sabato 21 marzo 2015

INTERIORITÀ' UN VALORE IN CRISI


Interiorità, un valore in crisi

C'è un motivo che giustifica questa insistenza sulla Pasqua dell'uomo interiore. È che l'interiorità è un valore in crisi. 

La «vita interiore» che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto.

Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura. La nostra « composizione», cioè l'essere noi costituiti di carne e spirito, fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l'esterno, il visibile e il molteplice.  

«Non si sazia l'occhio di guardare, né mai l'orecchio è sazio di udire», dice la Scrittura (Qo 1, 8). Siamo perennemente «in uscita», attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi. Altre cause sono invece più specifiche e attuali. 

Una è l'emergenza del «sociale» che è certamente un valore positivo, dei nostri tempi, ma che, se non è riequilibrato, può accentuare la proiezione all'esterno e la spersonalizzazione dell'uomo. 

Nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l'interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all'inconscio dell'uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio.

In campo ecclesiale, l'affermarsi, con il Concilio, dell'idea di una «Chiesa per il mondo» ha fatto sì che all'ideale antico della fuga dal mondo, si sia sostituito talvolta l'ideale della fuga verso il mondo. 

L'abbandono dell'interiorità e la proiezione all'esterno è un aspetto - e tra i più pericolosi - del fenomeno del secolarismo.

C'è stato perfino un tentativo di giustificare teologicamente questo nuovo orientamento che ha preso il nome di teologia della morte di Dio, o della città secolare. Dio - si dice - ci ha dato lui stesso l'esempio. Incarnandosi, egli si è svuotato, è uscito da se stesso, dall'interiorità trinitaria, si è «mondanizzato», cioè disperso nel profano. È diventato un Dio «fuori di sé».


Come sempre, alla crisi di un valore tradizionale, nel cristianesimo si deve rispondere attuando una ricapitolazione, cioè riprendendo le cose al loro principio per portarle a un nuovo compimento. 

In altre parole, si tratta di ripartire dalla parola di Dio e, alla sua luce, di ritrovare, nella stessa Tradizione, l'elemento vitale e perenne, liberandolo dagli elementi caduti di cui si è rivestito lungo i secoli.

È quello che il concilio Vaticano Il ha seguito come metodo in tutti i suoi lavori. Come in natura, a primavera, si pota l'albero dai rami della precedente stagione per rendere possibile al tronco una nuova fioritura, così bisogna fare anche nella vita della Chiesa.

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