mercoledì 8 aprile 2015

LA PERICORESI TRINITARIA


LA PERICORESI TRINITARIA

La pericoresi trinitaria, rivelata nell'evento pasquale, si mostra come attraversata da un non essere dinamico, punto di congiunzione fra l'unità e la distinzione, viste come co-originarie. Il non essere, relativo e relazionale, come dinamica del dono-di-sé, come amore-pericoresi, è in tal modo interiore all'essere ed è attuato in quanto tale dalla libertà. 

"L'amore - spiega S. Bulgakov - ha se stesso nell'altro, esiste solo nell'auto-identificazione con l'altro; in sé è come se non esistesse tuttavia in questo non esistere si palesa tutta la forza della sua esistenza, nella misura in cui l'altro esiste in lui e la vita si attua nell'altro".

Guardando alla Trinità, scopriamo allora con sorpresa che il non appare costitutivo dell'alterità. 

Ciascuno dei Tre non è l'Altro. 

Un non che non è dell'Essere assoluto che è Dio, ma del suo dispiegarsi nelle tre Persone. Ciascuno dei Tre è tutto donato agli Altri: è Se stesso non essendo in Sé, ma negli Altri, ed è Se stesso perché dagli Altri è restituito a Sé nella reciprocità.

M. Cerini spiega l'amore del Verbo in seno alla Trinità come "un vuoto infinito di Sé, un dono totale di Sé in quanto Verbo al Padre, come un nulla assoluto, che però è amore, perciò è: ed è eternamente il Figlio; è risposta a quel dono totale di Sé - a quel vuoto infinito -, che è il Padre, il quale per primo dà tutto Se stesso: 

si direbbe che si svuota, che si annulla - ché il dar tutto sulla terra include il "perdere", il "vuoto" -, invece è, perché è amore: ed è il Padre, che eternamente genera il Figlio. E dall'incondizionato loro mutuo amore procede lo Spirito Santo, I'Amore fatto Persona. 

E il paradosso dell'amore, che non è, non esiste per sé, perciò è: è amore".

Gesù ci mostra dunque che il dinamismo vero dell'amore, nel quale l'uomo trova il compimento del proprio essere personale, è costitutivamente attraversato da un momento di morte, di dono di sé, di perdita della propria vita. Un momento di kenosi, dunque. 

Per illustrare la dinamica del mistero che si stava per compiere, Gesù, nel Vangelo di Giovanni, aveva affermato: "Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo" (10, 17).

Gesù per ritrovare la propria vita nella risurrezione e nella pienezza del suo corpo glorioso che conterrà la totalità della nuova creazione, deve consegnarla, perderla. 

Il riconoscimento dell'alterità e la pienezza della reciprocità come unità nella distinzione presuppongono la capacità di "perdersi per ritrovarsi" (cf. Lc 9, 25; Gv 15, 13; Gv 10, 17-18).

Nel suo dinamismo profondo, il mistero pasquale ci rivela in tal modo che l'amore ha un momento di non essere, che prelude una nuova pienezza di essere che si trascende. La radicalità del dono di sé, in Gesù, coincide infatti anche con il dono dello Spirito. Gesù Crocifisso "consegna" lo Spirito (cf. Gv 19, 30). Il momento della kenosi, ossia dello svuotamento di sé e del non essere, si compie nel dono dello Spirito.


Se la kenosi di Cristo rivela la realtà di un relativo non essere costitutivo dell'alterità all'interno della Trinità e consente il rapporto di pericoresi nella libertà dei Tre, che fonda unità e distinzione, la kenosi è necessariamente anche la legge della comunità che nasce dall'evento pasquale. 

Il mistero pasquale, nella sua componente kenotica, fonda e definisce la comunità. 

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