mercoledì 25 marzo 2015

L'INTERIORITA' NELLA BIBBIA


L'interiorità nella Bibbia

Che cosa troviamo nella Bibbia circa l'interiorità? Raccogliamo alcuni dati più significativi.

Già i profeti d'Israele avevano lottato per spostare l'interesse del popolo dalle pratiche esteriori di culto e dal ritualismo, all'interiorità del rapporto con Dio. « Questo popolo - leggiamo in Isaia - si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani» (Is 29, 13).

Il motivo è che «l'uomo guarda le apparenze, ma Dio scruta il cuore» (1 Sam 16, 7). «Laceratevi il cuore, non le vesti», si legge in un altro profeta (GI 2, 13).

È il tipo di riforma religiosa che Gesù ha ripreso e portato a compimento. Uno che esamini l'operato di Gesù e le sue parole fuori da preoccupazioni dogmatiche, da un punto di vista di storia delle religioni, nota anzitutto una cosa: che egli ha voluto rinnovare la religiosità giudaica, finita spesso nelle secche del ritualismo e del legalismo, rimettendo al centro di essa un rapporto intimo e vissuto con Dio.

Egli non si stanca di richiamare a quell'ambito «segreto», il «cuore», dove si opera il vero contatto con Dio e con la sua vivente volontà e da cui dipende il valore di ogni azione (cf Mt 15, 10 ss).

La motivazione profonda che Gesù porta è che «Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Gv 4, 24). Questa frase ha dei livelli di significati diversi, fino al più profondo di tutti, in cui «spirito e verità» indicano lo Spirito Santo e il Verbo, cioè Dio stesso e la sua vivente realtà. 

Ma certamente tra questi diversi livelli c'è anche quello in cui «spirito e verità» indicano l'interiorità dell'uomo, la sua coscienza: il tempio spirituale, in opposizione a luoghi esterni, quali erano allora il tempio di Gerusalemme e il monte Garizim. 

Come per entrare in contatto con il mondo, che è materia, abbiamo bisogno di passare attraverso il nostro corpo, così per entrare in contatto con Dio che è spirito abbiamo bisogno di passare attraverso il nostro cuore e la nostra anima che è spirito.

C'è poi un'altra ragione che Gesù adduce spesso. Quello che si fa all'esterno è esposto al pericolo quasi inevitabile dell'ipocrisia. Lo sguardo di altre persone ha il potere di far deviare la nostra intenzione, come certi campi magnetici fanno deviare le onde. L'azione perde la sua autenticità e la sua ricompensa. Il sembrare prende il sopravvento sull'essere. 

Per questo Gesù invita a fare l'elemosina di nascosto, a pregare il Padre «nel segreto» (cf Mt 6, 1-4). E vero che non siamo ancora all'idea dell'interiorità segreta, o della coscienza dell'uomo, ma siamo certamente su questa linea. Sant'Ambrogio non ha dunque del tutto torto quando, spiegando il testo dove Gesù invita a entrare nella propria stanza e a chiudere la porta per pregare il Padre, commenta: «Non pensare che questa stanza, sia solo la stanza circondata da pareti; essa è anche la stanza che è in te stesso nella quale sono racchiusi i tuoi pensieri e in cui dimorano i tuoi affetti».

Il richiamo all'interiorità trova infine la sua motivazione biblica più profonda e oggettiva nella dottrina della inabitazione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nell'anima, dottrina sviluppata sia da Paolo sia da Giovanni (Gv 14, 17.23; Rm 5, 5; Gal 4, 6).
Su questo sfondo evangelico si colloca l'idea del1'«uomo interiore» o dell'«uomo nascosto nel cuore» che si legge talvolta nel Nuovo Testamento (cf Rm 7, 22; 2 Cor 4, 16; 1 Pt 3, 4).

La novità più grande è questa: rientrando in se stesso, l'uomo trova Dio, e non un Dio generico, impersonale, ma il Dio rivelato in Cristo. Non trova solo il proprio spirito, ma lo Spirito Santo! «Non uscire fuori, ritorna in te stesso - esorta sant'Agostino -: nell'uomo interiore abita la verità». Ma abbiamo già sentito chi è per lui questa «verità» nel testo riportato sopra dove diceva: «Nell'interiorità dell'uomo abita Cristo».

Per Agostino arrivati al centro, al cuore, si trova   una persona un «tu»: Gesù Cristo! L'interiorità cristiana  è stata definita giustamente una «interiorità oggettiva». L'uomo rientrando in sé non trova solo se stesso, il suo io, ma trova l'Altro per eccellenza che è Dio. L'interiorità cristiana non è una forma di soggettivismo, ma è il rimedio al soggettivismo.

Ho detto che la Pasqua è il passaggio da fuori a dentro di sé. Certo la Pasqua vera e ultima non consiste nel rientrare in se stessi, ma nell'uscire da se stessi; non nel trovarsi ma nel perdersi, nel rinnegarsi. Giunto al termine del suo Itinerario dell'anima a Dio, san Bonaventura scrive: «Resta che la nostra mente trascenda e passi oltre non solo questo mondo visibile, ma anche se stessa, del quale passaggio Cristo è la via e la porta, la scala e il veicolo». 

Bisogna però rientrare in se stessi per trascendere se stessi. Lo stesso san Bonaventura lo illustra con l'esempio del tempio di Salomone. Per entrare nel «Santo dei Santi», bisognava varcare prima la soglia esterna del tempio ed entrare nel «Santo». Solo da qui infatti, cioè dall'interno, si poteva accedere al Santo dei Santi, al cospetto di Dio. 

Solo al termine di questo cammino si celebra la vera Pasqua morale o mistica. Essa ha luogo - dice san Bonaventura - quando uno, «rivolgendosi a Cristo sospeso sulla croce, con fede, speranza e carità, devozione e ammirazione, esultanza, stima, lode e giubilo, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio, passa il Mar Rosso appoggiato alla verga della croce, dall'Egitto entra nel deserto, gusta la manna segreta e riposa con Cristo nella tomba morto alle cose esteriori».


La beata Elisabetta della Trinità è nella linea della più pura interiorità oggettiva, quando scrive: «Io ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nel mio cuore».

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