mercoledì 13 maggio 2015

LA CARITÀ' DONO DELLO SPIRITO


 LA CARITÀ DONO DELLO SPIRITO

Il brano del Perfectae caritatis  univa strettamente la realtà della carità, dello Spirito e della presenza del Risorto nella comunità religiosa: 

"Con l'amore di Dio diffuso nel cuore per mezzo dello Spirito Santo la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore gode della Sua presenza".

La comunità possiede la carità come dono portato dallo Spirito. La carità a sua volta consente che si stabiliscano le condizioni perché il Signore sia efficacemente presente. 

Essa fa sì che la comunità non sia una qualsiasi riunione di persone, ma una riunione "nel nome di Gesù". E un processo, questo, che suppone l'invio dello Spirito alla comunità. 

E tale è l'azione che Cristo compie nell'evento pasquale e come momento culminante di esso: manda lo Spirito. Il Risorto si pone così all'origine della comunità, perché le invia lo Spirito che comunica l'agape divina, e si pone come suo compimento non solo facendosi presente in essa come frutto della reciprocità dell'amore, ma anche consentendo alla comunità di "godere" in modo cosciente della propria presenza. 

Passando attraverso l'ascesi che l'amore scambievole comporta - ricordiamo la realtà della kenosi -, la comunità è chiamata ad accedere alla dimensione mistica, sperimentando in sé la presenza del Risorto.

Dio Amore. La vita che il Risorto comunica inviando lo Spirito è la vita stessa di Dio Amore, è agape. Siamo veramente fatti "partecipi della natura divina" (2 Pt 1, 4).
Se la consacrazione religiosa è la radicalizzazione del battesimo, essa è vita di carità vissuta in pienezza. Nel battesimo infatti ci è stato comunicato lo Spirito Santo nel quale il Padre e il Figlio si amano e amano gli uomini. "Sarete battezzati in Spirito Santo", aveva detto Gesù prima della sua ascensione (At 1, 5;11, 16). 

Il battesimo, ossia l'immersione nello Spirito, significa che lo Spirito ci permea totalmente, fino alla radice dell'essere, tanto da far dire a Paolo che nel battesimo "tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito" (1 Cor 12, 13). Lo Spirito Santo, datoci da Cristo morto sulla croce e risorto, è il principio della nuova vita in Cristo e l'amore di Dio, quello con il quale Dio ama, è diffuso nei nostri cuori. Il battesimo ci ha uniti a Cristo morto e risorto, ossia a quell'atto di libertà mediante il quale Egli ci ha supremamente amato dando la sua vita per noi, a quella carità insigne nella quale la sua morte lo ha in qualche modo fissato.

La comunità religiosa è chiamata a rivivere in pienezza tale realtà battesimale. Essa vive, per la forza dello Spirito del Risorto, relazioni fondate su un amore che non è di origine umana, ma divina (cf. Rm 55; 1 Ts 4, 9;1 Gv 4, 7). Essa vive del dono di Dio. Solo grazie a questa carità teologale possiamo adempiere al comandamento nuovo dell'amore reciproco. Solo grazie a questo dono dall'Alto si può costituire la comunità, vista come insieme di relazioni d'amore, modellate sulle relazioni trinitarie.

Possiamo allora cogliere il perché dell'esortazione che Giovanni Paolo II, nella Redemptoris donum, ha rivolto ai religiosi, invitandoli a vivere con coerenza la vocazione religiosa come particolare partecipazione all'amore di Dio. Dopo aver attestato che la consacrazione e la professione dei consigli evangelici "sono una particolare testimonianza d'amore", egli continua: "Proprio così pregava l'Apostolo nella sua lettera ai Filippesi: "Che la vostra carità si arricchisca sempre più (....)" (Fil 1, 9-11).

Per opera della redenzione di Cristo "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato" (Rm 5, 5). Chiedo incessantemente allo Spirito Santo di concedere a ciascuno e a ciascuna di voi, "secondo il proprio dono" (cf. 1 Cor 7, 7), di dare una particolare testimonianza di quest'amore. Vinca in voi, in modo degno della vostra vocazione, "la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù...", quella legge che ci ha "liberati dalla legge... e dalla morte" (Rm 8, 2). 

Vivete dunque di questa vita nuova a misura della vostra consacrazione ed anche a misura dei diversi doni di Dio che corrispondono alla vocazione delle singole famiglie religiose. (...) Proprio di questa testimonianza d'amore hanno bisogno il mondo d'oggi e l'umanità. Essi hanno bisogno della testimonianza della redenzione, così come questa è impressa nella professione dei consigli evangelici" (n. 14).

Ciò che costituisce una comunità non è una casa, un determinato numero di persone, un ordinamento comune, la partecipazione ad atti comuni. Questi sono elementi che possono eventualmente esprimere la reciproca comunione raggiunta, e insieme possono essere i mezzi per realizzarla, ma non la costituiscono. 

Ciò che costituisce la comunità è il reciproco amore tra tutti i suoi membri un amore che, sull'esempio di quello di Cristo, è pronto a dare la vita in una reale kenosi; la presenza del Signore risorto; lo Spirito che la anima rendendola partecipe dell'amore trinitario. 

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