sabato 28 marzo 2015

RITORNO ALL'INTERIORITA'


Ritorno all'interiorità

Perché è urgente tornare a parlare di interiorità e riscoprire anzi il gusto di essa? Viviamo in una civiltà tutta proiettata all'esterno, fuori. 

L'uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare, ma ignora il più delle volte quello che c'è nel suo stesso cuore. Evadere, cioè uscire fuori, è una specie di parola d'ordine. Esiste perfino una letteratura di evasione, spettacoli di evasione. L'evasione è, per così dire, istituzionalizzata. 

Al contrario, parole che indicano una conversione all'interiorità, come introversione, hanno acquistato un senso tendenzialmente negativo. L'introverso è visto come un ripiegato su se stesso. Il silenzio fa paura. Non si riesce a vivere, lavorare, studiare senza qualche voce o musica intorno. C'è una specie di horror vacui, di paura del vuoto, che spinge a stordirsi. Mai soli, è la parola d'ordine.

Abbiamo qualche volta a messo piedi in una discoteca e ci siamo fatta l'idea di che cosa vi regna: l'orgia del chiasso, il rumore assordante come droga. Sono state fatte inchieste tra i giovani all'uscita della discoteca e alla domanda: «Perché vi riunite in questo luogo?», alcuni hanno risposto: «Per non pensare!». Ma a quali manipolazioni non sono esposti dei giovani che hanno rinunciato ormai a pensare? «Pesi il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati, così che non diano retta alle parole di Mosè», fu l'ordine del Faraone d'Egitto (cf Es 5, 9). 

L'ordine tacito, ma non meno perentorio, dei faraoni moderni è: «Pesi il chiasso su questi giovani, ne siano storditi, cosicché non pensino, non facciano delle scelte libere, ma seguano la moda che fa comodo a noi, comprino quello che diciamo noi, pensino come vogliamo noi!». Per un settore molto influente della nostra società, quello dello spettacolo e della pubblicità, gli individui contano solo in quanto sono «spetattori», numeri che fanno salire la «audience» dei programmi.

Occorre opporsi con un risoluto «no!» a questo svuotamento. I giovani sono anche i più generosi e pronti a ribellarsi alle schiavitù e infatti vi sono schiere di giovani che reagiscono a questo assalto e, anziché fuggire, ricercano luoghi e tempi di silenzio e di contemplazione per ritrovare ogni tanto se stessi e, in se stessi, Dio. Giovani che hanno scoperto la differenza che c'è tra essere semplicemente «spettatori» e essere invece contemplativi.

L'interiorità è la via a una vita autentica. Si parla tanto oggi di autenticità e se ne fa il criterio di riuscita o meno della vita. Ma dov'è, per il cristiano, l'autenticità? Quand'è che una persona è veramente se stessa? Solo quando accoglie, come misura, Dio.

Non sono solo i giovani a essere travolti dall'ondata di esteriorità.  Le persone non riescono più a raccogliersi. In preda a mille distrazioni, esse dissipano abitualmente le loro energie dietro le diverse forme della cultura moderna. Giornali, riviste, libri invadono l'intimità delle nostre case e dei nostri cuori. È più difficile di un tempo trovare l'opportunità per quel raccoglimento nel quale l'anima riesce a essere pienamente occupata in Dio.

Nessuno più di noi ha bisogno di fare la Pasqua di cui stiamo parlando e che consiste in una conversione all'interiore. L'esatta antitesi di questa Pasqua si chiama proprio la dissipazione o l'evasione, cioè il riversarsi all'esterno. Santa Teresa d'Avila ha scritto un'opera intitolata Il castello interiore che è certamente uno dei frutti più maturi della dottrina cristiana dell'interiorità. 

Ma esiste anche un «castello esteriore» e oggi constatiamo che è possibile essere chiusi anche in questo castello. Chiusi fuori casa, incapaci di rientrarvi. Prigionieri dell'esteriorità! Sant'Agostino descrive così la sua vita prima della conversione: «Tu eri dentro di me ed io stavo fuori e ti cercavo quaggiù, gettandomi deforme, sopra queste forme di bellezza che sono creature tue. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero neppure se non fosse per te che le fai esistere». Quanti dovrebbero ripetere questa amara confessione: Tu eri dentro di me, ma io ero fuori!

Non bisogna lasciarsi ingannare dall'obiezione solita: ma Dio lo si trova fuori, nei fratelli, nei poveri, nella lotta per la giustizia; lo si trova nell'Eucaristia che è fuori di noi, nella parola di Dio... Tutto vero. Ma dove è che «incontri» veramente il fratello e il povero, se non nel tuo cuore? Se lo incontri solo fuori, non è un io, una persona che incontri, ma una cosa; lo urti più che incontrarlo. Dov'è che incontri il Gesù dell'Eucaristia se non nella fede, cioè dentro di te? Un vero incontro tra persone non può avvenire che tra due coscienze, due libertà, cioè tra due interiorità.

È errato pensare che l'insistenza sull'interiorità possa nuocere all'impegno fattivo per il regno e per la giustizia; pensare, in altre parole, che affermare il primato dell'intenzione possa nuocere all'azione. Interiorità non si oppone all'azione, ma a un certo modo di fare l'azione. Lungi dal diminuire l'importanza dell'agire per Dio, l'interiorità la fonda e la preserva.

Come spesso, quando va in crisi un valore spirituale o di fede, ne resta in piedi il simulacro che è l'equivalente secolare di quello stesso valore. L'equivalente secolare, o naturale, dell'interiorità si chiama oggi, in psicologia, introspezione e in altri campi, concentrazione. Gli atleti e tutti quelli che si accingono a qualche impresa che richiede tutte le energie, conoscono l'importanza della concentrazione. 

Abbiamo tutti presenti alla mente immagini di atleti tutti raccolti in se stessi, pronti a slanciarsi verso la meta, come se dovessero mettersi in contatto con una fonte misteriosa di energia che è dentro di loro. Lo stesso fa l'artista, il direttore d'orchestra. Non c'è nulla che nuoccia tanto a un atleta o a un artista, quanto l'essere «deconcentrato» ed è a ciò che viene attribuito volentieri l'eventuale insuccesso. È una pallida idea di quello che avviene nel campo dello spirito, dell'importanza della contemplazione e del raccoglimento, da cui deve scaturire l'azione.


Se vogliamo dunque imitare ciò che ha fatto Dio, imitiamolo davvero fino in fondo. È vero che egli si è svuotato, è uscito da sé, dall'interiorità trinitaria, per venire nel mondo. Ma sappiamo come ciò è avvenuto. «Ciò che era rimase, ciò che non era assunse», dice un antico adagio a proposito dell'incarnazione. Senza abbandonare il seno del Padre, il Verbo venne in mezzo a noi. 

Egli era «tutto in se stesso e tutto in noi». Anche noi andiamo pure verso il mondo, ma senza uscire mai del tutto da noi stessi. «L'uomo interiore - dice l'Imitazione di Cristo - si raccoglie spontaneamente perché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. A lui non è di pregiudizio l'attività esterna e le occupazioni a suo tempo necessarie, ma sa adattarsi alle circostanze».

mercoledì 25 marzo 2015

IL MANTO DI S. GIUSEPPE


IL MANTO DI S. GIUSEPPE
(rivisitato da Pino Tomaselli - anno 2015- da recitarsi x 30 gg)
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia. 3 Gloria alla SS. Trinità.

1. Eccomi, o gran Patriarca, prostrato devotamente innanzi a te. Ti presento questo Manto prezioso e nello stesso tempo ti offro il proposito della mia devozione fedele e sincera. Tutto quello che potrò fare in tuo onore, durante la mia vita, io intendo compierlo, per mostrarti l'amore che ti porto. Aiutami, S. Giuseppe! Assistimi ora e sempre ma soprattutto nell'ora della mia morte, come tu fosti assistito da Gesù e da Maria, perché ti possa un giorno onorare nella patria celeste per tutta l'eternità. Amen.


2. O glorioso Patriarca S. Giuseppe, prostrato innanzi a te, ti presento con devozione i miei doni e incomincio a offrirti questa preziosa raccolta di preghiere, a ricordo delle innumerevoli virtù che adornano la tua santa persona. O  glorioso Patriarca, mediante la tua intercessione, fa' che il Signore non voglia mai abbandonarmi in questa valle di lacrime. Ottienimi, inoltre, la grazia di conservarmi sempre come tuo servo devoto sotto il manto del tuo patrocinio. Questo patrocinio io desidero averlo per ogni giorno della vita e nel momento dell'ultimo respiro. Amen.

1. Salve, o glorioso S. Giuseppe, depositario dei tesori incomparabili del Cielo e padre putativo di Gesu' il Salvatore che nutre tutte le creature. Dopo Maria SS., tu sei il Santo più degno del nostro amore e meritevole della nostra venerazione. Fra tutti i Santi, tu solo avesti l'onore di allevare, guidare, nutrire e abbracciare il Messia, che tanti Profeti e Re avevano desiderato di vedere. S. Giuseppe, salva l'anima mia e ottienimi dalla misericordia divina la grazia che umilmente imploro. E per le Anime benedette del Purgatorio ottieni un grande sollievo nelle loro pene. 3 Gloria al Padre.

2. O potente S. Giuseppe, tu fosti dichiarato patrono universale della Chiesa, e io t'invoco fra tutti i Santi, quale fortissimo protettore dei miseri e benedico mille volte il tuo cuore, pronto sempre a soccorrere ogni sorta di bisogni. A te, o caro S. Giuseppe, fanno ricorso la vedova, l'orfano, l'abbandonato, l'afflitto, il disoccupato e ogni sorta di sventurati; non c'è dolore, angustia o disgrazia che tu non abbia pietosamente soccorso. Degnati, quindi, di usare a mio favore i mezzi che Dio ha messo nelle tue mani, affinché io possa conseguire la grazia che ti domando. 3 Gloria al Padre.

3. A tante migliaia di persone che ti hanno pregato prima di me hai donato conforto e pace, grazie e favori. L'animo mio, mesto e addolorato, non trova riposo in mezzo alle angustie dalle quali è oppresso. Tu, o caro Santo, conosci tutti i miei bisogni, prima ancora che li esponga con la preghiera. Tu sai quanto mi è necessaria la grazia che ti domando. Mi prostro al tuo cospetto e sospiro, o caro S. Giuseppe, sotto il grave peso che mi opprime. Se pur dovessi trovare compassione presso qualche anima caritatevole, essa tuttavia non mi potrebbe aiutare. A te pertanto ricorro e spero che non mi vorrai respingere, poiché S. Teresa ha detto e ha lasciato scritto nelle sue memorie: "Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa". Oh! S. Giuseppe, consolatore degli afflitti, abbi pietà del mio dolore e pietà delle anime sante del Purgatorio. 3 Gloria al Padre.

4. O eccelso Santo, per la tua perfetta obbedienza a Dio, abbi pietà di me. Per la tua santa vita piena di meriti, esaudiscimi. Per il tuo carissimo Nome, aiutami. Per il tuo clementissimo cuore, soccorrimi. Per le tue sante lacrime, confortami. Per i tuoi sette dolori, abbi compassione di me.
Per le tue sette allegrezze, consola il mio cuore. Da ogni male dell'anima e del corpo liberami.
Da ogni pericolo e disgrazia scampami. Soccorrimi con la tua santa protezione e impetrami quello che mi è necessario e soprattutto la grazia di cui ho particolare bisogno. Alle anime care del Purgatorio ottieni la pronta liberazione dalle loro pene. 3 Gloria al Padre.

5. O glorioso S. Giuseppe innumerevoli sono le grazie e i favori, che tu ottieni per poveri afflitti. Ammalati d ogni genere, anziani, oppressi, calunniati, traditi, privati d'ogni umano conforto, miseri bisognosi di pane o di appoggio, implorano la tua protezione e vengono esauditi nelle loro domande. Non permettere, o S. Giuseppe carissimo, che io abbia ad essere la sola, fra tante persone beneficate, che resti priva della grazia che ti ho domandato. Mostrati anche verso di me potente e generoso quale sei. 3 Gloria al Padre.

6. O eterno divin Padre, per i meriti di Gesù e di Maria, degnati di accordarmi la grazia che t'imploro. A nome di Gesù e di Maria, mi prostro riverente alla tua divina presenza e ti prego devotamente di accettare la mia ferma decisione di perseverare nella schiera di coloro che vivono sotto il patrocinio di S. Giuseppe. Benedici quindi il prezioso manto, che io oggi dedico a lui quale pegno della mia devozione. 3 Gloria al Padre.

CHIUSURA DEL SACRO MANTO

O Glorioso San Giuseppe, che da Dio sei stato posto a capo e custode della più santa tra le famiglie, degnati di essermi dal cielo custode dell'anima mia, che domanda di essere ricevuta sotto il manto del tuo patrocinio. Io, fin da questo momento, ti eleggo a padre, a protettore, a guida, e pongo sotto la tua speciale custodia l'anima mia, il mio corpo, quanto ho e quanto sono, la mia vita e la mia morte. Guardami come tuo figlio; difendimi da tutti i miei nemici visibili ed invisibili; assistimi in tutte le necessità: consolami in tutte le amarezze della vita, ma specialmente nell'agonia della morte. Rivolgi una parola per me a quel amabile Redentore, che Bambino portasti sulle tue braccia, a quella Vergine gloriosa, di cui fosti direttissimo sposo. Impetrami quelle benedizioni che tu vedi essere utili al mio vero bene, alla mia eterna salvezza, e io farò di tutto per rendermi degno del tuo speciale patrocinio. Amen.

L'INTERIORITA' NELLA BIBBIA


L'interiorità nella Bibbia

Che cosa troviamo nella Bibbia circa l'interiorità? Raccogliamo alcuni dati più significativi.

Già i profeti d'Israele avevano lottato per spostare l'interesse del popolo dalle pratiche esteriori di culto e dal ritualismo, all'interiorità del rapporto con Dio. « Questo popolo - leggiamo in Isaia - si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani» (Is 29, 13).

Il motivo è che «l'uomo guarda le apparenze, ma Dio scruta il cuore» (1 Sam 16, 7). «Laceratevi il cuore, non le vesti», si legge in un altro profeta (GI 2, 13).

È il tipo di riforma religiosa che Gesù ha ripreso e portato a compimento. Uno che esamini l'operato di Gesù e le sue parole fuori da preoccupazioni dogmatiche, da un punto di vista di storia delle religioni, nota anzitutto una cosa: che egli ha voluto rinnovare la religiosità giudaica, finita spesso nelle secche del ritualismo e del legalismo, rimettendo al centro di essa un rapporto intimo e vissuto con Dio.

Egli non si stanca di richiamare a quell'ambito «segreto», il «cuore», dove si opera il vero contatto con Dio e con la sua vivente volontà e da cui dipende il valore di ogni azione (cf Mt 15, 10 ss).

La motivazione profonda che Gesù porta è che «Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Gv 4, 24). Questa frase ha dei livelli di significati diversi, fino al più profondo di tutti, in cui «spirito e verità» indicano lo Spirito Santo e il Verbo, cioè Dio stesso e la sua vivente realtà. 

Ma certamente tra questi diversi livelli c'è anche quello in cui «spirito e verità» indicano l'interiorità dell'uomo, la sua coscienza: il tempio spirituale, in opposizione a luoghi esterni, quali erano allora il tempio di Gerusalemme e il monte Garizim. 

Come per entrare in contatto con il mondo, che è materia, abbiamo bisogno di passare attraverso il nostro corpo, così per entrare in contatto con Dio che è spirito abbiamo bisogno di passare attraverso il nostro cuore e la nostra anima che è spirito.

C'è poi un'altra ragione che Gesù adduce spesso. Quello che si fa all'esterno è esposto al pericolo quasi inevitabile dell'ipocrisia. Lo sguardo di altre persone ha il potere di far deviare la nostra intenzione, come certi campi magnetici fanno deviare le onde. L'azione perde la sua autenticità e la sua ricompensa. Il sembrare prende il sopravvento sull'essere. 

Per questo Gesù invita a fare l'elemosina di nascosto, a pregare il Padre «nel segreto» (cf Mt 6, 1-4). E vero che non siamo ancora all'idea dell'interiorità segreta, o della coscienza dell'uomo, ma siamo certamente su questa linea. Sant'Ambrogio non ha dunque del tutto torto quando, spiegando il testo dove Gesù invita a entrare nella propria stanza e a chiudere la porta per pregare il Padre, commenta: «Non pensare che questa stanza, sia solo la stanza circondata da pareti; essa è anche la stanza che è in te stesso nella quale sono racchiusi i tuoi pensieri e in cui dimorano i tuoi affetti».

Il richiamo all'interiorità trova infine la sua motivazione biblica più profonda e oggettiva nella dottrina della inabitazione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nell'anima, dottrina sviluppata sia da Paolo sia da Giovanni (Gv 14, 17.23; Rm 5, 5; Gal 4, 6).
Su questo sfondo evangelico si colloca l'idea del1'«uomo interiore» o dell'«uomo nascosto nel cuore» che si legge talvolta nel Nuovo Testamento (cf Rm 7, 22; 2 Cor 4, 16; 1 Pt 3, 4).

La novità più grande è questa: rientrando in se stesso, l'uomo trova Dio, e non un Dio generico, impersonale, ma il Dio rivelato in Cristo. Non trova solo il proprio spirito, ma lo Spirito Santo! «Non uscire fuori, ritorna in te stesso - esorta sant'Agostino -: nell'uomo interiore abita la verità». Ma abbiamo già sentito chi è per lui questa «verità» nel testo riportato sopra dove diceva: «Nell'interiorità dell'uomo abita Cristo».

Per Agostino arrivati al centro, al cuore, si trova   una persona un «tu»: Gesù Cristo! L'interiorità cristiana  è stata definita giustamente una «interiorità oggettiva». L'uomo rientrando in sé non trova solo se stesso, il suo io, ma trova l'Altro per eccellenza che è Dio. L'interiorità cristiana non è una forma di soggettivismo, ma è il rimedio al soggettivismo.

Ho detto che la Pasqua è il passaggio da fuori a dentro di sé. Certo la Pasqua vera e ultima non consiste nel rientrare in se stessi, ma nell'uscire da se stessi; non nel trovarsi ma nel perdersi, nel rinnegarsi. Giunto al termine del suo Itinerario dell'anima a Dio, san Bonaventura scrive: «Resta che la nostra mente trascenda e passi oltre non solo questo mondo visibile, ma anche se stessa, del quale passaggio Cristo è la via e la porta, la scala e il veicolo». 

Bisogna però rientrare in se stessi per trascendere se stessi. Lo stesso san Bonaventura lo illustra con l'esempio del tempio di Salomone. Per entrare nel «Santo dei Santi», bisognava varcare prima la soglia esterna del tempio ed entrare nel «Santo». Solo da qui infatti, cioè dall'interno, si poteva accedere al Santo dei Santi, al cospetto di Dio. 

Solo al termine di questo cammino si celebra la vera Pasqua morale o mistica. Essa ha luogo - dice san Bonaventura - quando uno, «rivolgendosi a Cristo sospeso sulla croce, con fede, speranza e carità, devozione e ammirazione, esultanza, stima, lode e giubilo, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio, passa il Mar Rosso appoggiato alla verga della croce, dall'Egitto entra nel deserto, gusta la manna segreta e riposa con Cristo nella tomba morto alle cose esteriori».


La beata Elisabetta della Trinità è nella linea della più pura interiorità oggettiva, quando scrive: «Io ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nel mio cuore».

sabato 21 marzo 2015

INTERIORITÀ' UN VALORE IN CRISI


Interiorità, un valore in crisi

C'è un motivo che giustifica questa insistenza sulla Pasqua dell'uomo interiore. È che l'interiorità è un valore in crisi. 

La «vita interiore» che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto.

Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura. La nostra « composizione», cioè l'essere noi costituiti di carne e spirito, fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l'esterno, il visibile e il molteplice.  

«Non si sazia l'occhio di guardare, né mai l'orecchio è sazio di udire», dice la Scrittura (Qo 1, 8). Siamo perennemente «in uscita», attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi. Altre cause sono invece più specifiche e attuali. 

Una è l'emergenza del «sociale» che è certamente un valore positivo, dei nostri tempi, ma che, se non è riequilibrato, può accentuare la proiezione all'esterno e la spersonalizzazione dell'uomo. 

Nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l'interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all'inconscio dell'uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio.

In campo ecclesiale, l'affermarsi, con il Concilio, dell'idea di una «Chiesa per il mondo» ha fatto sì che all'ideale antico della fuga dal mondo, si sia sostituito talvolta l'ideale della fuga verso il mondo. 

L'abbandono dell'interiorità e la proiezione all'esterno è un aspetto - e tra i più pericolosi - del fenomeno del secolarismo.

C'è stato perfino un tentativo di giustificare teologicamente questo nuovo orientamento che ha preso il nome di teologia della morte di Dio, o della città secolare. Dio - si dice - ci ha dato lui stesso l'esempio. Incarnandosi, egli si è svuotato, è uscito da se stesso, dall'interiorità trinitaria, si è «mondanizzato», cioè disperso nel profano. È diventato un Dio «fuori di sé».


Come sempre, alla crisi di un valore tradizionale, nel cristianesimo si deve rispondere attuando una ricapitolazione, cioè riprendendo le cose al loro principio per portarle a un nuovo compimento. 

In altre parole, si tratta di ripartire dalla parola di Dio e, alla sua luce, di ritrovare, nella stessa Tradizione, l'elemento vitale e perenne, liberandolo dagli elementi caduti di cui si è rivestito lungo i secoli.

È quello che il concilio Vaticano Il ha seguito come metodo in tutti i suoi lavori. Come in natura, a primavera, si pota l'albero dai rami della precedente stagione per rendere possibile al tronco una nuova fioritura, così bisogna fare anche nella vita della Chiesa.

lunedì 16 marzo 2015

RITORNARE AL CUORE


Ritornare al cuore

Due caratteristiche, o regole, governano la lettura morale dell'Antico Testamento e di tutta la Scrittura: 

primo, ciò che è avvenuto una volta (semel), deve ripetersi ogni giorno (quotídie); secondo, ciò che è avvenuto per tutti, in modo visibile e materiale, deve avvenire in ciascuno, in modo interiore e personale. 

Queste due regole si possono riassumere in due parole: attualizzazione e interiorizzazione. Iocredo che, per altra strada, l'esegesi recente, detta kerigmatica o esistenziale, ha raggiunto questa stessa conclusione, quando insiste sul «per me» e sul «qui e adesso» (hic et nunc) della parola di Dio.

Applichiamo ora tutto ciò alla Pasqua. Come possiamo concepire questa Pasqua «quotidiana», di carattere personale e interiore? Abbiamo già accennato a un aspetto di questa Pasqua morale, o Pasqua dell'uomo: quello che consiste nella purificazione dal lievito vecchio del peccato. 

Ora facciamo un passo avanti e mostriamo come la spiritualità pasquale non si limita a questo primo contenuto negativo che è la fuga dal peccato, ma getta la sua luce anche su ciò che viene dopo, nel cammino verso la santità.

Oggi è il caso di cogliere una sfumatura nuova di questo dinamismo pasquale, una nuova idea di passaggio: il «passaggio dentro», l'introversione o interiorizzazione! Il passaggio dall'esterno all'interno, da fuori a dentro di noi. Dall'Egitto della dispersione e dissipazione, alla terra promessa del cuore. 

Esiste una Pasqua esoterica nel senso più positivo del termine, cioè una Pasqua che si svolge dentro, nel segreto o che tende all'interno. Una pasqua insomma centripeta e non centrifuga. È  la Pasqua dell'uomo interiore, dell'uomo «nascosto nel cuore», come lo chiama la Scrittura (cf 1 Pt 3, 4). 

Nel Deuteronomio troviamo questa prescrizione circa la Pasqua: «Guardati dal celebrare la Pasqua in qualsiasi luogo, ma immolerai la Pasqua soltanto nel luogo che il Signore avrà scelto per fissarvi il suo nome» (cf Dt 16, 5). Qual è questo luogo scelto dal Signore? Una volta esso era il tempio di Salomone, il tempio storico; ora, come abbiamo visto, esso è il tempio spirituale o personale che è il cuore del credente. «Siamo noi il tempio del Dio vivente! » (2 Cor 6, 16). 

È qui dunque che si celebra in definitiva la vera Pasqua, senza la quale tutte le altre restano incompiute e inefficaci.

Interiorizzare la Pasqua significa, nello stesso tempo, attualizzarla, cioè renderla significativa per il nostro tempo e per l'uomo d'oggi. Anche la Pasqua, come tutte le grandi realtà della Bibbia, è una «struttura aperta», capace cioè di accogliere nuove sfide e nuovi contenuti. Come la Scrittura «cresce, crescendo quelli che la leggono», così la Pasqua cresce, crescendo coloro che la celebrano.

In che consiste questo «passaggio all'interno», ce lo facciamo spiegare da sant'Agostino che in questo, come in molti altri casi, ci appare come il primo dei moderni. 

In un discorso al popolo, egli commenta un versetto del profeta Isaia che nella versione da lui usata diceva: «Tornate, o prevaricatori al cuore (redite, praevaricatores ad cor)» (Is 46, 8). A un certo punto, egli lancia questo appassionato appello: «Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Andando lontano vi perderete. Perché vi mettete su strade deserte? 

Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo... 

Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l'immagine di Dio; nell'interiorità dell'uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l'immagine di Dio».


Se vogliamo un'immagine plastica o, un simbolo, che ci aiuti ad attuare questa conversione verso l'interno, ce la offre il Vangelo con l'episodio di Zaccheo. Zaccheo è l'uomo che vuol conoscere Gesù e, per farlo, esce di casa, va tra la folla, sale su un albero... Lo cerca fuori. 

Ma ecco che Gesù passando lo vede e gli dice: «Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5). Gesù riconduce Zaccheo a casa sua e lì, nel segreto, senza testimoni, avviene il miracolo: egli conosce veramente chi è Gesù e trova la salvezza. Noi somigliamo spesso a Zaccheo. 

Cerchiamo Gesù e lo cerchiamo fuori, per le strade, tra la folla. Ed è Gesù stesso che ci invita a rientrare in casa nostra nel nostro stesso cuore, dove lui desidera incontrarsi con noi.

sabato 14 marzo 2015

RIENTRA IN TE STESSO



Rientra in te stesso

Ripartiamo ancora una volta dal testo di san Paolo in cui si fa menzione, per la prima volta, della Pasqua cristiana.

Nella sua brevità esso dice molte cose. «Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. 

Infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5, 7-8).

In questo testo si parla, in realtà, di due pasque: una Pasqua di Cristo, che consiste nella sua immolazione, e una Pasqua del cristiano che consiste nel passare dalla vecchiaia alla novità, dalla corruzione del peccato alla purezza della vita. 

La Pasqua di Cristo è già «fatta»; 

il verbo in questo caso è al passato: «è stato immolato». 

Nei suoi confronti c'è solo il dovere di crederla e celebrarla. 

La Pasqua del cristiano invece è tutta «da fare»; i verbi sono in questo caso all'imperativo: «purificatevi, celebriamo».


Ritroviamo, come si vede, in ambito cristiano, la caratteristica dialettica tra Pasqua di Dio e Pasqua dell'uomo. 

Questa distinzione riflette, del resto, altre distinzioni più note e generali: 

quelle tra kerigma e parenesi; 

tra fede e opere, 

tra grazia e libertà, 

tra il Cristo-dono e il Cristo-modello. 

La Pasqua di Dio, ora impersonata da Cristo, è l'oggetto del kerigma; 

è dono di grazia che si accoglie con la fede ed è sempre efficace per se stessa. 

La Pasqua dell'uomo è oggetto della parenesi; 

si attua mediante le opere e l'imitazione, postula la libertà, dipende dalle disposizioni del soggetto. 

La Pasqua appare così come il concentrato di tutta la storia della salvezza;

in essa si riflettono le linee e le strutture portanti dell'intera rivelazione biblica e di tutta l'esistenza cristiana.

venerdì 6 marzo 2015

PURIFICAZIONE E RINNOVAMENTO


Purificazione e rinnovamento

La parola di Dio ci affida, dunque, un appello pressante destinato a tutti i figli della Chiesa: 

bisogna pentirsi dei peccati e liberarsi dal peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. 

Molti che parlano di peccato hanno di esso un'idea del tutto inadeguata; 

hanno finito per identificarlo, in pratica, con la posizione dei propri avversari politici o ideologici: il peccato è «a destra», o il peccato è «a sinistra». 

Ma vale anche del regno del peccato quello che Gesù disse del Regno di Dio: 

Quando vi dicono: Il peccato è qui, o: il peccato è là, non credeteci, perché il peccato è dentro di voi! (cf Lc 17, 21). 

Molti cristiani sono caduti, riguardo al peccato, in una specie di narcosi: frastornati dai mass media e dalla mentalità del mondo, non lo avvertono più. 

Scherzano con la parola «peccato», quasi fosse la cosa più innocente del mondo; ci vivono insieme senza paura per anni e anni; non sanno più, in realtà, che cosa è il peccato.

Quando Dio parla agli uomini di pentimento e di purificazione dai peccati, è perché li vuole felici, non infelici; vuole la vita, non la morte. 

È un dono, perciò, che fa, non un peso che impone. 

Un movimento penitenziale autenticamente cristiano ed evangelico deve recare sempre quest'impronta positiva di amore alla vita, di gioia, di slancio. 

La sincera contrizione è la via più sicura alla «perfetta letizia». Il peccato è il primo responsabile della grande infelicità che regna nel mondo.

Che il Signore faccia ascoltare presto anche a noi quella consolante parola: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato! ». 

Allora sarà per noi davvero Pasqua, avremo compiuto il «santo passaggio» e potremo fare nostre con verità le parole della liturgia pasquale ebraica e cristiana:


«Egli ci ha fatti passare: dalla schiavitù alla libertà, dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla redenzione. Perciò diciamo davanti a lui: alleluia! ».