sabato 28 marzo 2015

RITORNO ALL'INTERIORITA'


Ritorno all'interiorità

Perché è urgente tornare a parlare di interiorità e riscoprire anzi il gusto di essa? Viviamo in una civiltà tutta proiettata all'esterno, fuori. 

L'uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare, ma ignora il più delle volte quello che c'è nel suo stesso cuore. Evadere, cioè uscire fuori, è una specie di parola d'ordine. Esiste perfino una letteratura di evasione, spettacoli di evasione. L'evasione è, per così dire, istituzionalizzata. 

Al contrario, parole che indicano una conversione all'interiorità, come introversione, hanno acquistato un senso tendenzialmente negativo. L'introverso è visto come un ripiegato su se stesso. Il silenzio fa paura. Non si riesce a vivere, lavorare, studiare senza qualche voce o musica intorno. C'è una specie di horror vacui, di paura del vuoto, che spinge a stordirsi. Mai soli, è la parola d'ordine.

Abbiamo qualche volta a messo piedi in una discoteca e ci siamo fatta l'idea di che cosa vi regna: l'orgia del chiasso, il rumore assordante come droga. Sono state fatte inchieste tra i giovani all'uscita della discoteca e alla domanda: «Perché vi riunite in questo luogo?», alcuni hanno risposto: «Per non pensare!». Ma a quali manipolazioni non sono esposti dei giovani che hanno rinunciato ormai a pensare? «Pesi il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati, così che non diano retta alle parole di Mosè», fu l'ordine del Faraone d'Egitto (cf Es 5, 9). 

L'ordine tacito, ma non meno perentorio, dei faraoni moderni è: «Pesi il chiasso su questi giovani, ne siano storditi, cosicché non pensino, non facciano delle scelte libere, ma seguano la moda che fa comodo a noi, comprino quello che diciamo noi, pensino come vogliamo noi!». Per un settore molto influente della nostra società, quello dello spettacolo e della pubblicità, gli individui contano solo in quanto sono «spetattori», numeri che fanno salire la «audience» dei programmi.

Occorre opporsi con un risoluto «no!» a questo svuotamento. I giovani sono anche i più generosi e pronti a ribellarsi alle schiavitù e infatti vi sono schiere di giovani che reagiscono a questo assalto e, anziché fuggire, ricercano luoghi e tempi di silenzio e di contemplazione per ritrovare ogni tanto se stessi e, in se stessi, Dio. Giovani che hanno scoperto la differenza che c'è tra essere semplicemente «spettatori» e essere invece contemplativi.

L'interiorità è la via a una vita autentica. Si parla tanto oggi di autenticità e se ne fa il criterio di riuscita o meno della vita. Ma dov'è, per il cristiano, l'autenticità? Quand'è che una persona è veramente se stessa? Solo quando accoglie, come misura, Dio.

Non sono solo i giovani a essere travolti dall'ondata di esteriorità.  Le persone non riescono più a raccogliersi. In preda a mille distrazioni, esse dissipano abitualmente le loro energie dietro le diverse forme della cultura moderna. Giornali, riviste, libri invadono l'intimità delle nostre case e dei nostri cuori. È più difficile di un tempo trovare l'opportunità per quel raccoglimento nel quale l'anima riesce a essere pienamente occupata in Dio.

Nessuno più di noi ha bisogno di fare la Pasqua di cui stiamo parlando e che consiste in una conversione all'interiore. L'esatta antitesi di questa Pasqua si chiama proprio la dissipazione o l'evasione, cioè il riversarsi all'esterno. Santa Teresa d'Avila ha scritto un'opera intitolata Il castello interiore che è certamente uno dei frutti più maturi della dottrina cristiana dell'interiorità. 

Ma esiste anche un «castello esteriore» e oggi constatiamo che è possibile essere chiusi anche in questo castello. Chiusi fuori casa, incapaci di rientrarvi. Prigionieri dell'esteriorità! Sant'Agostino descrive così la sua vita prima della conversione: «Tu eri dentro di me ed io stavo fuori e ti cercavo quaggiù, gettandomi deforme, sopra queste forme di bellezza che sono creature tue. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero neppure se non fosse per te che le fai esistere». Quanti dovrebbero ripetere questa amara confessione: Tu eri dentro di me, ma io ero fuori!

Non bisogna lasciarsi ingannare dall'obiezione solita: ma Dio lo si trova fuori, nei fratelli, nei poveri, nella lotta per la giustizia; lo si trova nell'Eucaristia che è fuori di noi, nella parola di Dio... Tutto vero. Ma dove è che «incontri» veramente il fratello e il povero, se non nel tuo cuore? Se lo incontri solo fuori, non è un io, una persona che incontri, ma una cosa; lo urti più che incontrarlo. Dov'è che incontri il Gesù dell'Eucaristia se non nella fede, cioè dentro di te? Un vero incontro tra persone non può avvenire che tra due coscienze, due libertà, cioè tra due interiorità.

È errato pensare che l'insistenza sull'interiorità possa nuocere all'impegno fattivo per il regno e per la giustizia; pensare, in altre parole, che affermare il primato dell'intenzione possa nuocere all'azione. Interiorità non si oppone all'azione, ma a un certo modo di fare l'azione. Lungi dal diminuire l'importanza dell'agire per Dio, l'interiorità la fonda e la preserva.

Come spesso, quando va in crisi un valore spirituale o di fede, ne resta in piedi il simulacro che è l'equivalente secolare di quello stesso valore. L'equivalente secolare, o naturale, dell'interiorità si chiama oggi, in psicologia, introspezione e in altri campi, concentrazione. Gli atleti e tutti quelli che si accingono a qualche impresa che richiede tutte le energie, conoscono l'importanza della concentrazione. 

Abbiamo tutti presenti alla mente immagini di atleti tutti raccolti in se stessi, pronti a slanciarsi verso la meta, come se dovessero mettersi in contatto con una fonte misteriosa di energia che è dentro di loro. Lo stesso fa l'artista, il direttore d'orchestra. Non c'è nulla che nuoccia tanto a un atleta o a un artista, quanto l'essere «deconcentrato» ed è a ciò che viene attribuito volentieri l'eventuale insuccesso. È una pallida idea di quello che avviene nel campo dello spirito, dell'importanza della contemplazione e del raccoglimento, da cui deve scaturire l'azione.


Se vogliamo dunque imitare ciò che ha fatto Dio, imitiamolo davvero fino in fondo. È vero che egli si è svuotato, è uscito da sé, dall'interiorità trinitaria, per venire nel mondo. Ma sappiamo come ciò è avvenuto. «Ciò che era rimase, ciò che non era assunse», dice un antico adagio a proposito dell'incarnazione. Senza abbandonare il seno del Padre, il Verbo venne in mezzo a noi. 

Egli era «tutto in se stesso e tutto in noi». Anche noi andiamo pure verso il mondo, ma senza uscire mai del tutto da noi stessi. «L'uomo interiore - dice l'Imitazione di Cristo - si raccoglie spontaneamente perché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. A lui non è di pregiudizio l'attività esterna e le occupazioni a suo tempo necessarie, ma sa adattarsi alle circostanze».

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