mercoledì 15 aprile 2015

LA PRESENZA DI CRISTO


LA PRESENZA DI CRISTO

Dobbiamo tuttavia riconoscere che questo tipo di presenza, particolarmente adatto per definire la natura della comunità religiosa, è stato solitamente ristretto, nella comprensione teologica, all'ambito cultuale e liturgico, quasi fosse legato esclusivamente al momento in cui la comunità cristiana si riunisce per pregare e celebrare i sacramenti, Il Concilio Vaticano II, che pure mette nuovamente in luce la presenza reale di Cristo in mezzo nell'assemblea liturgica (cf. SC 7), non si limita a questo tipo di presenza. 

Esso vede attuarsi la presenza di Gesù promessa in Matteo 18, 20 anche nell'ambito dell'apostolato (cf. AA 18). 

Non si limita nemmeno ai cattolici: anche fra i cristiani di diversa denominazione è possibile stabilire la presenza di "Gesù in mezzo" (cf. UR 8). 

Siamo in linea con gli studi esegetici, che giungono alla conclusione che "Gesù risorto promette la sua presenza ad ogni riunione (fatta a causa o per il suo nome) prescindendo dal loro genere e ampiezza".

Il Concilio può così arrivare a cogliere questo tipo di presenza come tipico della comunità religiosa. "Con l'amore di Dio diffuso nel cuore per mezzo dello Spirito Santo - si legge in PC 15 - la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore gode della Sua presenza".


Nel suo famoso commento al Perfectae caritatis, Tillard ha sottolineato la ricchezza di questo testo da cui traspare la realtà misterica della presenza del Signore tra i religiosi, la relazione tra questa presenza e la carità scambievole, la dimensione ecclesiale che la comunità si trova ad assumere.

"Il numero - egli scrive - ci sembra uno dei perni di tutto il Decreto, uno dei luoghi dove emerge al massimo lo spirito del Concilio e da cui si percepisce con più vigore la dimensione essenzialmente ecclesiale della vita religiosa. 

Fondata sull'Eucaristia e la parola di Dio, la comunità non è il semplice agglomerato di cristiani in cerca della perfezione personale ciascuno per conto suo; ma è, nella sua vita fraterna, il segno, la proclamazione della grande koinonia di carità che, nel Figlio, il Padre vuole instaurare tra gli uomini. 

Non crediamo di sopravvalutare la forza di questo numero affermando che i suoi redattori hanno reso alla vita religiosa e indirettamente a tutta la Chiesa di Dio un servizio inapprezzabile, mettendo l'accento sulla qualità misterica dello stesso essere della comunità".

Infatti, continua più avanti, "la vita comune è l'attuazione della koinonia fraterna di tutti, per la presenza del Signore Gesù in persona. 

Se ne conclude che essa è nel mondo l'annuncio della venuta di Cristo. 

La manifestazione della carità fraterna, il rispetto reciproco, il desiderio di portare il peso gli uni degli altri non sono altro che la traduzione in atti umani della realtà profonda e misteriosa della comunione di vita con il Padre in Gesù saldata per mezzo del battesimo, radicata dall'Eucaristia, ma che tutti, per la loro professione, vogliono condurre alla sua pienezza". 

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