martedì 3 marzo 2015

DISTRUGGERE IL CORPO DEL PECCATO


Distruggere il corpo del peccato

Se osserviamo più da vicino i due testi pasquali menzionati (1 Cor 5, 7 e Rm 6, 1 ss) scopriamo in essi due parole-chiave con le quali l'Apostolo riassume tutte le conseguenze morali derivanti dalla Pasqua di Cristo: una è la parola purificazione, l'altra è la parola novità.

«Purificatevi dal vecchio fermento, per essere una nuova pasta». La prima cosa è messa più direttamente in rapporto con la morte di Cristo, la seconda con la risurrezione di Cristo; Cristo è stato immolato: purificatevi! Cristo è risuscitato dai morti: camminate in novità di vita! 

Non si tratta di due cose separate o giustapposte, ma tra loro intimamente connesse; la prima è via alla seconda, perché non c'è novità di vita possibile senza purificazione dal peccato. Riflettiamo brevemente su questo primo aspetto della nostra Pasqua che è la purificazione dal peccato.

È questa la Pasqua che il Signore Gesù, con forza e accoratamente, ci chiede di compiere: uscire dal peccato e purificarci dal vecchio fermento, cioè dal fermento dell'uomo vecchio. 

Tutti indistintamente abbiamo bisogno di compiere questo «passaggio», perché tutti siamo invischiati, in misura più o meno grande, in questa triste realtà: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1 Gv 1, 8-9).

Ma di quale peccato si tratta? Qual è il «peccato» che dobbiamo «riconoscere»? Certamente, si tratta anzitutto dei peccati attuali che commettiamo ogni giorno, giacché «tutti quanti manchiamo in molte cose», ci ricorda san Giacomo (Gc 3, 2). 

Ma se ci fermiamo qui, non tocchiamo che le conseguenze e rimaniamo molto in superficie. L'evangelista Giovanni parla più spesso del peccato al singolare che al plurale: «il peccato del mondo», «se diciamo che siamo senza peccato»... 

San Paolo distingue chiaramente il peccato come stato di peccaminosità (il «peccato che abita in me»: Rm 7, 17), dai peccati che ne sono le manifestazioni esterne, quasi allo stesso modo che il focolaio sotterraneo di un vulcano si distingue dalle eruzioni che ogni tanto esso provoca all'esterno. 

Dice: «Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato» (Rm 6, 12-13). Questo peccato al singolare ci è presentato dall'Apostolo come un «re» nascosto nel segreto del suo palazzo che «regna» mediante i suoi emissari (i desideri) e i suoi strumenti (le membra).

Non basta, dunque, attaccare i vari peccati che commettiamo ogni giorno. Sarebbe come mettere la scure ai rami, anziché alla radice; non risolverebbe quasi niente. 

Chi si contentasse di fare questo e, ogni volta, nell'esame di coscienza, passasse in rassegna pazientemente i suoi peccati per accusarli nel sacramento della penitenza, senza mai scendere più in profondità, somiglierebbe all'agricoltore inesperto che, al posto di sradicare la gramigna, passasse periodicamente a raccoglierne le punte fiorite.

C'è, dunque, un'operazione più radicale da compiere riguardo al peccato; solo chi compie questa operazione fa veramente la Pasqua; e questa operazione consiste nel «rompere definitivamente con il peccato» (1 Pt 4, 1), nel «distruggere il corpo stesso del peccato» (Rm 6, 6).

Un esempio può rendere molto bene questo “peccato” da rimuovere. Nella nostra mente affiorata nitidissima l'immagine di una stalagmite, cioè di una di quelle colonne che si formano sul fondo di certe grotte, per la caduta di gocce d'acqua calcarea dal tetto della grotta stessa.  

I nostri peccati attuali, nel corso degli anni, sono caduti sul fondo del nostro cuore come tante gocce d'acqua calcarea. Ognuna vi ha depositato un poco di «calcare», cioè di opacità, di indurimento e di resistenza a Dio, che andava a far massa con il precedente. Il più scivolava via, di volta in volta, grazie alle confessioni, alle eucaristie, alla preghiera. 

Ma ogni volta rimaneva qualcosa di non «sciolto», e questo perché il pentimento e la contrizione non erano sempre totali, assoluti. E, così la nostra stalagmite è cresciuta, come una «colonna infame», dentro di noi; è diventata come una grossa pietra che ci appesantisce e ci ostacola in tutti i nostri movimenti spirituali, come fossimo «ingessati» nello spirito. 

Essa è, propriamente, quel «corpo del peccato» di cui parlava san Paolo, quel «fermento vecchio» che, non eliminato, inserisce un elemento di corruzione in ogni nostra azione e ostacola il cammino verso la santità. Che fare in questo stato? Non possiamo togliere quella stalagmite con la nostra sola volontà, perché essa è proprio nella nostra volontà! È il nostro «io» vecchio; è il nostro amor proprio; è, alla lettera, il nostro «cuore di pietra» (Ez 11, 19). 

Non ci resta che l'implorazione. Implorare l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, perché tolga anche il nostro peccato. Abbiamo visto di quale dolore siamo figli e cosa hanno fatto di Gesù le nostre colpe! Beati noi se lo Spirito Santo ci mette nel cuore il desiderio di una contrizione nuova, diversa e più forte del passato: il desiderio di sciogliere nel pianto, una buona volta, i nostri peccati, se non l'abbiamo fatto mai. 

Chi non ha ancora sperimentato il sapore di queste lacrime che hanno fatto i santi non deve darsi pace finché non l'abbia ottenuto dallo Spirito Santo (poiché è un dono dello Spirito Santo!). «Se uno non nasce da acqua e da Spirito - diceva Gesù a Nicodemo - non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5). 

Dopo l'acqua del battesimo, non c'è che questa acqua della contrizione per rinascere. Da un tale pianto si esce per davvero uomini nuovi, quasi modo geniti infantes, come bambini appena nati (cf 1 Pt 2, 2), pronti per servire Dio in modo nuovo, perché liberi ormai dai ceppi del peccato. Non è una cosa «supererogatoria»; è una cosa «obbligatoria»: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini - questi bambini, nati da pentimento e contrizione - non entrerete nel regno dei cieli! » (Mt 18, 3).


Gesù Cristo  offre la purificazione dei pecati come il frutto del suo sacrificio: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 25-27). 

Quello che Gesù ha fatto per la Chiesa nel suo insieme, lo ha fatto anche per ogni anima, quello che desidera dalla Chiesa nel suo insieme - che sia santa e senza macchia - lo desidera da ogni anima.

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