giovedì 11 dicembre 2014

RIFLESSIONE PERSONALE


RIFLESSIONE PERSONALE


Riflessione personale per vivere questo messaggio nella vita quotidiana.

La sollecitazione di questo “articolo” del Credo pone ciascun cristiano di fronte ad, almeno, due riflessioni da ciascuna delle quali dovrebbero prender corpo due consapevolezze.

La prima: la nostra fede è debole ed ha bisogno del sostegno degli altri. Immersi, come siamo, in una moltitudine di “relazioni liquide” (il riferimento è al sociologo Zygmunt Bauman) e la tendenza ad una sempre più accentuata “privatizzazione” del nostro agire ha, e accade tuttora, in un certo senso, influenzato anche la nostra fede. 

La stessa è divenuta, e vissuta, con una buona dose di “liquidità”: così come accade in molte relazioni, anche quella con Dio si misura nella dimensione della instabilità. 

Vi si ricorre nel momento del bisogno (Dio e la Chiesa è più una sorte di infermeria psicologica e sociale) per poi abbandonarla nelle situazioni di “ben-essere” o, peggio, come occasione di “scambio” in cui non sempre ciò che posso ottenere, come quel che posso offrire, può costituire oggetto di negoziazione. 

La fede, anche per tali ragioni, diventa così “privatizzata”: ad uso e consumo personale, secondo bisogni e circostanze. 

Il problema è, e rimane, che nelle difficoltà, nella conoscenza e comprensione dei nostri limiti, si rimane soli poco inclini nel saper chiedere aiuto. 

Prendere consapevolezza delle risorse altrui, dei punti di forza riconoscibili negli altri in quanto a noi non appartenenti, deve poterci spingere in questa relazione di aiuto: a saper chiedere sostegno per le nostre debolezze per le quali, pragmaticamente, non basta la sola preghiera quanto, piuttosto, il coraggio di aprirsi agli altri. 

L’essere nella comunione di fede è mettere in gioco la diversità dei carismi di ciascuno. La seconda: gli altri, sono nostri fratelli (e non solo spiritualmente), ci appartengono e, in quanto tali, occorre risponderne a Dio. 

La forte diseguaglianza sociale tra un Nord e un Sud ravvisabile non solo geograficamente e il sempre maggiore stato di bisogno in cui versano tantissime persone devono poterci interrogare (ci “compete”) su quella particolare dimensione dell’essere nella comunione di beni vivendo la comunione della carità. 

Serve a poco una fede prettamente spirituale se la stessa non si traduce, operosamente, a servizio del Prossimo. 

E, lo ricordo a me stesso, il prossimo accanto a me è persona sempre nuova e diversa. Prendere consapevolezza di questo Prossimo, deve spingerci all’essere solidali: non aprendo il portafoglio per una beneficenza di comodo, ma sporcandoci le mani per gli altri. 

In tale agire sta anche la nostra felicità, come dice il fondatore dello scoutismo Baden Powell “il vero modo di essere felici è fare la felicità degli altri”, nonché una precisa visione offerta da Gesù: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. 

Come poterlo vivere in una celebrazione liturgica? Nella comunione di tutti santi, il primo passo è riconoscersi per nome: il primo segno importante è individuare dietro quel volto una persona con una propria storia. 

L’invito è quello di proclamare ad alta voce il proprio nome: serve per individuarsi e individuare, seguito dalla proclamazione ad alta voce (o solo menzionando “tutti i defunti”) una persona cara defunta con la quale si è in comunione. 

Ricercare uno spazio di servizio al prossimo dedicando un’ora del proprio tempo: invitare persone in stato di bisogno a pranzo/cena; 

adoperarsi per un gesto di solidarietà; prestare la propria professionalità in modo gratuito; …. Gli esempi non mancano per essere innumerevoli.

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