina. D’altra parte il paradiso non consiste in una pura, astratta e immobile contemplazione della Trinità. In Dio l’uomo potrà contemplare tutte le cose che in qualche modo si riferiscono alla sua vita, godendo di esse, e in particolare potrà amare quelli che ha amato nel mondo con un amore puro e perpetuo. «Non dimenticatelo mai: dopo la morte vi accoglierà l’Amore. 

E nell’amore di Dio ritroverete tutti gli amori limpidi che avete avuto sulla terra». Il godimento del paradiso raggiunge il culmine pieno con la risurrezione dei morti. Secondo sant’Agostino, la vita eterna consiste in un riposo eterno e in una deliziosa e suprema attività. Che il paradiso duri eternamente non vuol dire che là l’uomo non è più libero. Nel cielo l’uomo non pecca, non può peccare, perché, vedendo Dio faccia a faccia, vedendolo fra l’altro come sorgente viva di tutta la bontà creata, in realtà non vuole peccare. 

Liberamente e filialmente, l’uomo salvato resterà in comunione con Dio per sempre. Con ciò, la sua libertà ha raggiunto la sua piena realizzazione. La vita eterna è il frutto definitivo della donazione divina all’uomo. Per questo ha qualcosa di infinito. 

Tuttavia la grazia divina non elimina la natura umana, né nel suo essere né nelle sue facoltà, né la sua personalità, né quello che ha meritato durante la vita. Per questo c’è distinzione e diversità fra quelli che godono della visione di Dio, non in quanto all’oggetto, che è Dio stesso, contemplato senza intermediari, ma in quanto alla qualità del soggetto: «chi ha più carità partecipa di più della luce della gloria, e più perfettamente vedrà Dio e sarà felice».

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