venerdì 27 febbraio 2015

PURIFICATEVI DAL VECCHIO LIEVITO


Purificatevi dal vecchio lievito

La Pasqua di Cristo si prolunga e si attualizza nella Chiesa su due piani diversi: su un piano liturgico-sacramentale e su un piano personale ed esistenziale.

Per quanto riguarda questo secondo piano, si tratta di tradurre il mistero pasquale nella vita. Il testo biblico, nel quale questo piano più personale della Pasqua è messo meglio in evidenza, è 1 Corinzi 5, 7: 

«Purificatevi dal vecchio fermento per essere una nuova pasta, dal momento che voi siete azzimi. Infatti, quale nostra Pasqua, Cristo è stato immolato». 

Siamo di fronte a quella famosa «Pasqua dell'uomo» che affianca, fin dalle origini, nella Bibbia, la «Pasqua di Dio» e che i Padri definivano come passaggio dai vizi alla virtù e dalla colpa alla grazia. Il linguaggio usato dall'Apostolo, nel testo ora citato, rimanda a un'usanza ebraica. 

Il giorno avanti la Pasqua, la donna ebraica, obbedendo alla prescrizione di Esodo 12, 15, rovistava tutta la casa, perlustrandone ogni angolo al lume di candela, per ricercare e far sparire ogni più piccolo frammento di pane fermentato, così che si potesse, poi, celebrare la festa con il solo pane azzimo. 

Ebbene, l'Apostolo trae spunto dall'usanza ebraica per illustrare le implicazioni morali della Pasqua cristiana; vi vede un simbolo. Il credente deve perlustrare, anch'egli, la casa interiore del suo cuore, per distruggere tutto ciò che appartiene al vecchio regime del peccato e della corruzione e potere, così, celebrare la festa «con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5, 8), cioè in purezza e santità, senza più alcun legame con il peccato. 

C'è, insomma, una «pulizia pasquale» del cuore e della vita che tutti siamo invitati a operare, se vogliamo entrare davvero nella luce della Pasqua. C'è un nesso strettissimo, una conseguenza logica, tra l'immolazione di Cristo e l'impegno morale del cristiano: poiché Cristo è stato immolato, quale nostra Pasqua, per questo dobbiamo purificarci. 

Su questo stesso rapporto insiste il grande testo pasquale di Romani 6, 1 ss: «Se Cristo è morto per tutti - vi si legge - dunque, virtualmente, tutti sono morti (Cf anche 2 Cor 5, 14). 

Cioè: se Cristo è morto al peccato, dunque tutti sono morti, di diritto, al peccato; se Cristo è risuscitato dai morti, dunque tutti dobbiamo «camminare in una vita nuova», come gente che, in speranza, è già risorta.


Risuona in questi testi la grande intuizione paolina che non ci si salva per le nostre opere, ma non ci si, salva senza le nostre opere. Ciò che ci salva veramente è la Pasqua di Cristo, cioè la sua immolazione e risurrezione, ma la Pasqua di Cristo non è efficace per noi se non diventa la «nostra» Pasqua.

L'impegno morale e ascetico non è la causa della salvezza; deve però esserne l'effetto. 

Non, dunque: mi purifico dal peccato per essere salvato; ma: mi purifico dal peccato perché sono stato salvato, perché Cristo è stato immolato per i miei peccati! Il contrario - cioè continuare a vivere nei peccati - è «assurdo»: è come pretendere di essere vivi alla grazia e al peccato, cioè vivi e morti, liberi e schiavi, nello stesso tempo (Cf Rm 6, 2.15 ss).

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