venerdì 30 gennaio 2015

MATRIMONI IRREGOLARI


Matrimoni irregolari


Dio perdona qualunque colpa, purché ci sia il vero pentimento e cioè la volontà di mettere fine ai propri peccati e di cambiare vita. 

Fra mille matrimoni irregolari (divorziati risposati, conviventi) forse solo qualcuno sfuggirà all'inferno, perché normalmente non si pentono neanche in punto di morte. 

Purtroppo, molti ormai ragionano come vuole il mondo e non più come vuole Dio.

La resurrezione dei morti sarà l'atto conclusivo della storia umana, il giudizio universale. Nel Credo noi proclamiamo che Gesù Cristo, salito al Cielo, ritornerà un giorno "Per giudicare i vivi e i morti". Gesù Cristo siede alla destra del Padre donde verrà a giudicare i vivi e i morti, e, "Alla sua venuta tutti gli uomini risorgeranno con i loro corpi e dovranno rendere conto delle loro azioni". 

Il Regno di Dio riceve il suo senso pieno dal suo compimento, dal suo momento finale, che si apre con la scena dell'universale giudizio al cospetto dell'unico giudice, il Cristo. San Paolo afferma che "noi tutti dovremo comparire davanti al tribunale di Cristo per riportare ciascuno la ricompensa della sua vita mortale secondo quel che avrà fatto, o di bene o di male" (II Cor. 5, 10). 

E Matteo così la raffigura: "Quando verrà il Figlio dell'uomo nella sua maestà e tutti gli angeli insieme con lui, allora si assiderà sul suo trono glorioso. Tutte le genti saranno radunate davanti a lui; ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore che separa le pecore dai capri; e porrà a sua destra le pecore e i capri a sinistra. 

Allora il re dirà a quelli che stanno a destra: venite, o voi, benedetti del Padre mio a prendere possesso del Regno... e a quelli della sinistra dirà: andate via da me o voi, i maledetti, al fuoco eterno" (Mt 25, 31-41). Questo momento e questa scena ritorna sovente nella narrazione degli evangelisti e ritornano con insistenza nelle lettere di San Paolo. 

Il tema della parusia, ossia della venuta del Cristo alla fine dei tempi, è intimamente connesso con quello del giudizio universale, tanto da costituire due aspetti di una medesima realtà escatologica. 

Un eco di questo stato d'animo si ha, nelle lettere che San Paolo scrive ai Tessalonicesi, ammonendoli di non perdersi in vane questioni e di "non lasciarsi facilmente turbare lo spirito da dicerie e da pretese rivelazioni quasi che il giorno del Signore sia imminente"(II Tess. 2, 2), perché del giorno del Signore sappiamo solo una cosa: che "verrà come il ladro di notte": l'importante è tenersi sempre preparati (I Tess. 5, 2). 

L'attesa del giorno del Signore, documentata dalle lettere ai Tessalonicesi, come attesa di un evento prossimo, è uno degli argomenti su cui si fonda l'interpretazione escatologica della Chiesa.

La verità del giudizio universale non è solo una realtà rivelata, ma sembra venire incontro anche a certe necessità della ragione, perché la ragione ne avverte la convenienza e il significato. 

Il giudizio universale risponde alla natura sociale dell'uomo perché la vita del singolo si intreccia inevitabilmente con quella degli altri cosi anche le opere sia che siano buone o cattive si ripercuotono seppur in modo diverso anche nell'ambiente che circonda l'uomo. 

Anche se il giudizio individuale ha già definito la sorte del singolo tuttavia occorre che questo giudizio e questa sorte sia sancita e motivata dinanzi a tutti. Per questo, il giorno del giudizio è detto "il gran giorno" (Apoc. 6, 1). 

Quel giorno sarà per Gesù il tempo della glorificazione davanti a tutti gli uomini, e per gli uomini sarà il giorno della verità e della giustizia davanti a Dio.

domenica 25 gennaio 2015

IL SACRILEGIO


Il sacrilegio


Un peccato che può condurre alla dannazione eterna è il sacrilegio. 
Disgraziato colui che si mette su questa strada! Commette sacrilegio chi volontariamente nasconde in Confessione qualche peccato mortale, oppure si confessa senza la volontà di lasciare il peccato o di fuggirne le occasioni prossime. 
Quasi sempre chi si confessa in modo sacrilego compie anche il sacrilegio eucaristico, perché poi riceve la Comunione in peccato mortale. 
Racconta San Giovanni Bosco... "Mi trovai con la mia guida (l'Angelo custode) in fondo a un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso con una porta altissima che era chiusa. 
Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva; un fumo grasso, quasi verde e guizzi di fiamme sanguigne si innalzavano sui muraglioni dell'edificio. Domandai: "Dove ci troviamo?". "Leggi l'iscrizione che c'è sulla porta", mi rispose la guida. 
Guardai e vidi scritto: "Ubi non est redemptio!", cioè: "Dove non c'è redenzione!" Intanto vidi precipitare dentro quel baratro... prima un giovane, poi un altro e poi altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato.
Mi disse la guida: "Ecco la causa prevalente di queste dannazioni: i compagni cattivi, i libri cattivi e le perverse abitudini". 
Quei poveri ragazzi erano giovani che io conoscevo.
Domandai alla mia guida: "Ma dunque è inutile lavorare tra i giovani se poi tanti fanno questa fine! Come impedire tutta questa rovina?" - "Quelli che hai visto sono ancora in vita; questo però è lo stato attuale delle loro anime, se morissero in questo momento verrebbero senz'altro qui!" disse l'Angelo.
Dopo entrammo nell'edificio; si correva con la velocità di un baleno. Sboccammo in un vasto e tetro cortile. Lessi questa iscrizione: "Ibunt impii in ignem aeternum!", cioè: "Gli empi andranno nel fuoco eterno". "Vieni con me" soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti a uno sportello che aperse. 
Mi si presentò allo sguardo una specie di caverna, immensa e piena di un fuoco terrificante, che sorpassava di molto il fuoco della terra. Questa spelonca non ve la posso descrivere, con parole umane, in tutta la sua spaventosa realtà. 
All'improvviso cominciai a vedere dei giovani che cadevano nella caverna ardente. La guida mi disse: "impurità è la causa della rovina eterna di tanti giovani". - Ma se hanno peccato si sono poi anche confessati.
- Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o del tutto taciute. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne ha detto solo due o tre. Ve ne sono alcuni che ne hanno commesso uno nella fanciullezza e per vergogna non hanno mai confessato o l'hanno confessato male. 
Altri non hanno avuto il dolore e il proposito di cambiare. Qualcuno invece di fare l'esame di coscienza cercava le parole adatte per ingannare il confessore. 
E chi muore in questo stato, decide di collocarsi tra i colpevoli non pentiti e tale resterà per tutta l'eternità. Ed ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio ti ha portato qui? - La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo oratorio che conoscevo bene: tutti condannati per questa colpa. Fra questi ce n'erano alcuni che in apparenza avevano una buona condotta.
La guida mi disse ancora: "Predica sempre e ovunque contro l'impurità". Poi parlammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: "Bisogna cambiar vita... Bisogna cambiar vita". 
Scrive il Padre Francesco Rivignez (l'episodio è riportato anche da Sant'Alfonso) che in Inghilterra, quando c'era la religione cattolica, il re Anguberto aveva una figlia di rara bellezza che era stata chiesta in sposa da diversi principi.
Interrogata dal padre se accettasse di sposarsi, rispose che non poteva perché aveva fatto il voto di perpetua verginità. Il padre ottenne dal Papa la dispensa, ma lei rimase ferma nel suo proposito di non servirsene e di vivere ritirata in casa. 
Il padre l'accontentò. Cominciò a fare una vita santa: preghiere, digiuni e varie altre penitenze; riceveva i Sacramenti e andava spesso a servire gli infermi in un ospedale. In tale stato di vita si ammalò e morì. 
Una donna che era stata sua educatrice, trovandosi una notte in preghiera, sentì nella stanza un gran fracasso e subito dopo vide un'anima con l'aspetto di donna in mezzo a un gran fuoco e incatenata tra molti demoni...
- lo sono l'infelice figlia del re Anguberto. - Ma come, tu dannata con una vita così santa?
- Giustamente sono dannata, ...per colpa mia. Da bambina io caddi in un peccato contro la purezza. Andai a confessarmi, ma la vergogna mi chiuse la bocca: invece di accusare umilmente il mio peccato, lo coprii in modo che il confessore non capisse nulla. Il sacrilegio si è ripetuto molte volte. 
Sul letto di morte io dissi al confessore, vagamente, che ero stata una grande peccatrice, ma il confessore, ignorando il vero stato della mia anima, mi impose di scacciare questo pensiero come una tentazione. 
Poco dopo spirai e fui condannata per tutta l'eternità alle fiamme dell'inferno.
Detto questo disparve, ma con così tanto strepitio che sembrava trascinasse il mondo e lasciando in quella camera un odore ributtante che durò parecchi giorni.

mercoledì 21 gennaio 2015

INSIDIE IN AGGUATO


Insidie in agguato


Satana porta alla schiavitù molte anime portandole all'irriflessione per farle perdere di vista il fine vero della vita. 
Alle sue prede il demonio instilla il desiderio e sibila "La vita è un piacere; 
devi afferrare tutte le gioie che la vita ti regala, pensa al presente perché con la morte tutto finisce". 
Cosi molte creature non trovano il tempo per riflettere verità rivelate da Dio cosi si incamminano sulla via della superficialità e del peccato. 
Queste creature immerse nel divertimento catturati dalle varie brame non sospettano minimamente di essere caduti nella rete diabolica tuttavia se ne accorgeranno quando ormai non potranno più porvi rimedio, quando si sarà aperta la porta dell'eternità.
"C'era un uomo ricco, che portava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti... Morì anche il ricco e fu sepolto. 
Stando nell'inferno tra i tormenti". (Lc 16,19). 
Il ricco epulone del racconto durante la vita aveva sperperato e peccato di gola, facendo del piacere la ragione della sua vita e ancor più si era ostinatamente reso insensibile ai bisogni del povero Lazzaro. 
L'egoismo gli aveva soffocato ogni barlume di carità e l'avarizia gli attanagliava la mente. Ora era nei tormenti dell'inferno. 
Tremino dunque gli egoisti e certi ricchi che non vogliono esercitare la carità: anche a loro, se non cambieranno la vita, è riservata la sorte del ricco epulone.
Il peccato che più frequentemente porta all'inferno è l'impurità, è la via privilegiata di Satana. Dice Sant'Alfonso: "Si va all'inferno anche solo per questo peccato, o comunque non senza di esso".
Gesù ci ha detto: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5, 8). Senza l'aiuto di Dio l'uomo non è in grado di vincere le tentazioni, di trovare la via della salvezza. 
Le impurità portano al vizio, indeboliscono la volontà, attaccano la fede e senza la fede minano la preghiera e abbattono la via del bene lasciando la creatura in balia del male. 
Questo vizio indurisce il cuore e, senza una grazia speciale, trascina all'impenitenza finale e... all'inferno.

lunedì 19 gennaio 2015

GRAVITA' DELLA PENA ETERNA


Gravità per la quale è dovuta una pena eterna


La pena eterna sembra dura e ingiusta al sentimento umano, perché nella miseria di questa vita mortale ci manca quel senso di pura e alta sapienza che ci fa comprendere la gravità del peccato commesso in quella prima prevaricazione. 
Così nessuno sfugge questo giusto e meritato castigo, se non per misericordia e grazia non dovuta;
e il genere umano è diviso in modo da apparire quanto possa in alcuni la grazia misericordiosa e quanto negli altri la giusta vendetta. 
Forse i dannati saranno più numerosi dei beati, affinché, in tal modo, sia chiaro ciò che tutti avremmo meritato.
Alcuni non ammettono che vi sarà una pena eterna per coloro che il giustissimo giudice giudicherà degni del supplizio della geenna; 
ma ritengono che costoro saranno liberati dopo un certo tempo, più o meno lungo, secondo la gravità dei loro peccati. 
Il più misericordioso a questo proposito fu Origene il quale ha creduto che persino il diavolo ed i suoi angeli, dopo gravi e lunghi supplizi proporzionati ai loro peccati, saranno liberati da quelle pene e associati agli angeli santi. (Origine, per i suoi errori dottrinali fu condannato dalla Chiesa). 
Dobbiamo anzitutto chiederci perché la Chiesa non ha potuto accettare l'opinione di coloro che promettono la purificazione e il perdono anche del diavolo, sia pure dopo lunghe e gravi pene. 
Si deve credere che non può essere annullata né infirmata la sentenza che il Signore stesso dichiarò di proferire nel giudizio:
 "Via da me maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi" (Mt 25,41). 
Con queste parole dimostrò che il diavolo e i suoi angeli arderanno nel fuoco eterno. 
Né può essere annullato ciò che è scritto nell'Apocalisse: 
"Il diavolo che li seduceva fu precipitato nello stagno del fuoco e dello zolfo, dove erano stati precipitati anche la bestia e il falso profeta; 
e furono tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli" (Ap 20,9-10). Nel primo passo si ha eterno, nel secondo, per i secoli dei secoli: due espressioni che nella divina scrittura significano senza fine.
Gesù disse "Così questi andranno all'eterno supplizio, e i giusti alla vita eterna", perciò dire che la vita eterna sarà senza fine e il supplizio eterno avrà fine è assurdo. 
Perciò, siccome la vita eterna dei santi sarà senza fine, anche il supplizio eterno, per quelli che vi cadranno, sarà certamente senza fine.

sabato 17 gennaio 2015

LA GIUSTIZIA PENE PROPORZIONATE ALLA MALIZIA


La giustizia esige pene proporzionate alla malizia


Alcuni ritengono ingiusto che a causa dei peccati, per quanto 

gravi, commessi in un tempo relativamente breve, l'uomo sia 

condannato a una pena eterna;

come se la giustizia delle leggi dovesse esigere che ognuno sia 

punito in un tempo proporzionato a quello impiegato nel 

commettere il peccato...Si giudicherà forse che uno debba stare 

tanto tempo in prigione quanto ne impiegò a commettere il 

delitto per cui viene imprigionato? E non vi fu mai nessuno che 

ritenesse che i tormenti dei colpevoli dovessero durare quel 

medesimo spazio di tempo impiegato da essi a commettere un 

omicidio, un adulterio, un sacrilegio o qualsiasi altro delitto, 

che deve invece essere punito, non in base alla durata del 

tempo in cui è stato commesso, ma in base alla gravità 

dell'azione.

Ora, se gli uomini vengono esclusi da questa città mortale con 

il supplizio della prima morte, è giusto che vengano esclusi 

dalla città eterna con il supplizio della seconda morte. 

E come le leggi di questa città non possono far sì che una 

persona uccisa ritorni, così neppure le leggi di quell'altra città 

possono permettere che un condannato alla seconda morte sia 

richiamato alla vita eterna.

giovedì 15 gennaio 2015

QUALITA' DELLE PENE ETERNE


Qualità delle pene eterne


Si compirà dunque integralmente quello che Dio ha annunziato per il suo profeto a proposito dell'eterno supplizio dei dannati: 
"Il loro verme non morrà e il loro fuoco non si estinguerà" (cfr Rom 11,17-24)... 
"Chi c'è che subisce scandalo senza che io ne arda?" (2Cor 11,29)... sta scritto 
"Come la tarma rode il vestito e il tarlo il legno, così la tristezza rode il cuore dell'uomo" (Prov 25,20).
Si legge infatti nelle Scritture dell'Antico Testamento: "Il fuoco e il verme puniranno la carne dell'empio" (Eccl 7,17). 
Forse la Sacra Scrittura volle dire che puniranno la carne, perché nell'uomo sarà punita la colpa di essere vissuto secondo la carne, e perciò subirà la morte seconda significata dall'Apostolo quando disse: 
Se vivrete secondo la carne morirete" (Rom 8,13).
Se il fuoco non sarà incorporeo come lo è il dolore dell'anima, ma corporeo, funesto al tatto in modo da poter torturare i corpi, come potrà servire da pene anche per gli spiriti maligni? 
Il medesimo fuoco infatti sarà assegnato come supplizio agli uomini e ai diavoli perché il Cristo ha detto:
"Via da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per gli angeli suoi" (Mt 25,41).

Direi, senz'altro che questi spiriti bruceranno senza alcun corpo, così come bruciava nell'inferno quel ricco quando esclamava: "Brucio in questa fiamma" (Lc 16,24)... 
Quella Geenna, chiamata anche "Stagno di zolfo e fuoco", (Ap 20,10) sarà un fuoco corporeo e tormenterà i corpi dei dannati, sia i corpi solidi degli uomini sia quelli aerei dei demoni... 
Unico infatti sarà il fuoco per gli uni e per gli altri, come ha detto la stessa Verità. (Cfr Mt 25,41).

martedì 13 gennaio 2015

DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA


"Dialogo della Divina Provvidenza" di S. Caterina da Siena


Lingua umana non basta, figlia mia, a narrare la pena di queste anime miserande. 

Se tre sono i principali vizi - cioè l'amore di sé onde nasce il secondo, ossia la considerazione di se stessi, dal quale procede il terzo, che è la superbia accompagnata da falsa giustizia e crudeltà, con gli altri iniqui e immondi peccati che conseguono a questi - così ti dico che nell'inferno vi sono quattro tormenti principali, ai quali conseguono tutti gli altri.

Il primo tormento consiste nel fatto che essi si vedono privati della mia visione; cosa che è di tanta sofferenza che, se fosse loro possibile, sceglierebbero piuttosto di vedermi, anche stando nel fuoco e tra i più crudi tormenti, piuttosto che esser privi d'ogni pena senza vedermi. 

Questa prima pena produce in loro la seconda, quella del verme della coscienza che sempre li rode, poiché per loro colpa si vedono privati di me e della conversazione con gli angeli, e per di più si vedono divenuti degni della conversazione con i demoni e della loro visione. 

II vedere poi il diavolo, che è la terza pena, moltiplica ogni loro sofferenza. 

Se infatti i santi sempre esultano nella mia visione ripensando con gaudio al frutto dei sacrifici che hanno sopportato per me con grandissimo amore e disprezzo di sé, il contrario è di questi sventurati, che nella visione dei demoni acuiscono il proprio tormento: nel vedere i demoni riconoscono se stessi, cioè capiscono che per propria colpa se ne son resi degni. 

In tal modo il tarlo della coscienza ancor più li rode e mai ha tregua il fuoco bruciante di questa consapevolezza". (cfr Isaia 66,24) 

Pena ancor più grande deriva loro dal vedere la figura stessa del demonio, tanto orribile che non v'è cuore umano che possa figurarsela. 

Se ben ricordi, infatti, saprai che, avendoti Io mostrato il demonio nella sua forma, e per un piccolo spazio di tempo - quasi un punto! - tu, dopo esser tornata in te, hai scelto, piuttosto, di camminare lungo una strada lastricata di fuoco, durasse pure sino al giorno del giudizio, disposta a calpestare il fuoco coi tuoi piedi, piuttosto che vederlo ancora. 

Ma quantunque tu l'abbia visto, ancora non sai quanto egli sia orribile, perché, per divina giustizia, egli si mostra ancor più repellente all'anima che si è privata di me, e in modo più o meno grave a seconda della gravità delle colpe commesse. 

E il quarto tormento è il fuoco. 

È un fuoco che brucia ma non consuma l'anima; questa non si può consumare, non essendo cosa materiale che il fuoco possa ridurre a niente, dal momento che è incorporea. 

Ma Io per divina giustizia ho permesso che il fuoco la bruci tormentosamente, la tormenti e non la consumi, e la tormenti e bruci con grandissime sofferenze, in modi diversi a seconda della gravità dei peccati, chi più chi meno, secondo il peso delle colpe. 

Da questi quattro tormenti derivano tutti gli altri, con freddo e caldo e strider di denti. 

Ecco in che modo miserabile hanno ricevuta la morte eterna, dopo i rimproveri loro rivolti in vita per il falso giudizio e per l'ingiustizia, non essendosi corretti in occasione di questa prima accusa, come ho detto, né della seconda, cioè in punto di morte quando non vollero sperare, né dolendosi dell'offesa fatta a me ma affliggendosi soltanto per la propria pena.

sabato 10 gennaio 2015

LA PENA TORMENTO DEL CORPO


La pena del tormento del corpo


La risurrezione dei corpi avverrà certamente e Gesù stesso che ci assicura di questa verità. 

"Non vi meravigliate di questo, perché viene l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la mia voce, e quelli che hanno operato il bene ne usciranno per la risurrezione della vita; quelli, invece, che fecero del male, per la risurrezione della condanna." (Gv 5, 28-29). 

Quindi anche il corpo, essendo stato strumento di male durante la vita, prenderà parte ai tormenti eterni.

Dopo la risurrezione tutti i corpi saranno immortali e incorruttibili. 

Non tutti però saremo trasformati allo stesso modo. 

La trasformazione del corpo dipenderà dallo stato e dalle condizioni in cui si troverà l'anima nell'eternità: 

saranno gloriosi i corpi dei salvati e orrendi i corpi dei dannati.

Per cui se l'anima si troverà in paradiso, in stato di beatitudine, rifletterà nel suo corpo risorto le caratteristiche proprie dei corpi degli eletti: la spiritualità, l'agilità, lo splendore e l'incorruttibilità.

Se invece l'anima si troverà all'inferno, nello stato di dannazione, imprimerà nel suo corpo caratteristiche del tutto opposte. 

L'unica proprietà che il corpo dei dannati avrà in comune col corpo dei beati è l'incorruttibilità: 

anche i corpi dei dannati non saranno più soggetti alla morte.

Riflettano molto coloro che vivono nell'idolatria del loro corpo e lo appagano in tutte le sue brame scellerate! 

I piaceri immorali del corpo saranno ripagati con molti tormenti per tutta l'eternità.

venerdì 9 gennaio 2015

IL GRADO DELLA PENA


Il grado della pena


Dio è infinitamente giusto per questo all'inferno da pene maggiori a chi l'ha offeso di più. 
Chi è nel fuoco eterno per un solo peccato mortale soffre orribilmente per quest'unica colpa; chi è dannato per cento, o mille... peccati mortali soffre cento, o mille volte... di più. Più legna si mette nel forno, più aumenta la fiamma e il calore. 
Perciò chi, inabissato nel vizio, calpesta la legge di Dio moltiplicando ogni giorno le sue colpe, se non si rimette in grazia di Dio e muore nel peccato, avrà un inferno più tormentoso di altri.
Per chi soffre è un sollievo pensare: "Un giorno finiranno queste mie sofferenze". 
Il dannato, invece, non trova alcun sollievo, anzi, il pensiero che i suoi tormenti non avranno fine è come un macigno che rende più atroce ogni altro dolore.
Non è un'opinione, ma è verità di fede, rivelata direttamente da Dio, che il castigo dei dannati non avrà mai fine. 
Ricordo soltanto quanto ho già citato delle parole di Gesù: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno" (Mt 25, 41 ). Sant'Alfonso scrive: 
"Quale pazzia sarebbe quella di chi, per godersi una giornata di spasso, accettasse la condanna di star chiuso in una fossa per venti o trent'anni! 
Se l'inferno durasse cento anni, o anche solo due o tre anni, pure sarebbe una grande pazzia per un attimo di piacere condannarsi a due o tre anni di fuoco. 
Ma qui non si tratta di cento o di mille anni, si tratta dell'eternità, e cioè di patire per sempre gli stessi atroci tormenti che non avranno mai fine. 
Dice San Tommaso - la pena non si misura secondo la durata della colpa, ma secondo la qualità del delitto. 
L'omicidio, anche se si commette in un momento, non viene punito con una pena momentanea. 
Dice San Bernardino da Siena: Con ogni peccato mortale si fa a Dio un'ingiustizia infinita, essendo Egli infinito; e a un'ingiuria infinita spetta una pena infinita.

giovedì 8 gennaio 2015

LA PENA DEL TORMENTO E DEL RIMORSO



La pena del tormento e del rimorso


Parlando dei dannati, Gesù dice: "il loro verme non muore" (Mc 9, 48). Questo "verme che non muore", spiega San Tommaso, è il rimorso, dal quale il dannato sarà in eterno tormentato. 
Mentre il dannato sta nel luogo dei tormenti pensa: "Mi sono perduto per niente, per godere appena piccole e false gioie nella vita terrena che è svanita in un lampo... 
Avrei potuto salvarmi con tanta facilità e invece mi sono dannato per niente, per sempre e per colpa mia!". 
Nel libro "Apparecchio alla morte" si legge che a Sant'Umberto apparve un defunto che si trovava all'inferno; questi affermò: 
"il terribile dolore che continuamente mi rode è il pensiero del poco per cui mi sono dannato e del poco che avrei dovuto fare per andare in paradiso!".
Si legge nella Bibbia: "Con quelle stesse cose per cui uno pecca, con esse è poi castigato" (Sap 11, 10). 
Quanto più dunque uno avrà offeso Dio con un senso, tanto più sarà tormentato in esso. La più terribile pena del senso è quella del fuoco, di cui ci ha parlato più volte Gesù. 
Dice Sant'Agostino: "A confronto del fuoco dell'inferno il fuoco che conosciamo noi è come se fosse dipinto". La ragione è che il fuoco terreno Dio l'ha voluto per il bene dell'uomo, quello dell'inferno, invece, l'ha creato per punire le sue colpe.
Il dannato è circondato dal fuoco, anzi, è immerso in esso più che il pesce nell'acqua; sente il tormento delle fiamme e come il ricco epulone della parabola evangelica urla: "perché spasimo dal dolore in questa fiamma" (Lc 16, 24). 
Parlando a chi vive incoscientemente nel peccato senza porsi il problema della finale resa dei conti, San Pier Damiani scrive:
 "Continua, pazzo, ad accontentare la tua carne; verrà un giorno in cui i tuoi peccati diventeranno come pece nelle tue viscere che farà più tormentosa la fiamma che ti divorerà in eterno!".
La pena del fuoco comporta anche la sete. Quale tormento la sete ardente in questo mondo! E quanto più grande sarà lo stesso tormento all'inferno, come testimonia il ricco epulone nella parabola narrata da Gesù! Una sete inestinguibile.

mercoledì 7 gennaio 2015

LA PENA DELL'AMORE IMPEDITO


La pena dell'amore Impedito


Chi non conosce la potenza dell'amore umano e gli eccessi a cui può giungere quando sorge qualche ostacolo?

Che cos'è l'amore umano in confronto all'Amore divino...? 
Che cosa non farebbe un'anima dannata pur di arrivare a possedere Dio...? 
Pensando che per tutta l'eternità non potrà amarLo, vorrebbe non essere mai esistita o sprofondare nel nulla, se fosse possibile, ma essendo questo impossibile profonda nella disperazione. 
Ognuno può farsi una sua pur debole idea della pena di un dannato che si separa da Dio, considerando ciò che prova il cuore umano alla perdita di una persona cara. 
Ma queste pene, che sulla terra sono le sofferenze più grandi tra tutte quelle che possono straziare il cuore umano, sono ben poca cosa davanti alla pena disperata dei dannati. 
La perdita di Dio, dunque, è il più grande dolore che tormenta i dannati.- San Giovanni Crisostomo dice: 
"Se tu dirai mille inferni, non avrai ancora detto nulla che possa uguagliare la perdita di Dio". - 
Sant'Agostino insegna: "Se i dannati godessero la vista di Dio non sentirebbero i loro tormenti e lo stesso inferno si cambierebbe in paradiso".- 
San Brunone, parlando del giudizio universale, nel suo libro dei "Sermoni" scrive: "Si aggiungano pure tormenti a tormenti e tutto è nulla davanti alla privazione di Dio".- 
Sant'Alfonso precisa: "Se udissimo un dannato piangere e gli chiedessimo "Perché piangi tanto?", ci sentiremmo rispondere: "Piango perché ho perduto Dio!". 
Almeno il dannato potesse amare il suo Dio e rassegnarsi alla sua volontà! Ma non può farlo. 
È costretto a odiare il suo Creatore nello stesso tempo che lo riconosce degno di infinito amore".
- Santa Caterina da Genova quando le apparve il demonio lo interrogò: "Tu chi sei?" - "lo sono quel perfido che si è privato dell'amore di Dio!".

martedì 6 gennaio 2015

LA PENA DEL DANNO



La pena del danno


Gesù chiama gli abissi eterni: 

"Luogo di tormento" (Lc 16, 28). 

San Tommaso d'Acquino definisce la pena del danno come la 

"Privazione del Sommo Bene", cioè di Dio.

Quando un'anima entra nell'eternità, avendo lasciato nel

 mondo tutto ciò che aveva ed amava e conoscendo Dio così 

com'è nella sua infinita bellezza e perfezione, si sente 

fortemente attratta ad unirsi a Lui, più che il ferro verso una 

potente calamità. 

Riconosce allora che l'unico oggetto del vero amore è il Sommo 

Bene, Dio, l'Onnipotente. 

Ma se un'anima disgraziatamente lascia questa terra in uno 

stato di inimicizia verso Dio, si sentirà respinta dal Creatore: 

"Via, lontano da me, maledetta! nel fuoco eterno! preparato

 per il diavolo e per i suoi angeli!" (Mt 25, 41 ).

Aver conosciuto il Supremo Amore... sentire il bisogno impellente di amarlo e di essere riamati da Lui... e sentirsene respinti... per tutta l'eternità, questo è il primo e più atroce tormento per tutti i dannati.

lunedì 5 gennaio 2015

IL GIUDIZIO


IL GIUDIZIO


Come avverrà il Giudizio è Gesù stesso a rivelarcelo: "Quando il figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, sederà sul trono della sua gloria [...] 

Egli separerà gli uni dagli altri [...] venite benedetti del Padre mio, riceverete in eredità il regno [...] Poi dirò anche a quelli che saranno alla mia sinistra: via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli [...] e se ne andranno: questi al supplizio eterno" (Mt 25,31-46). 

Chi saranno i maledetti? "I maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna" (Ap 22,14). Ecco, io vengo presto e ho con me il salario per rendere a ciascuno le sue opere.

La prova più forte dell'esistenza dell'inferno è data proprio dalle parole di Gesù. Dubitare o negare di questa tremenda verità sarebbe come distruggere il Vangelo, dubitare dell'esistenza della luce del sole.

La "dannazione" non va attribuita ad un progetto di Dio, perché nel suo amore, egli desidera la salvezza degli uomini, in realtà sono le creature che si chiudono al suo amore. 

La "dannazione" in sintesi consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall'uomo, la sentenza dopo la morte ratifica proprio questo stato. 

La dannazione è una realtà possibile e il pensiero dell'inferno deve rappresentare un necessario monito alla libertà di peccare. La logica del peccato è l'Inferno. 

Se il peccatore permane nel peccato, se prova rimorso ma questo non si trasforma in pentimento, la Misericordia Divina non può intervenire, perché Dio non può perdonare una volontà che in nessun caso mai si pente, che mai gli chiede perdono, che sempre gli è ribelle. 

Sarebbe paradossale pretendere da Dio il dono della vista dopo essersi strappati gli occhi e non voler ricorrere al Suo aiuto. 

Paradossalmente la riflessione sull'inferno ci mette comunque di fronte alla nostra responsabilità in modo molto efficace e ci fa recepire che la nostra scelta del bene è veramente il "caso serio" da non poter eludere e tanto meno da snobbare.

Di seguito potrai comprendere meglio su quale fondamento si basa la tremenda verità dell'inferno, le pene e i tormenti dei dannati, attraverso le argomentazioni e le visioni di Santi tra i quali Veronica Giuliani, Teresa D'Avila, Faustina Kowalska, Emmerick, Alfonso, Agostino, per comprendere questo luogo infelice e a prendere sul serio la possibilità reale di poter sprofondare in quel luogo di tormento ed essere infelici per sempre.